Francesca Bria: "Che cosa serve all'Italia per diventare smart? Ci sono esempi virtuosi, ma..."

Di Federica Furino
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Photo credit: Stephanie Gengotti
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From ELLE

Prima le parole. «Con mio marito, lo scrittore e storico Evgeny Morozov, ho scritto un libro intitolato “Ripensare la smart city” per demistificare la parola smart, cioè “intelligente”, che oggi si usa per tutto, dalla casa, alle città, agli spazzolini, come sinonimo di termini che suggeriscono emancipazione e sostenibilità, ma che spesso hanno contorni opachi e sfuggenti. E tra tutte le declinazioni che hanno conquistato l’immaginario pubblico, smart city è una delle più rilevanti» dice Francesca Bria, economista classe 1979, già assessore alle tecnologie e all’innovazione di Barcellona e da gennaio presidente dell’italianissimo Fondo Nazionale Innovazione. A tracciare i contorni che definiscono una smart city lei ha dedicato gli ultimi sei anni, passando da Bruxelles alla corte della sindaca catalana Ada Colau e da lì all’Onu, di cui è advisor sui progetti delle città del futuro. Con la convinzione fermissima che il baricentro di un una smart city non lo dia la tecnologia, ma i cittadini.

Perché?

Il soluzionismo tecnologico che viene dalle big tech della Silicon Valley tende a farci pensare che basti una app o un sito per risolvere tutti i nostri problemi, come sconfiggere la povertà, il cambiamento climatico o l’invecchiamento. E invece non è così. Se al centro metti la tecnologia, finisci per dover risolvere problemi tecnologici, e perdi di vista l’obiettivo.

E cioè?

Rendere le città migliori e di far vivere meglio le persone. Solo se utilizzata in questa direzione, al servizio dei cittadini, la tecnologia può essere davvero il game changer che ci aiuta a rendere il nostro paese più verde, digitale e moderno Direi che la smart city deve combinare tre elementi: Primo, la partecipazione democratica dei cittadini: non solo smart city, ma smart citizens, per coinvolgere i cittadini nelle decisioni politiche. Il secondo tema è la democrazia dei dati: una volta identificate queste priorità, come utilizzare le nuove tecnologie digitali come la connettività, i sensori, i dati, le piattaforme, che se governate democraticamente ci possono aiutare a fare una migliore pianificazione urbana. Ed infine usare l’innovazione per raggiungere la sostenibilità sia sociale che ambientale: ovvero la transizione verde ed ecologica, l’economia circolare, andando verso delle città ad emissioni zero che sono più vivibili e quindi più sostenibili.

A Barcellona è riuscita nel suo intento?

A Barcellona siamo partiti dal coinvolgimento dei cittadini, con uno dei più grandi esperimenti al mondo di partecipazione democratica: 4000,000 cittadini hanno partecipato a definire le politiche della città e il 70% delle proposte che sono diventate azione di governo, sono arrivate direttamente dai cittadini, anche attraverso l’uso della piattaforma digitale decidim.org. Tra queste proposte, il progetto più grande che abbiamo realizzato si chiama Superillas (superblocchi, ndr): sono interi quartieri della città chiusi al traffico, recuperando il 60% degli spazi pubblici che sono stati trasformati in spazi verdi che riducono il calore e assorbono Co2. Le piste ciclabili sono state triplicate e l'intera flotta comunale è elettrica. Barcellona ha 700 chilometri quadrati di fibra pubblica, su cui poggia una rete di sensori per l'internet delle cose che raccolgono informazioni sulla città in tempo reale per gestire i flussi in maniera efficiente: come la raccolta differenziata, la gestione idrica, la mobilità e l’energia, trattando i dati come una vera e propria infrastruttura pubblica. Per quanto riguarda la transizione energetica, abbiamo creato una nuova impresa municipale per la produzione di energia solare che serve tutti gli edifici pubblici. Attraverso una piattaforma di crowdfunding, i cittadini hanno ricevuto incentivi fiscali per partecipare alla produzione di energia pulita installando pannelli solari nelle loro case. Il cambiamento a Barcellona veniva da lontano, dal lavoro che gli urbanisti avevano messo in moto già dalle Olimpiadi del 1992. Ci vuole tempo per trasformare ecologicamente una città.

Quanto hanno inciso le sue idee?

