"Ho guardato il concerto di Dua Lipa insieme a Federica Carta ed è stato come una sbronza colossale"

Di Carlotta Sisti
·11 minuto per la lettura
Photo credit: Gareth Cattermole - Getty Images
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From Cosmopolitan

Il live in streaming intitolato "2054" di Dua Lipa è stato come una sbronza colossale, di quelle che il giorno dopo ti lasciano un hangover bello potente, che si manifesta nei modi più bizzarri. Per chi scrive s’è, di fatti, tradotto in un tuffo nell’armadio, accompagnato da uno stato di trance con “Psysical” in loop nella testa, alla ricerca di quell’abito di paillettes arcobaleno, che pendeva triste, dimentico ed arreso al lockdown. Sempre sotto i fumi dello spettacolo trasmesso da LiveNow, (una nuova rete di distribuzione che propone sport, concerti, fitness, stand-up comedy e molto altro ancora) ho creduto di vivere ancora in un mondo nel quale di sabato si indossano cose chiassose, si esce con cattive intenzioni e maleducazione, e ci si pente solo alle soglie del lunedì. Inutile dire che l'illusione è durata poco, giusto il tempo di un’occhiata di auto commiserazione nello specchio, un’occhiata di commiserazione da parte dei membri della famiglia, ed eccomi di nuovo battere in ritirata verso il consueto completo da zona arancione, fatto dello stesso materiale di cui è fatto il lockdown, e cioè il pile. Per fortuna a farmi rientrare per un po' in quello che è stato uno show multiforme, tanto anni 80 come ispirazione (nei costumi tutti pantacollant, canotte di lamè e spalline imbottite ma anche nella regia, che faceva molto vhs) quanto innovativo, proprio perché impossibile da incasellare in un solo termine (non è stato un musical, ma nemmeno solo un live, se non facesse sorridere direi che è stato un "varietà"), ci ha pensato Federica Carta. Con lei, che in questo 2020 ha cambiato tutto, facendo uscire tre singoli "Bullshit", "Easy" e "Morositas" che segnano una fase 2 della sua carriera, "più cruda, più sfacciata", come racconta con manifesta fierezza e un senso di liberazione nella voce e sulla faccia, ho parlato di "2054", ma anche di crisi personali, social, sorellanza, di che cosa vuol dire avere "quasi 22 anni" e soprattutto, come leggerete, di una cosa che le sta molto a cuore e che sono quelli che lei chiama "punti di svolta".

Partiamo dallo show: ti è piaciuto?

Stupendo, mi sa che ho pure esagerato con le stories, ne ho fatte troppe, ma ci sono stati così tanti momenti fighi che non ho resistito. In tutta questa bellezza, però, ho avvertito la mancanza del pubblico, anche se c’erano tanti ballerini, tanta scenografia, tanti dettagli che hanno riempito bene questo vuoto. Di certo dietro c’è stato un lavoro assurdo, dalla regia alle coreografie, tanto che a un certo punto mi sono chiesta come facesse, sta ragazza, a ballare e cantare da dio da un’ora e mezzo. Ho apprezzato molto il lato più disco, che anche se non è il mio genere perché io sono più una da piano e voce, fatto da lei è perfetto. Nonostante la nostalgia che mi ha fatto venire dei concetti, mi sono divertita, ho ballato e questo penso fosse l’obiettivo principale dell’evento, far divertire le persone in un momento così difficile.

A proposito di piano e voce, quanta potenza c’è stata in quei due minuti di Elton John che ha cantato “Rocket Man”?

Mamma mia, è stato incredibile, infatti quando hanno sfumato la sua voce e se n’è andato ho proprio sentito che avevo bisogno di un altro po’ di lui, di quella situazione più intima.

A parte il nostro Sir, dei tantissimi guest, da FKA Twins a Kylie Minogue, chi ti è piaciuto di più?

Ho un debole per Angèle e mi piace tantissimo “Fever”, trovo che le loro voci stiano molto bene insieme. Ma al di là degli ospiti, è stata l’atmosfera la cosa che ho amato di più: c’era tanto colore, tanta positività, tanti momenti girl power che mi hanno gasata, poi, certo, uno rosica pure.

Eh sì, mi sa che abbiamo rosicato tutti. Tu sei una che pre lockdown amava andare a ballare?

