I fantasmi del palcoscenico

Alessandro De Angelis
·ViceDirettore
·5 minuto per la lettura
Combo (Photo: Huffpost Italy)
Combo (Photo: Huffpost Italy)

Facendo un giro sul “palcoscenico”, si capisce che per Renzi il punto non è votare o non votare il famoso dpcm (che non cambierà), perché tra l’altro tra contagiati e quarantene non si capisce nemmeno se al Senato ci sono i numeri per evitare incidenti. Il punto è tutto tattico, marcare un distinguo: “Alla curva fondamentale – ha spiegato ai suoi – Conte ha dimostrato di non saper guidare la macchina, perché è evidente che non funziona nulla, dal tracciamento alla scuola, ed è stata fatta una misura che non serve per arginare i contagi e ammazza l’economia”. E chi gli ha chiesto lumi sul che fare, ha risposto: “I prossimi quindici giorni saranno cruciali e si porrà il tema di una safety car”. Ovvero di una soluzione di emergenza sostenuta da tutti, dove tutti rallentano i giri, per poi tornare a velocità fisiologica a emergenza finita.

Cambiando attore, si capisce anche che Nicola Zingaretti è molto preoccupato, perché, per dirla con qualche suo stretto amico romano, “non è che Conte ci fa, è proprio che questa situazione è troppo più grande di lui, nun gliela fa”. La realtà è squadernata: i tracciamenti, intere le regioni fuori controllo, provvedimenti contraddittori. L’altro giorno in direzione quando Cuperlo ha finito il suo intervento, il segretario del Pd, gli ha detto di essere molto d’accordo. Nell’intervento Cuperlo aveva detto: “Nicola, non possiamo stare fermi, così non funziona più”. Non è stato il solo. Anche Bettini che fino a qualche settimana fa considerava Conte un “gigante”, perno di una operazione politica storica e di una gestione prodigiosa dell’emergenza, nel suo intervento ha suggerito “l’esigenza di un qualche aggiustamento della squadra di governo, non per ambizione di qualcuno, ma perché qualche problema c’è”.

Quando poi si arriva dalle parti di Di Maio, si capisce che l’ex capo politico dei Cinque stelle con l’ambizione di tornare ad esserlo, non è così dispiaciuto del grande disordine sotto il cielo del governo e, comunque, poco fa per impedirlo (il gruppo del Senato contro la De Micheli, la Azzolina contro Speranza, il malumore contro Conte) perché indebolisce l’inquilino di palazzo Chigi. Cioè il grande disordine, come da manuale maoista, sarebbe segno che la situazione è eccellente.

In questo spettacolo accadono cose singolari. Come la proposta del capogruppo del Pd Andrea Marcucci di un comitato di salute pubblica per l’emergenza, semanticamente giacobina, politicamente indefinita nei suoi rapporti col governo. Proposta però non condivisa, né apprezzata dal Nazareno. Anzi avvolta dal sospetto che Marcucci stia facendo il gioco di Renzi: indebolire Conte, per voglia di rimpasto. Di rimpasto effettivamente si è parlato e si parla, ognuno col suo disegno e con le sue ambizioni. Non solo Renzi ma anche una larga parte di Pd ha chiesto a Zingaretti o a Orlando di entrare, secondo un ragionamento che ha una sua logica: così non funziona, prima che sia troppo tardi, introduciamo un principio di guida politica nel governo accompagnato da un profondo riassetto della squadra. Ipotesi che vede contraria, ovviamente, l’attuale compagine di governo e il suo capo delegazione Franceschini, il più contrario di tutti.

Fine del giro. Una rapida rilettura del taccuino. E un paio di considerazioni, anzi tre. La prima è che il rimpasto, così la pensa anche il segretario del Pd, è già superato dal salto di qualità dell’emergenza, sepolto dal dpcm appena varato e dalla prospettiva del lockdown qualora dovesse rivelarsi inefficace. La seconda che il problema più di questo o quel ministro è nel manico (palazzo Chigi) e a palazzo Chigi non c’è nessuna intenzione di giocare d’anticipo (il famoso cambio di passo), ma il paternalismo di chi, dopo quattro mesi buttati, indora la pillola promettendo un Natale sereno.

La terza, che poi è il vero punto, è che i protagonisti di cui si è dato conto, che si percepiscono come tali, sono dei “fantasmi”, che si illudono di poter gestire la situazione, ma in realtà è ormai la situazione a determinare i tempi della politica. Perché questo establishment, sin dall’inizio, ha già scelto di seguire gli eventi, nella convinzione che l’epidemia l’avrebbe rafforzato, rinunciando a un appello alle forze migliori del paese, per poi trascorrere una allegra estate da “vincitori”, in un’orgia di trionfalismo sui prodigi del “modello italiano”.

Guardate l’Italia. Lì fuori nelle prossime due settimane ci saranno solo due questioni, mentre il Parlamento oggi ha discusso una mozione sul Ponte sullo stretto, rinviata perché evidentemente il dibattito cinquantennale ancora non la rende matura: i contagi, accompagnati dal tilt del sistema dei tracciamenti, e le piazze, Napoli, Torino dove si è verificata una oggettiva convergenza tra Akatasuna e Forza nuova, e stasera gli scontri a Piazza del Popolo a Roma. Perché davvero non si capisce cosa altro debba succedere per comprendere che siamo all’“allarme rosso”, come ha spiegato Marco Minniti (a proposito: più che una Cassandra, un vero ministro dell’Interno).

Ecco, il vero palcoscenico della crisi è nelle mani dell’emergenza, in un quadro in cui l’alternativa è tra il governo esistente, incapace di cambiare se stesso, e il collasso, di cui si intravedono già i prodromi, capitolo finale di una “crisi di sistema” da tempo squadernata e ignorata. Cioè che, in tempi utili, poteva essere una scelta della politica, rischia di essere una scelta “contro” il sistema politico, che nasce sulle sue macerie. Una safety car, ma con le macchine già deragliate.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.