Il mio progetto è stata una parte importante del programma della sindaca Colau, che aveva come DNA la partecipazione democratica dei cittadini. La novità che ho portato io è come combinare democrazia e tecnologia, ovvero mettere la tecnologia al servizio della partecipazione dei cittadini, la sovranità dei dati, i diritti digitali e la gestione democratica delle infrastrutture digitali. E’ un modello che si è ora diffuso a livello globale, anche grazie all’Onu, di cui sono advisor per i progetti di smart city, che ha accolto queste idee attraverso il programma di UN-Habitat, “smart city incentrate sulle persone”, che ho aiutato a definire. Quando ero a Barcellona ho anche fondato insieme alle città di New York e Amsterdam, la Coalizione delle città per i diritti digitali. Oggi aderiscono oltre 100 città in tutto il mondo.

L’Italia invece a che punto è?

Ci sono esempi virtuosi come il lavoro di Stefano Boeri che, a Milano, ha in programma di costruire 20 nuovi parchi e piantare 20.000 nuovi alberi e 100.000 nell'area metropolitana e punta al modello di città “dei 15 minuti”, sperimentato ad esempio da Parigi e Barcellona, divisa in “quartieri” autosufficienti dove tutti i servizi si raggiungono in un quarto d’ora a piedi o in bicicletta. Ma l’Italia non è solo quella delle grandi città. Ha molte aree interne, borghi, diversità territoriale. Qui serve un modello decentralizzato che includa la “smart countryside” di cui parla Rem Koolhaas, e che superi le fratture tra Nord e Sud e tra città e campagna: una rete di borghi smart che valorizzano la nostra storia attraverso le tecnologie digitali e verdi in una forma sostenibile. Questo significa anche investire in infrastrutture digitali, come la banda ultra larga per tutto il paese, in competenze, scuola, ricerca, scienza e talento umano. L’Italia può partire proprio dalla sua storia, dalla sua cultura millenaria e trasformarsi verso il futuro. Ci serve un Rinascimento digitale, un Umanesimo tecnologico. Chi può farlo meglio delle città italiane che sono la culla di quel Rinascimento e che ora potrebbero essere il cuore dei un Umanesimo tecnologico che mette al centro le persone e la qualità della vita, senza creare nuove diseguaglianze?

La crisi che stiamo vivendo può accelerare questo processo?

Le crisi, siano esse guerre o pandemie, possono alimentare l'immaginazione sociale e dare una nuova direzione per la nostra società. Per l’Italia questo significa saper cogliere l’opportunità del Recovery Fund per risolvere il dissesto idrogeologico, accelerare la digitalizzazione e realizzare il “green deal” europeo.

Lei qui sta portando avanti dei progetti?

Io sono molto impegnata come presidente del Fondo Innovazione che ha un miliardo per supportare le realtà più innovative del Paese. Il nostro obiettivo è di arrivare a finanziare 1000 nuove startup attraverso un mix di investimenti diretti e indiretti, ovvero attraverso altri fondi di venture capital, acceleratori e poli di trasferimento tecnologico. L’idea è far crescere il sistema cosi che la prossima innovazione tecnologica che ci cambierà la vita in positivo, magari proprio nel digitale o transizione energetica o la cura contro il virus, potrà essere “made in Italy. Questo tipo di progetti virtuosi e sul futuro può invogliare i cosiddetti cervelli in fuga a tornare, come ho fatto anche io, per mettere quello che hanno imparato fuori a servizio della rinascita dell’Italia.

Come si risolve il gender gap nella città del futuro?

Prima di tutto a livello educativo, favorendo la presenza femminile nelle materie STEM a tutti i livelli di formazione e dando più visibilità alle donne nell’industria tecnologica. Le donne devono avere un ruolo centrale quando si parla di futuro. La condizione delle donne in Italia è ancora di forte discriminazione. Siamo ultimi in Europa per l’accesso femminile al mercato del lavoro. La differenza fra occupazione maschile e femminile è fra le più elevate d’Europa. C’è molto da fare, ma sono ottimista. Se si fanno politiche coraggiose, una governance democratica dei dati, si investe in ricerca e si modernizza l’amministrazione pubblica, si arriva davvero alla città del futuro più inclusiva, più femminista, più verde e più smart. Non ci sono alternative. Altrimenti finiamo in un futuro distopico dove aumentano le diseguaglianze.

Francesca Bria è una delle nostre 10 donne Active, dieci donne speciali, ma anche tanto simili a noi, che sono riuscite a fare un progetto "fuori dagli schemi" su se stesse. E a diventare protagoniste di un cambiamento.