Femministe di Allah. Corano e diritti delle donne non sono in antitesi

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Photo credit: perinjo - Getty Images
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"La rivoluzione ci sarà, e sarà femminista". Così mi dice Chiara, rossetto rosso, hijab giallo e tutta la solidità, dritta al punto, delle battaglie dei Gen Z. La differenza, però, tra lei, diciottenne palermitana, e la maggior parte delle persone che fa attivismo in Italia e in Europa, è la sua fede. "Io sono tornata all’Islam", mi spiega, "usando l’espressione musulmana per intendere la conversione, dopo un percorso lungo un anno, di studio e di scavo interiore, durante il quale non ho mai trovato alcuna contraddizione tra la mia religione e il mio essere femminista". Quando afferma questo, Chiara, come le sue sorelle del gruppo SLUM, acronimo di "Sono l’unica mia", progetto impegnato sui fronti del femminismo islamico, del femminismo intersezionale e del transfemminismo, sa che incontrerà sguardi scettici. Perché gli alleati sono pochi e la diffidenza molta, tanto che quello che mi ripeteranno, in una chiacchierata corale su Zoom durata quasi due ore, è quanto sia frustrante avere la sensazione di essere o invisibili, marginalizzate tra i marginalizzati, o messe di continuo in discussione.

Photo credit: Getty Images - Hearst Owned
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Sveva Basirah, 22 anni, di Livorno, convertita all’Islam all’interno di una famiglia cattolica, racconta questa sensazione con l’immagine di loro che si devono 'sbracciare, per farsi vedere e ascoltare'.

Non amano parlare delle loro vite e delle loro faccende personali, queste ragazze che hanno tra i 18 e i 24 anni e, a domanda diretta, rispondono che preferiscono raccontarsi come gruppo, come portavoce di SLUM, un progetto dentro al quale si riuniscono ragazze musulmane dalla nascita o convertite, velate e non, ma aperto anche a chi ha un’altra fede, sparse lungo lo stivale. E forse proprio anche per questa percezione di ostilità del 'mondo fuori', mentre si passano la parola con gentilezza, mentre si correggono o scherzano, emanano un senso di sorellanza che travalica lo schermo, anche se, alla fine, confesseranno di essersi rilassate man mano che l’intervista andava avanti, e di essere partite, ammettono ridendo, sulla difensiva.

La prima cosa che desiderano chiarire è perché Islam e femminismo non siano un ossimoro, come spiega Sveva: "Il femminismo islamico è un movimento di riscoperta del Corano e delle fonti sacre che le vuole destrutturare dalle interpretazioni patriarcali con cui sono state lette, nei secoli, dalle comunità musulmane nel mondo. Femminismo e Islam non sono un ossimoro perché il Corano, in realtà, ha dato una spinta femminista a quella che era la società della penisola arabica di metà 600, gettando un seme per raggiungere la parità di genere e di classe. Per fare esempi concreti, ha dato alle donne il diritto al divorzio e quello di avere una loro proprietà".

Photo credit: courtesy
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Interviene Duny, 26enne milanese, di famiglia musulmana 'ma poco praticante': "C’è una hadith, un racconto sulla vita di Maometto che riguarda il piacere sessuale, che è un obbligo del partner, anche in modo orale, com’è scritto. Ma di questo non si parla". Si inserisce nella conversazione anche Dalila da Bologna, 20 anni e di famiglia musulmana, e conferma: "Si preferisce parlare della famosissima sura 4, versetto 34, che quella parte tradotta con 'picchiare la moglie', e questa interpretazione, sbagliata, ha portato a implicazioni sessiste molto pesanti, ma il fatto è che basterebbe fare una analisi linguistica per capire che non si intende quello, però purtroppo le traduzioni sono anch’esse frutto del patriarcato".

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Facciamo un passo dentro alla società in cui vivono, alla quale chiedono maggiori diritti, ma anche di cominciare ad essere considerate nel dibattito pubblico. Iman, 21 anni, di Cuneo spiega: "L’Islamofobia dei governi e dei cittadini, qui in Europa, è più viva che mai, basti pensare al referendum svizzero che ha reso illegale il burqa o lo hijab in Francia, che dietro al voler difendere le vittime di una religione maschilista, vìola per primo la libertà di una donna di esprimersi e di essere libera di manifestare il proprio credo. L’Occidente è ossessionato dal velo, letteralmente ossessionato".

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Sveva aggiunge che "il divieto del velo per noi è la repressione di un segno di resistenza: molte donne, oggi, stanno facendo quello che fecero le algerine durante la guerra voluta dalla Francia, ovvero si velavano perché i colonizzatori le obbligavano a svelarsi, per umiliarle. In Francia le donne con hijab sono chiamate con un termine dispregiativo pesante ed è anche per questo che decidere coscientemente di indossarlo è simbolo di ribellione". Chiara aggiunge: "Per me la scelta di indossare il velo dopo la mia dichiarazione di fede, è specchio della de-colonizzazione della mia testa e del mio corpo".

