Gli ultimi dolorosi giorni di Freddie Mercury ci ricordano molto, soprattutto che l'amore è tutto

Di Elisabetta Moro
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Photo credit: Graham Wiltshire - Getty Images
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From Cosmopolitan

Ieri era il primo dicembre: il giorno in cui, nel 1955, Rosa Parks si è rifiutata di lasciare il suo posto sull'autobus a una donna bianca, il giorno in cui, in Italia nel 1970, veniva approvata la legge sul divorzio ed era anche (e soprattutto) il World AIDS Day che ogni anno ci ricorda le vittime del virus dell'HIV e come sia ancora fondamentale parlarne. Oggi conosciamo tutti la dolorosa storia dell'AIDS ma quando, negli anni '80, il virus aveva iniziato a diffondersi causando migliaia di morti e colpendo in modo particolarmente duro la comunità LGBT+, non si sapeva molto di questa malattia che per anni si è portata dietro un alone di stigma e paura che ad oggi non è ancora scomparso. Tra le vittime più illustri c'è senza alcun dubbio Freddie Mercury che, se non fosse morto nel 1991 di polmonite correlata all'AIDS oggi avrebbe 70 anni. Ricordare la sua vita è ricordare la storia di quegli anni, ricordare la sua morte significa fare luce su un'epidemia che dal 1981 a oggi ha ucciso più di 25 milioni di persone.

"Freddie Mercury è stata una delle prime star di alto profilo a morire a causa della malattia", spiega Mark Langthorne autore del libro Somebody to Love: The Life, Death, and Legacy of Freddie Mercury, "e la sua storia e la storia dell'AIDS sono, in una certa misura, inestricabilmente legate". La morte di Mercury, che aveva contratto il virus nel 1987, ha infatti contribuito notevolmente a fare luce sull'epidemia che in quegli anni stava dilagando e ad aprire un dibattito pubblico. Il cantante dei Queen ha tenuto per molto tempo nascosto il fatto di essere sieropositivo e solo nelle sue ultime ore di vita ha rilasciato una dichiarazione in cui confermava le voci che ormai da parecchio tempo circolavano sul suo stato di salute. "È giunto il momento di far conoscere la verità ai miei amici e ai miei fan" - si legge nel comunicato - "e spero che si uniranno a me, ai miei dottori e a quelli di tutto il mondo nella lotta contro questa terribile malattia".

Negli ultimi giorni di vita di Mercury, il cantante si trovava a Londra circondato dai suoi amici più cari: "Una settimana prima di morire ha smesso di prendere tutti i farmaci a parte gli antidolorifici", racconta il suo compagno Jim Hutton nella sua biografia Mercury and Me, "Sapevo che la fine era molto vicina". Quella notte Hutton racconta di essersi preso cura di lui in modo particolare rimanendo sveglio per accudirlo. "Quando è spuntata l'alba, ero completamente sveglio e guardavo tranquillamente la televisione. Freddie dormiva ancora, accoccolato tra le mia braccia e tenendomi la mano... Ogni tanto la stringeva dolcemente. 'Mi ami?' mi chiedeva quando si svegliava. Voleva soprattutto sentirsi ripetere quanto ci tenessi a lui. 'Sì, ti amo', gli sussurravo baciandolo sulla fronte".

Oggi esiste un'espressione specifica per indicare la scelta politica di dichiarare pubblicamente di non selezionare i propri partner sessuali sulla base del loro stato sierologico: "essere sierocoinvolti". È anche un modo per esprimere un sentimento di empatia e coinvolgimento verso la questione dell’HIV e rendersi conto che ognuno di noi ha un ruolo nel cercare di ridurre la sierofobia. Anche se ad oggi non esiste un vaccino per la malattia, i farmaci sono in grado di tenerla sotto controllo. Quello che invece diventa responsabilità di tutti è tentare di combattere lo stigma che ancora nel 2020 colpisce chi si trova a convivere con l'AIDS.