Icons: le tre immagini più significative della settimana

Di Vivien Bovard
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Photo credit: Artwork Eva Novelli
Photo credit: Artwork Eva Novelli

From Harper's BAZAAR

28 dicembre - 4 gennaio

Nei solchi delle nostre dita risiede uno dei mezzi d’identificazione più conosciuti: l’impronta digitale. Un marchio che nella storia della moda ha avuto una posizione predominante. La stessa storia della moda ha subito una delle sue più grandi rivoluzioni grazie ad esso. Madeleine Vionnet, innamorata del drappo ellenico, per preservarsi dalle riproduzioni sfrenate dei capi, molto in voga a fine Ottocento, appose su di essi il suo nome e l’impronta digitale. Un gesto d’indipendenza che sancisce la fuoriuscita dall’anonimato da parte dei fabbricanti di moda. L’ingresso di questo spettacolo di nomi è l’incipit di quel sistema che, ancora oggi, più che alla virtù estetica del capo in sé dà importanza al nome di chi l’ha creato. Daniel Rosberry, direttore creativo di Schiaparelli - che non solo è fedele ad Elsa Schiaparelli, capostipite del brand, ma senza alcun manierismo è in grado di ragionare ancora con i codici da lei inventati – ha voluto interrogarsi su questo segno d’identificazione. Con acuta critica, l’idea di porre delle impronte digitali su un vestito vuole, con una maestria sartoriale elevatissima, dichiarare che il significato dell’abito appartiene agli individui che lo criticano. In altre parole, chiunque ci guardi, in un modo o nell’altro, ci sta lasciando un’impronta addosso. L’abito è una dichiarazione sociale. Le impronte disegnate e cucite negli atelier Schiaparelli sono l’esplicitazione del fatto che le nostre identità prendono forma dalle opinioni degli altri, anche da quelle non espresse.

Il memento mori è il monito liturgico che ci ricorda che, per quanto invincibile, il destino umano è comune e ha una fine. Ultimamente questa modalità non era più tanto in voga (e menomale, dico!). Tuttavia, forse non con queste maniere, la dimensione della fine non deve essere esorcizzata a tutti i costi. Soltanto nell’epifania che ci consapevolizza in merito al nostro termine, troviamo l’estrema importanza della vita che, pur nella sua brevità, rimane un miracolo. Non accorgersi dell’esaurimento del nostro corso su questa terra, è una cecità che ci limita. La pandemia ci ha riavvicinato parecchio a questa dimensione. Gli Uffizi che, in quest’anno così strano, hanno dimostrato competenza nell’affrontare questi tempi così in bilico, hanno dato l’avvio al nuovo anno con un particolare della Madonna col bambino di Cima da Conigliano, che ci aiuta a comprendere meglio il rapporto che viviamo con la morte. Scrivono: “Il riflesso di prensione palmare detto anche “grasping” definisce l’istinto innato nel neonato di stringere una cosa nel palmo della mano e anche con la pianta del piede. […] La vita comincia con l’afferrare qualcosa. Il tatto, il primo senso utile per la sopravvivenza”. Questo per dire che, fin dall’inizio dei nostri giorni, ci aggrappiamo alla vita come a una necessità, perché sappiamo che è preziosa e delicata. Giorno dopo giorno, ognuno di noi, dovrebbe assaporarne il midollo, perché è indicibile la fortuna che abbiamo di vedere, di sentire, di toccare. Il mondo da questo anno sferzante forse non ne uscirà migliore, ma più consapevole e questo è comunque un gran passo avanti.

Odi et amo. Le prime parole di un verso talmente iconico che su Icons meritano il loro posto. Il dissidio umano che conferma la sua natura essenzialmente contraddittoria. Queste tre parole, testimoni dell’epigramma più famoso dell’intera storia umana, sono quelle che questa rubrica dedica al duemilaventuno, l’anno che – e basta per annoverarsi fra le annate più significative – segue il duemila venti. La poesia di Catullo da nessun critico è stata annoverata come una poesia dell’odio. Nei termini più elementari questa, che inizia con la parola Odi (odio), è una poesia d’amore. A dimostrazione che, fuor da ogni morale, amor vincit omnia. E non lo fa, perché una qualche potenza divina si è erta dittatrice di un eros universale, ma perché tutto ciò che è limite, tutto ciò che è distruzione, è semplice mancanza d’amore. Dedicare queste parole al duemilaventuno, in ultima analisi, ha un significato preciso: gli abissi dell’odio dilagano nel mondo e non sarà accecandoci d’illuso amore che ci salveremo. Riconoscere tutto ciò che in noi è oscurità – odio – sarà ciò che darà più forza all’amore. Perché battuto lì, in seconda istanza, quell’amo, seguito da un impulsivo odi spiega l’epigramma e, forse, la vita: l’amore è nascosto, spesso arriva dopo, ma è ciò che governa tutto. Perché l’ottantacinquesimo carme di Catullo, benché inizi con la parola Odi, è una poesia d’amore. E quindi, come si usa dire, ama e fa’ ciò che vuoi!