Guarda, ieri ho detto al mio ragazzo, mentre guardavamo l’after party di Dua Lipa “io odio andare in discoteca, ma ora mi manca andare in discoteca”. Mi è proprio salita la voglia di stare in mezzo alle persone, mi sono tornati in mente i miei, di after party, soprattutto quelli dopo i concerti in piazza, quando venivo letteralmente gettata in mezzo alla gente, con ragazzi e ragazze che si buttavano uno sopra all’altro. Anche quella cosa lì, che non mi piaceva perché odio le situazioni potenzialmente pericolose e gli ammassamenti in generale, adesso mi manca. Però lo show di ieri, al netto delle nostalgie, mi ha fatta stare meglio, avevo bisogno di ritrovare la fiducia che, dai, teniamo ancora duro, che torneremo a stare insieme e a fare casino.

C’è una nuova ondata di pop star, come Dua Lipa ma anche come Lizzo ed altre, che sono vere attiviste, che si sentono libere di esprimere la proprie opinioni, anche talvolta scomode: ti piace questa cosa?

Lo apprezzo molto e di pari passo con il mio cambiamento, con la mia crescita, anche io ho iniziato a fare una musica un po’ più cruda. Le artiste che si espongono per le cose in cui credono sono un esempio per me, sono un’ispirazione, guarda anche alla stessa Billie Eilish, che si batte per i diritti degli animali o contro il body shaming. Vedere così tante donne, non solo artiste, libere di dire ciò che vogliono è sempre meno una notizia, per fortuna, e sempre più la normalità. E deve diventare solo questo, normalità.

Si stanno facendo passi avanti proprio in quest’ultimo periodo, grazie anche a persone con un seguito enorme come Chiara Ferragni, che s’è messa a parlare in modo netto di temi come il revenge porn, il victim blaming, la violenza di genere.

Ha avuto un grande coraggio, per fare un discorso così netto e deciso, dall’inizio alla fine e sappiamo perfettamente quanto un’influencer così famosa ed amata possa effettivamente cambiare le cose. Io pure quando vedo o leggo qualcosa che mi colpisce, che tocca le corde del mio senso della giustizia, lo condivido, ne parlo, e se qualcuno commenta, come accade “ma che ne sai, ragazzina, lascia perdere la politica e canta” ormai me ne frego, perché conosco le regole del gioco. In tutto questo giustissimo parlare di donne, mi fa molto piacere notare come anche tanti ragazzi stiano iniziando a schierarsi dalla nostra parte, senza più paura, senza più lo spauracchio dell’uomo alfa che arriva e ti sfotte. Forse stiamo iniziando ad estirpare questa brutta malattia che è il machismo.

La tua generazione pensi sia più propensa ad estirpare modi di pensare obsoleti?

Io sono nata nel 1999 ed allora non credo che la società italiana fosse granché aperta mentalmente. Sto avvertendo un forte cambiamento negli ultimi due anni, quando abbiamo iniziato, anche grazie ai social, a sentire gli altri parlare di argomenti che fino a quel momento erano grossi tabù, come per esempio la salute mentale o, appunto, le questioni di genere. Da due anni abbiamo accelerato molto, e in me è cresciuta la fiducia che la mia generazione possa davvero avere un gran bel futuro. Sempre che ce ne sia uno (ride).

Parentesi dark di Federica Carta!

Sì, ma io la sono, dark, anzi ora rincaro la dose dicendoti che mi sale l’ansia se penso che sto per compiere 22 anni. E poi saranno 23, 24 …

Come mai così giovane e così preoccupata del tempo che passa?

Credo che sia perché da quando ho fatto “Amici”, ed avevo 18 anni, ad oggi, il tempo è volato senza che me ne accorgessi, ho fatto tante di quelle cose, Sanremo compreso, che se ci penso nemmeno ci credo. Da quando siamo in lockdwon, invece, questa sensazione del tempo che passa in maniera velocissima è aumentata, per il fatto che i giorni passano senza produttività, senza poter andare in studio a fare la mia musica.

La tua musica, come dicevi prima, in questo 2020 è cambiata molto, immagino lo sia anche tu. Quando e perché è cominciato tutto?

Mi sono accorta, un anno e mezzo fa, di non essere soddisfatta di me, come artista. Sentivo che avevo bisogno di un linguaggio diverso, di pormi in maniera diversa, e quando è arrivata “Bullshit”, il pezzo che ha svoltato il mio percorso, ho capito che era esattamente così che volevo che fosse la mia musica in questo momento: più sfacciata, più sincera, più sti cazzi, e se voglio fare la figa faccio la figa. Però sarebbe una bugia se ti dicessi che voglio che rimanga per sempre questo, il mio stile, perché una grande conquista, dopo la crisi profonda, è stata capire che sono fatta di molte cose, e va bene così, quindi quando vorrò fare la canzone al pianoforte triste, la farò. Voglio provare a fare tanti generi, perché li ascolto, voglio sperimentare, voglio entrare di testa nel progetto, mentre prima i progetti li guardavo da lontano, gli davo la mia voce , dicevo “okay, mi piace” anche se non ero convinta.

