Icons: le tre immagini più significative della settimana

Di Vivien Bovard
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Photo credit: Artwork Eva Novelli
Photo credit: Artwork Eva Novelli

From Harper's BAZAAR

18-25 gennaio

Dire che la storia dell’umanità è la storia della sua lingua non è errato. È infatti il mito il primo tentativo di sistematizzazione della realtà circostante, lo strumento che ha permesso di creare un ordine che, altrimenti, non ci sarebbe stato. La parola è il mezzo attraverso il quale possiamo inventare nuovi mondi. Secondo Sigmund Freud, ai primordi essa era considerata una formula magica, un elemento divino, acquisito dall’umano, in grado di avviare processi di trasformazione. Da ciò deriva il potere della poesia: la tecnica linguistica figurativa che cerca vie utopiche di dire e modi espressivi, capaci di spalancare universi. L’installazione di Jeremy Deller, artista concettuale del Regno Unito, More Poetry is Needed (2014) è allora una richiesta, urgente, di attenzione verso le modalità con cui modelliamo la nostra voce. È richiesta più poesia, ma perché? Perché nel tumulto dei versi e delle lingue diverse che abitano la Terra, la poesia ci salva da un becero utilizzo del nostro più raffinato metodo di comunicazione, la lingua. Le tecniche poetiche non sono solo materiale da laboratorio letterario, ma incidenze che incontriamo ogni giorno. Si trova poesia dappertutto: nelle parole di amanti scambiate per strada, in un buongiorno detto con un ritmo armonico o ancora sui social, dove, tra innumerevoli caption, a volte si trova quella giusta per noi. Poesia è quel linguaggio in grado scatenare tempeste. A noi scovarla, a noi diffonderla.

La moda odierna si fonda su collaborazioni e partnership: alcune interessanti, altre talmente sfacciate da destare un profondo senso di disagio verso il sistema. Quella tra Maison Valentino e Koreen Odiney, fondatrice di We Are Not Really Strangers, rientra sicuramente nella prima categoria. Quello di Odiney, apparentemente un semplice passatempo ludico, è in realtà un vero e proprio movimento, che ha oggi trovato un posto sicuro nella maison guidata da Pierpaolo Piccioli. Le sue carte, scintille di discussioni profonde, sono state griffate da Valentino, con cui è stata creata una nuova tiratura limitata, We Are Not Really Strangers X Valentino. Il fine è quello di contaminare il marchio di quel velo intimistico e riflessivo a cui il fashion system si dedica, per espiare i suoi peccati di superficialità. Una necessità accolta in gran coro dai designer contemporanei, consci che il sistema si debba piegare sempre di più agli aspetti vulnerabili dell’umano, se vuole mantenere una posizione fra le voci del cambiamento. Sul sito della maison, nella versione digitale del nuovo box, si può trovare il video di Koreen Odiney e Pierpaolo Piccioli che giocano, o meglio dialogano, con le nuove carte.

Non era di certo Bernie Sanders, senatore per lo stato del Vermont, ad aver bisogno dei suoi quindici minuti di fama. Invece, oltre a quella che già si portava dietro – per questioni ben più importanti -, dopo l’Inauguration Day, la bufera virale si è abbattuta su di lui. Il senatore, in quel corteo scintillante di colori accesi e sorrisi, intravisti grazie all’arricciamento degli zigomi sotto la mascherina, sembrava una voce fuori dal coro. Solitario e romantico, ci ha affascinato nella sua intransigente neutralità. Nell’amalgama gioiosa della riconquista della Collina, si è posto come un saggio silenzioso che di fronte allo spettacolo della vita, e la riaffermazione della democrazia, osserva il tutto con una felicità ascetica. Con le sue muffole – onore all’insegnante Jen Ellis! - e un accenno di abbraccio a sé stesso, per ripararsi dal freddo, in tutti noi ha illuminato la strada della dittatura del cuore, che lo ha riconosciuto come un soggetto familiare. Stella del fashion system si presume – e si spera - fino a, massimo, domani, il senatore si è conquistato un post su Diet Prada, l’acerrima nemica della moda istituzionale. Tuttavia, sul suo profilo Sanders sentenzia: “Fashion? Let’s get to work”. E così ai suoi quindici minuti di fama contrappone valori più duraturi, racchiusi anche nella maglia delle sue muffole, segno di concretezza e pauperismo ecologico.