His House su Netflix è la sorpresa horror che stavamo aspettando

Di Stanlio Kubrick
·5 minuto per la lettura
Photo credit: Netflix
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From Esquire

His House è costruito su un’idea talmente semplice, direi anche ovvia in questo periodo storico, che ci si sorprende di aver dovuto aspettare il 2020 per vederla realizzata – stupore che dura giusto il tempo di ricordarsi che tendenzialmente le storie raccontate al cinema hanno protagonisti con la pelle bianca e che l’horror in particolare ha da sempre un rapporto complicato con la gente non caucasica, ma questo è un altro discorso.

Figlio in qualche modo del fatto che Jordan Peele ha un po’ cambiato questa conversazione con Get Out e Us, ma soprattutto del fatto che l’Europa si confronta da anni con la questione della gestione dei flussi migratori dall’Africa e della ridistribuzione e magari persino inserimento sociale di un sacco di persone arrivate nel continente a bordo di un barcone – o meglio non si confronta con questa questione, che è poi un po’ il motivo per cui esiste ed è così efficace –, His House è il debutto sulla lunga distanza di Remi Weekes, regista inglese che si era fatto notare con un paio di cortometraggi spaventerelli e che qui ci regala la sua variazione su uno dei temi più classici dell’horror tutto: quello della casa infestata.

Photo credit: Netflix
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La casa in questione è quella di Bol e Rial, due rifugiati del Sud Sudan arrivati sulle coste inglesi e immediatamente portati in un centro di detenzione per migranti; nel corso del viaggio i due hanno perso la figlia Nyagak, e quando il governo inglese li ricolloca in un alloggio temporaneo, nel quale dovranno rimanere fino a nuovo ordine in attesa che il loro status di rifugiati venga discusso e le istituzioni prendano una decisione definitiva sul loro futuro, si ritrovano a doversi ricostruire una vita da zero in un Paese sconosciuto, e con il fantasma della figlia scomparsa a tormentarli.

Come da tradizione per i film di case infestate, il suddetto fantasma è poco metaforico e molto reale, e comincia a manifestarsi alla coppia prima con gesta da poltergeist (rumorose e spaventose ma tutto sommate innocue), poi inducendo nei due visioni tra il lynchano e l’apocalittico, infine passando alla cara, vecchia violenza. Come dicevo prima, His House è un film molto tradizionale in termini di struttura e anche di grammatica: c’è tutto quello che vi aspettate da una storia che parla di una casa e del fantasma che ci abita, e tutto raccontato con uno stile altrettanto classico, che si permette addirittura di citare in maniera piuttosto esplicita Shining e che non si risparmia nessun trucchetto per spaventare, dalle figure sfocate che compaiono per un istante all’angolo dell’inquadratura ai mostri che si rivelano quando si spegne la luce.

Photo credit: Netflix
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La differenza la fa quindi quello che viene raccontato, non il contenitore ma il contenuto, per il quale Weekes (e la coppia che ha scritto il film, composta da Felicity Evans e Toby Venables, entrambi bianchissimi peraltro) guarda più alla cronaca del Mediterraneo che a Paranormal Activity. Tra uno spavento e l’altro, His House è anche la storia di una coppia che si ritrova in un luogo non familiare, geograficamente amorfo (a un certo punto Bol chiede al barbiere “siamo a Londra?” e lui risponde “boh, perché no?”) e intrinsecamente ostile, dove persino la comunità nera locale li guarda con sospetto perché non sanno parlare bene l’inglese.

E che è arrivata in quel posto dopo un viaggio per descrivere il quale mancano gli aggettivi, e che ritorna sempre più di frequente nei sogni e visioni indotte dal mostro di turno, andando così a legarsi inestricabilmente agli spaventerelli più classici fatti di facce deformi che spuntano all’improvviso dal buio. Una buona parte dell’orrore di His House è contenuto nelle sequenze che raccontano la fuga di Rial e Bol dal loro villaggio e la loro traversata verso lidi teoricamente migliori, e uno dei trucchetti preferiti di Weekes è sovrapporre agli interni della casa dei due immagini nautiche di naufragi, tempeste, barconi rovesciati, come a dimostrare fin da subito uno dei messaggi cardine di tutta l’operazione – i fantasmi del passato ti seguono ovunque, e bisogna affrontarli, non ignorarli.

Photo credit: Aidan Monaghan/NETFLIX
Photo credit: Aidan Monaghan/NETFLIX

È un messaggio abbastanza universale (il nostro rapporto con il trauma e la rimozione dello stesso è un tema che si può applicare a circa qualsiasi cosa) da trascendere la storia di Rial e Bol fino a diventare un archetipo, ma non c’è dubbio che se il trauma in questione non fosse questo l’impatto di His House non sarebbe stato lo stesso. È un film molto esplicito, smaccatissimo, ed è ammirevole la sfacciataggine con cui Weekes usa un immaginario che ci è tristemente familiare e lo mette in scena sotto forma di sequenza horror; non c’è alcun messaggio nascosto o seconda interpretazione, His House è prima di tutto un film su cosa significa fuggire dal proprio Paese per salvarsi la vita e finire in Europa oggi, e il personaggio di Matt Smith (funzionario governativo preposto a controllare che tutto vada bene) è lì a dimostrarlo.

E sia chiaro che la mia non è una critica, anzi: l’horror è un genere che esiste per shockare e sconvolgere e dare fastidio, e se vedere un barcone rovesciato in mezzo al Mediterraneo trasformato in una scena che sembra uscita da un film di Carpenter dovesse dare fastidio a qualcuno perché “eh signora mia che cattivo gusto!”, be’, benissimo, siamo qui apposta. Se invece non avete lo stomaco delicato e vi piace l’idea di vedervi sbattere in faccia quanto facciamo schifo come continente quando si tratta di salvare vite umane e prevenire catastrofi umanitarie, His House è su Netflix apposta per questo.

Photo credit: Aidan Monaghan/NETFLIX
Photo credit: Aidan Monaghan/NETFLIX

PS: lo so che state pensando “perché HIS House e non THEIR House?” e lo so che impressione fa, ma in realtà c’è un motivo anche per questo dettaglio, anche se non è spiegato a chiare lettere come tutto il resto del film.

PPS: nel caso vi fosse venuto il dubbio, sì, ovviamente His House è un film dove “la casa è un personaggio e non solo un luogo”; in questo senso, tenete d’occhio la carta da parati.

Ultimo PS: non chiedetemi “ma fa paura?” perché è una domanda senza senso e lo sapete benissimo anche voi. Per quel che vale, a me ha fatto scorrere più di un paio di brividi lungo la schiena.