E come ha preso la tua fan base il cambiamento?

Bene, devo dire che in questo sono molto fortunata. Hanno capito. Poi magari la sera prima che esca un singolo mi scrivono in dieci “Fede, ti prego, fa che sia depresso perché ho bisogno di piangere”. Ma più di tutto mi hanno scritto che questa nuova me è molto gnocca!

Vero, assomigli a Dua Lipa.

Ma sai che ieri mi hanno scritto in tanti, dicendomi questa cosa. Mi fa ovviamente piacere, se si tratta di un complimento estetico, ma se il paragone riguarda lo stile, la voce, credo non ci sia niente di peggio.

A chi ti hanno paragonata?

Quando facevo i concorsi di canto mi dicevano che ero uguale a Laura Pausini e io piangevo per terra, in un angolo. E io adoro Laura Pausini, ma sentirmi dire che le assomigliavo mi uccideva, perché il mio più grande desiderio come artista è essere unica.

Tu sei bellissima, gnocchissima, ma il video tuo che ho amato di più è quello di “Easy”, in animazione. Anche il pezzo è meraviglioso. Mi dici qualcosa di questo brano?

Prima di tutto grazie, sono felice di sentirtelo dire, primo perché il video lo ha fatto il mio ragazzo, Gianluigi Carella, secondo perché anche io l’ho amato molto, pur essendo consapevole che sarebbe stato più difficile da capire, da far arrivare, perché riprende lo stile Anime, che è un po’ di nicchia in Italia. Dietro a quel video c’è un lavoro gigantesco, che ha coperto tutto il lockdown di marzo, con lui che lavorava da New York, e appena aveva qualcosa di pronto me lo faceva visionare, quindi in sostanza tra fuso e tutto, non dormivo più.

Tu a New York hai girato “Bullshit” …

E infatti ci siamo conosciuti sul set, anche in quel caso lui era regista, e sì, per me è stato un colpo di fulmine. Lui viveva a New York, ora invece è bloccato qui a Milano per via del Covid.

Altrimenti avresti valutato di andare tu negli States?

Questa probabilmente è una cosa che ho detto solo a mia madre, ma è da quando sono piccola che le ripeto che voglio andare in America. Non è questo il momento, per via della mia transizione artistica, che mi fa sentire più bisognosa di tutti i miei appoggi, ma tra un anno-due vorrei tantissimo trasferirmi, sento il bisogno di prendere e imparare da altre culture, per non rimanere chiusa in certe dinamiche, anche di scrittura.

Ora stai scrivendo?

Sto provando. Sto trasformando il box auto del palazzo dove vivo qui a Milano in uno studio. Ho dipinto due pareti su tre e quei grandi dei miei genitori, e li amo tantissimo, mi hanno portato su il mio pianoforte dalla casa di Roma. L’altro ieri sono andata nel box con il mio bicchiere di vino rosso, ho chiamato un mio caro amico e gli ho detto “zio, io ho ‘sto pezzo, ti prego aiutami a finirlo” e l’abbiamo finito. Quindi mi hai beccata nel momento in cui mi sono sbloccata. Com’è successo quando sono andata in crisi.

A inizio intervista hai parlato della bellezza del girl power nella musica: in Italia come va su questo fronte?

Credo che si stia iniziando ad avere più rispetto l’uno per l’altro, nel mondo degli artisti, cosa che nel mondo delle donne, al netto delle diffidenze, c’è anche di più rispetto al mondo maschile. Penso, per esempio, all’importanza di un progetto come “Una. Nessuna. Centomila”, che ha unito sette artiste sullo stesso palco contro la violenza sulle donne. Così come ho amato “Le ragazze di Porta Venezia” di MYSS KETA, che, con tutt’altro registro ma non con meno valore, ha rappresentato il manifesto più efficace possibile sulla sorellanza, sul volersi bene e supporti, pure quando si hanno riferimenti, gusti, stili totalmente diversi. Ed è questa la nostra forza e la sarà sempre, rimanere unite e compatte, difenderci. Di fatti nulla mi fa partire i cinque minuti più di una donna che commenta con cattiveria un’altra donna, quello è un disastro dal quale abbiamo il dovere di salvarci.