"Ho sentito la necessità di dare voce a certe minoranze: i neri, i migranti, i rifugiati come me"

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Photo credit: Alessandra Benedetti - Corbis - Getty Images
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«È stato come se per la prima volta sentissi il diritto di girare un film in inglese e con un punto di vista critico sull’America, il Paese che mi ha accolto. Pensavo di non avere il fegato di farlo e poi, all’improvviso, ho sentito urgente la necessità di dare voce a certe minoranze: i neri, i migranti, i rifugiati come me».

Affettuosa e visionaria, la regista Shirin Neshat, nata in Iran e rifugiata dai tempi dell’Università negli Stati Uniti, presenta a Venezia, nella sezione Orizzonti Extra, il suo Land of dreams, film politico e sottilmente satirico con Sheila Vand, Matt Dillon e William Moseley, che attinge al suo infaticabile impegno di artista.

In origine Land of dreams era una mostra.

Sì, composta da 111 ritratti di americani di etnia, religione, censo ed età diverse, raccolti girando il Paese porta a porta: a loro ho chiesto di raccontarmi i sogni ricorrenti, che sono stati trascritti a mano dietro ciascuna foto. Era una sorta di mappa dei volti e delle paure inconsce del Paese, emerse attraverso i materiali onirici. A questo si aggiungevano due video in bianco e nero, in cui Sheila Vand impersonava già una fotografa, cioè me, ripercorrendo il mio stesso lavoro.

Come è arrivata dalla mostra al film?

Con l’aiuto dell’immenso Jean-Claude Carrière, che ci ha da poco lasciati, e che ha aggiunto personaggi e strati alla sceneggiatura, insieme a una sorta di irresistibile surrealismo.

Ha anche lei un sogno ricorrente?

Sì e riguarda sempre in qualche modo mia madre, che ha 90 anni e vive ancora in Iran, e la paura di perderla. Mi chiama ogni giorno e mi aggiorna sulle cose: è uno dei pochi legami che mi rimangono con il mio Paese. Senza essere psicologi, in controluce, questo genere di sogni evoca anche lo spaesamento di chi, come noi esuli, non ha più una madre patria.

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