Francesca Rossi e il suo lavoro, ossia rispondere alla domanda: "Ma dove volete arrivare voi dell'Ai?"

Di Silvia Locatelli
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Photo credit: courtesy
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From ELLE

La voce è allegra, il viso rinascimentale incorniciato da una finestra alle sue spalle che apre sul verde dell’Hudson Valley. Francesca Rossi è tante cose. Dopo il dottorato di ricerca in informatica all’università di Pisa e sei anni da ricercatrice, ha insegnato per vent’anni all’università di Padova, poi è entrata in Ibm-lavora al centro di ricerca T.J. Watson di New York, dove è Global leader sull’etica dell’Ai (Artificial Intelligence). È stata presidente dell’Ijcai (International Joint Conference on Artificial Intelligence), è Fellow dell’Associazione europea dell’Ai (EurAi) e di quella internazionale (Aaai) che l’ha appena nominata presidente. A breve si aprirà per lei un primo biennio da President-Elected, che la vedrà al fianco dell’attuale presidente dell’Aaai. Dal 2022 (fino al 2024) inizierà il suo vero mandato per poi proseguire con un ultimo biennio da Past-President.

Il 7 novembre Francesca Rossi sarà nostra ospite a Elle Active, ed è una delle nostre 10 donne Active, dieci donne speciali, ma anche tanto simili a noi, che sono riuscite a fare un progetto "fuori dagli schemi" su se stesse. E a diventare protagoniste di un cambiamento.

Abbandonate ogni stereotipo voi che la incontrate perché Francesca è un’ottima divulgatrice. Passa la maggior parte del suo tempo a spiegare alla gente il lato positivo dell’intelligenza artificiale e a far dimenticare - a chi ha visto troppi film distopici - la paura di Terminator impazziti che un giorno potrebbero svegliarsi e decidere di sterminarci perché noi umani non serviremo più a nulla.

Magari non Terminator ma gli algoritmi manipolatori di Facebook e Twitter sono inquietanti, come dimostra The Social Dilemma.

Quel documentario descrive un certo modello di business che si rivolge a individui e per sostenersi ha bisogno di annunci pubblicitari. Portato all’estremo, può avere conseguenze negative non desiderate. I modelli che sviluppiamo all’Ibm sono per aziende, banche, ospedali, aeroporti... Li utilizziamo tutti, sostengono il nostro quotidiano, anche se sono meno visibili. Ogni volta che usiamo la carta di credito, probabilmente sotto c’è un software Ibm che controlla se quella transazione è fraudolenta oppure no. Nel nostro modello di business c’è un contratto preciso che traccia limiti ben chiari.

Lei si occupa di temi sensibili, riesce a dormire sonni tranquilli?

Se non dormo è per altri motivi, non per il lavoro. Ci sono tantissime persone che lavorano insieme sulla fairness e sulla trasparenza di un modello di Ai, siamo attentissimi alle modalità, impieghiamo molto tempo a educare i nostri programmatori e a dar loro la metodologia giusta da seguire. Tutto quello che esce dall’azienda deve rispettare determinati requisiti. È importante l’uso che il cliente ne farà ma prima ancora è importante il profilo del cliente. Se non ha una bella storia di rispetto dei diritti umani, per esempio, non glielo diamo.

Individuare i "bias", i pregiudizi algoritmici, è fondamentale affinché una macchina non discrimini tra bianchi e neri, uomini e donne...

I sistemi di Ai sono basati su tecniche di machine learning o apprendimento automatico: guardano grandi quantità di dati e, da lì, traggono le loro conclusioni in un modo abbastanza opaco. Per questo è importante che ci siano poi persone qualificate a interpretarli. In quei dati non ci devono essere bias. Ne abbiamo più di 180 senza neanche rendercene conto, ognuno si porta dietro i suoi, a seconda della storia che ha vissuto, per questo il training è fondamentale. La squadra di lavoro dev’essere il più diversificata possibile: persone con vari punti di vista possono accorgersi dei pregiudizi degli altri. Lo scopo è trovarli ed eliminarli.

Immagino che lei, a scuola, fosse bravissima in tutte le materie scientifiche...