Il velo per scelta

Non è un’umiliazione, non è un obbligo, anzi, è un coming out quotidiano, è un simbolo di devozione, è esercizio spirituale e, in quanto tale, a volte è anche difficile. Quando le chiedo di spiegare meglio in che modo è stato complesso per lei, Chiara mi risponde così: "Se molti, a scuola, l’hanno presa come una specie di moda, accogliendomi dicendo cose del tipo 'bello questo nuovo look, un po’ orientale' e facendomi sorridere, certo non offendere, altri hanno associato questo percorso al fatto che ho una diagnosi di disturbo borderline. Mi sono state dette cose aboliste, tipo 'ma sì, fai così perché sei matta', e se da un lato mi hanno ferita, dall’altro ora dico 'guardatemi, sono qui, sono perfettamente lucida e consapevole, ma soprattutto sono felice".

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Domando loro quali sono gli obiettivi primi del femminismo islamico oggi e Chiara mi risponde che ce ne sono tanti: "Siamo un movimento diversificato nel mondo, ma alcune delle conquiste che vorremmo raggiungere sono officiare le funzioni religiosi, guidare le preghiere, avere moschee dove uomini e donne pregano insieme, come accade nel centro islamico di Palermo: qui Amina Wadud, che è uno dei nostri riferimenti, è diventata imam e ha guidato la preghiera del venerdì davanti a un’assemblea mista di fedeli. Il suo esempio è stato seguito da un’altra femminista indiana che è Asra Nomani".

"C’è prima, però un problema di razzismo enorme da affrontare", dice Sveva, "perché è molto difficile essere credibile quando sei femminista e musulmana: già sei donna, e sappiamo quanto il sesso femminile sia ancora lontano dall’essere considerato al pari di quello maschile, in più musulmana, quindi appartenente alla religione sulla quale gravitano più pregiudizi, il risultato è che siamo invisibili tra gli invisibili. Nessuno ti considera, perché se sei una minoranza dentro una minoranza, come può essere una femminista islamica queer, non passerai mai avanti ad una persona musulmana che ha dei privilegi". E anche Duny conferma: "Io che sono una persona queer devo “rassicurare” costantemente gli altri sul fatto che la mia religione non mi vieti il mio orientamento sessuale, ma la maggior parte delle persone continua a dubitare".

Valori e diritti

"Il femminismo oggi, non è davvero intersezionale", continua Duny, "alcuni movimenti non ci includono, anzi, combattono contro quelli che per noi sono diritti, come lo hijab. Anche parlare per noi, spiegare a noi per quale perverso meccanismo psicologico indossiamo il velo e non lo consideriamo oppressione è assurdo, è come se volessero validarci attraverso i loro privilegi".

Iman aggiunge: "Siamo viste come persone fragili che vanno liberate, applicando così la propria scala di valori su persone che non la condividono. Noi non siamo fragili, siamo 'fragilizzate' dagli altri. Tornado ai nostri obiettivi, per esempio in politica vogliamo un nostro spazio, rilevante ed autentico, ad oggi inesistente. C’è, poi un problema di alleanza con i musulmani uomini, perché il femminismo è visto dai più come qualcosa che riguarda solo noi donne, non capendo che invece riguarda tutti, non solo chi è o si sente donna. Anche ragazzi giovanissimi, con i quali si riesce a instaurare un dialogo stimolante, non sentono di doversi esporre su questo fronte, ma pensano di potersi limitare a sostenere da dietro le quinte". Interviene Duny: "Uomini femministi islamici ce ne sono, e non sono cisgender. Ma i femministi maschi saranno sempre troppo pochi, rimanesse anche solo un maschilista al mondo, sarebbe comunque uno di troppo".

Sulle questioni che riguardano il corpo, dall’interruzione di gravidanza alla libertà di esprimere e vivere il proprio orientamento religioso, le femministe islamiche sono in tutto e per tutto allineate con i valori del femminismo laico.

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"Come SLUM, come femministe islamiche", conclude Sveva, "siamo per l’auto determinazione delle donne e per la loro libertà e per la libera scelta di tutto ciò che ha a che fare con i nostri corpi: siamo pro aborto, e ci sono molte teologhe che dimostrano come l’Islam non sia contrario a questa pratica. Le femministe islamiche devono essere laiche e quindi le nostre rivendicazioni sono condivise. Quello che ci differisce è soltanto il credo: noi siamo convinte di avere diritti divini, perché Dio ha voluto per noi la parità, e noi la pretendiamo, non solo come esseri umani, ma anche perché un’entità in cui crediamo, meravigliosa e universale, ha deciso che non ci dovessero essere disparità".

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