A Herat non c’è più nessuno che si occupi di tumori al seno

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Photo credit: HOSHANG HASHIMI - Getty Images
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"Il nostro Centro per la diagnosi del tumore al seno di Herat, in Afghanistan, non c’è più. È stato chiuso dopo che il personale medico da giorni ci aggiornava su una situazione sempre più angosciante", così la Fondazione Umberto Veronesi comunica la notizia sul suo sito web ed è l'ennesimo colpo al cuore, l'ennesima conferma del dolore di un Paese lacerato. Ancora una volta a patire le conseguenze sono le donne: al centro accedevano gratuitamente circa mille donne l’anno e dal 2013, anno in cui è stato istituito, sono state esaminate circa 9.300 pazienti. "Nel centro lavoravano fino a pochi giorni fa 8 persone", spiega Annamaria Parola, responsabile Relazioni istituzionali e Progetti internazionali della Fondazione, "Il personale medico e paramedico è stato ospitato per incontri di formazione due volte in Italia e una volta in India. Sono tutte donne afghane". Fortunatamente sono state tutte evacuate dal Paese e messe in salvo con le loro famiglie, ma oggi ad Herat non c'è più nessuno che si occupi di tumori al seno.


“Fino a un mese fa ero la responsabile del centro, mi occupavo delle mammografie e dei tumori al seno", racconta infatti a La Stampa una delle dottoresse, "Ora non c’è più nessuno che lo faccia. È uno strazio”. Con l'avvicinarsi dei talebani la situazione si era fatta sempre più tesa e allarmante e il personale medico aveva iniziato a temere per la propria vita. "Sentiamo i combattimenti sempre più vicini", avevano raccontato le dottoresse su Skype parlando con i medici italiani della Fondazione, "L’aeroporto è chiuso perché temono bombardamenti, tutti gli occidentali se ne sono andati e chi ha lavorato con loro è rimasto qua. Siamo in trappola, vi prego aiutateci". Il 12 agosto la chiusura del centro di diagnosi è risultata inevitabile: i talebani sono entrati ad Herat, un importante centro economico e culturale del Paese e ne hanno preso il controllo. "In quel momento abbiamo capito che dovevamo scappare", spiega la dottoressa, "perché la situazione stava diventando complicata. I talebani non ci avrebbero risparmiato, ci avrebbero odiati. Così siamo andati a Kabul. Lì, grazie alla Fondazione Veronesi, siamo stati messi su un aereo militare e siamo arrivati in Italia".

Per le donne afghane del Centro ora inizia una nuova vita lontano da casa: "Sono tutte persone preparate che hanno completato gli studi, hanno lavorato per anni con il sostegno italiano perché credevano veramente nella possibilità di un processo di pace nel loro paese martoriato" spiega Monica Ramaioli, direttrice generale di Fondazione Umberto Veronesi. Rimane l'amarezza, l'angoscia e il pensiero di tutte le donne rimaste ad Herat e nel Paese e che non potranno più accedere al centro e alle cure mediche. "È uno strazio", non c'è altro che possiamo aggiungere.

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