Non tutte. L’unico esame dove mi hanno bocciato all’università è stato fisica. Mentre la matematica mi viene facile, con la fisica c’è qualcosa che non si allinea nel mio cervello...

Ci sono ancora forti condizionamenti che spingono le donne lontano dalle materie Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics)?

Hanno bisogno di modelli fin da piccole, quando scelgono l’università è già troppo tardi. Le donne attraggono altre donne, i role model sono importanti. Io ero l’unica professoressa ordinaria di informatica a Padova e le ragazze venivano tutte da me. Non perché fossi la più brava ma perché ero una donna, avevo percorso la strada che loro sognavano, mi sentivano più simile a loro. Devono sapere che possono fare tutto quello che vogliono, l’importante è capire qual è la loro passione e seguirla perché poi ci devono trascorrere tutta la vita con quella materia. Io avevo poche studentesse a Padova ma quelle poche erano veramente brave e appassionate. All’Ibm abbiamo tante donne in ogni divisione. Per esempio il comitato per l’etica dell’Ai è co-guidato da me e dalla chief privacy officer.

Chi le ha permesso di sognare da piccola?

I miei. Intanto lavoravano entrambi, una grande lezione di uguaglianza. Mamma era in banca, un mestiere non tipicamente femminile, papà nell’esercito ma aveva una grande curiosità per la scienza e la tecnologia: era una passione che condividevo con lui. Ricordo la maratona dell’allunaggio nel ‘69. ma già prima leggevo i fumetti dei supereroi e guardavo tutte le serie di fantascienza da Spazio 1999 alla mia preferita, Star Trek. Adoravo l’esplorazione dell’ignoto ma soprattutto mi affascinava quel piacere di conoscersi tra persone diverse, vulcaniani e terrestri. Mi affascina tutt’ora. Io non lavoro solo coi ricercatori ma anche con avvocati, psicologi, imprenditori... Mi piace molto e l’ho scoperto guardando Star Trek, quei personaggi che mescolavano tecnologia e caratteristiche umane. Il mio eroe era Spok, metà terrestre e metà vulcaniano, estrema razionalità e intuizione insieme.

Quando ha deciso di occuparsi di etica dell’intelligenza artificiale?

Nel 2015, tra l’università e l’Ibm, mi sono presa un anno sabbatico e sono andata ad Harvard, al Radcliff Institute, che ogni anno ospita cinquanta studiosi di discipline diverse. Ero l’unica che si occupava di informatica in mezzo a poeti, registi, genetisti e scienziati che cercavano nuovi pianeti. Eravamo obbligati a lavorare insieme e non mi veniva affatto naturale, non ero abituata a raccontare le mie cose in un modo che fosse comprensibile a chi non capiva i miei teoremi. Le loro domande non erano tecniche ma: “Il tuo lavoro che impatto ha sulla società? Dove volete arrivare voi dell’Ai? Che cosa state combinando?”. Ero forzata a immaginare una visione d’insieme non più solo il singolo risultato scientifico. Ho cominciato a collaborare con il Future of Light Institute che teneva conferenze sui rischi legati all’Ai. Al primo di questi incontri eravamo ottanta persone tutte diverse: filosofi, psicologi, Elon Musk e lo scrittore di fantascienza, Google e Facebook, tutti insieme per cercare di costruire un’etica dell’Ai.

In Italia la formazione universitaria è molto diversa rispetto all’America?

Uno studente di informatica da noi studia solo quello, e poi solitamente ha un numero piccolo di crediti per fare altro. Così, a un colloquio con un’azienda internazionale, per esempio, l’italiano è molto più preparato nella sua materia specifica rispetto a chi studia qui, dove c’è una formazione più orizzontale: non solo informatica ma anche etica, filosofia, storia del cinema. Questa apertura alla multidisciplinarietà, però, è sempre più importante. Soprattutto nell’intelligenza artificiale. Per individuare eventuali problemi e capire l’impatto di quello che stiamo facendo, dobbiamo guardare al di fuori della tecnologia, in maniera orizzontale e da una certa distanza. Gli stessi professori universitari da noi sono più incasellati nei loro settori scientifico-disciplinari. Io dopo tanti anni, ho sentito il bisogno di allargare un po’ lo sguardo e parlare con esperti di altre discipline. Paradossale che sia successo dopo, all’università li avrei avuti tutti a disposizione: filosofi, sociologi, psicologi... E a Padova ero ancora fortunata perché qualche progetto multidisciplinare l’abbiamo fatto, ma erano rari.

