Gli ultimi dati sulle discriminazioni nel mondo della moda parlano chiaro: c'è ancora molto da fare

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Photo credit: Getty Images
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No, nel mondo che vorremmo, la fashion industry non è esattamente così. Così poco inclusiva, così tanto discriminatoria. Un nuovo report pubblicato nel Regno Unito ha portato alla luce le attuali falle del sistema moda che, dati alla mano, sono supportate da prove evidenti e percentuali che parlano chiaro. Il fatto che il report sia stato prodotto nel Regno Unito – dove la settimana della moda di Londra resta a oggi la più inclusiva nel quartetto composto con New York, Parigi e Milano – dà tanto da riflettere. Ovvero: se il Regno Unito (che è il paese con il sistema moda più inclusivo) ha ancora così tanto da fare, quando e come riusciremo a metterci in pari in Italia?

Intitolato Representation and Inclusion in the Fashion Industry, il report – diviso in tre aree tematiche, quali: disabilità, etnia e comunità LGBTQ+ - è stato pubblicato da All-Party Parliamentary Group for Textiles and Fashion. Delle persone intervistate, wwd.com riporta che è emerso che “il 68% è stato vittima o ha testimoniato nella fashion industry casi di discriminazione sulla base del proprio aspetto e delle proprie idee”. A questi dati, si aggiunge un’ulteriore percentuale (e che è nettamente superiore alla precedente): ad oggi, è l’87,5% a non sentirsi rappresentato in campagne pubblicitarie, editoriali fotografici o sfilate. Questi dati ovviamente hanno un impatto sulle scelte e le preferenze in fatto di shopping e abitudini di acquisto: l’83,7% ha apertamente dichiarato che se un brand non ha un’immagine inclusiva, allora non si sentirà invitato ad acquistare.

Photo credit: Daniel Zuchnik - Getty Images
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E poi, ovviamente, l’appello alle istituzioni. L’82,8% degli intervistati ha dichiarato che, sì, è necessario appellarsi ai vertici del potere per ottenere inclusività e rappresentazione. Un riscontro che non è tardato ad arrivare: Lisa Cameron, presidente del gruppo parlamentare e psicoterapeuta clinica presso il Servizio sanitario nazionale si è infatti pronunciata nella speranza che il report sia il pretesto per creare una nuova agenda di obiettivi. "Spero che questo documento venga letto da tutti – afferma, - sia dalla fashion industry sia dal governo, e che le nostre raccomandazioni facciano da tabella di marcia verso un'industria della moda britannica più inclusiva, rappresentativa e di successo".

Photo credit: Estrop - Getty Images
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Al suo appello si è unito anche Royce Mahawatte, docente di Cultural Studies presso la celebre università Central Saint Martins di Londra e coautore del report. Il professore ha affermato che “lo studio ha solo scalfito la superficie esterna”, portando alla luce quelle che sono solo una parte delle attuali dinamiche di discriminazione ed esclusione nella fashion industry. “Sono certamente contento di aver prodotto questo report così ambizioso – conclude Royce Mahawatte, - ma sono anche molto costernato dalle testimonianze che abbiamo ascoltato. Spero che sia il governo sia l'industria di moda possano fare tesoro delle nostre raccomandazioni e cercare di affrontare le inuguaglianze riscontrate per migliorare la piccola area di ricerca analizzata”. E ora, ci si metta al lavoro.

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