Insomma, antenne aperte sul mondo. Lo scienziato chiuso nel suo studio in compagnia dei numeri è un vecchio stereotipo.

Sì, sempre di più, anche se a qualche conferenza ancora senti qualcuno dire: “Non so cosa risponderle riguardo all’impatto sulla società, io sono “solo” un ricercatore”. Non è più ammissibile.

La preoccupazione più grande?

Nulla di quello che spaventa chi non conosce la materia. L’intelligenza artificiale pervade ogni aspetto della nostra vita e il fine ultimo della tecnologia è migliorare le persone e la società. Piuttosto, chi fa leggi in materia dovrebbe conoscere un minimo il tema, capire limiti e rischi, altrimenti le leggi possono essere o troppo permissive o troppo restrittive.

Riesce ogni tanto a sconnettersi?

Gli ultimi mesi non hanno aiutato la vita sociale, io poi vivo in mezzo ai boschi, non ho molta gente qui intorno. Le confesso che faccio fatica a dire di no, sono molto impegnata, ho progetti di ricerca, il comitato interno sull’etica dell’Ai, partecipo a convegni, lavoro con la Commissione europea, con le Nazioni unite... Tutte le cose nuove mi incuriosiscono. Ma un hobby ce l’ho e quando riesco a dedicargli tempo mi prende totalmente. Dipingo ritratti, soprattutto donne e bambini. In quei momenti sono connessa solo con la pittura. A volte mi bastano un foglio e una penna. Sa quella coi quattro colori che volevamo tutti quand’eravamo bambini? Di solito scelgo il blu, che è il mio preferito.

Dica a verità, le è scappata la caricatura di un collega borioso a qualche riunione?

No, non potrei mai, devo essere concentratissima per disegnare, lo faccio principalmente la sera.

Parlando di leadership al femminile, nota caratteristiche diverse rispetto agli uomini nel suo campo?

Sinceramente no... Sto pensando all’Associazione mondiale di Ai che presiederò. Quando mi sono proposta come candidata, ho messo un accento piuttosto forte sull’etica, oltre che sulla ricerca e la collaborazione tra università e aziende. L’altro candidato era un uomo e l’etica non era al primo posto nelle sue priorità, ma da qui a farne un discorso di genere...

Questa pandemia ha sottolineato l’importanza di valori umani come l’empatia e la capacità di inventarsi soluzioni inaspettate. Si possono trasferire in una macchina?

Questa pandemia ha anche fatto capire che scienza e tecnologia sono fondamentali per superarla. Sono state di grande aiuto per i medici. Io e lei non ci potremmo parlare e vedere senza lo strumento della videochiamata. Le persone non avrebbero potuto parlarsi e tenersi compagnia in questi mesi, esprimere la loro umanità e vicinanza ad amici e familiari... Sarebbero rimaste sole, paralizzate nella paura e nell’isolamento e noi non avremmo potuto continuare a lavorare, a studiare. Scienza e tecnologia devono essere pensate a sostegno dei valori umani, del nostro bisogno di calore e solidarietà, perché siamo animali sociali. Non vogliamo trasferirli nelle macchine perché non vogliamo che siano replicanti dell’uomo. Ci devono aiutare ad amplificare, espandere e sostenere i valori umani.

Ha una debolezza?

Aspetti, le faccio conoscere qualcuno. Si abbassa, sparisce dallo schermo per dieci secondi e poi ricompare con in braccio un gattone rosso dal pelo lungo che si mescola ai suoi colori. È un Maine Coon, è venuto con me dall’Italia. Indovini come si chiama?.

Hal? Kubrick? Asimov?

Spok. Gliel’ho detto che era il mio idolo. Vede, ha le orecchie lunghe come le sue.