Icons: le tre immagini più significative della settimana

Di Vivien Bovard
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Photo credit: Artwork Eva Novelli
Photo credit: Artwork Eva Novelli

From Harper's BAZAAR

4-11 gennaio

Domande attente e intimistiche, poste con una schiettezza elegante che lascia sbalordito il pubblico, sono il cuore della nuova campagna Prada. Già cult, e quindi soggetta a grande critica, la creazione di Ferdinando Verderi - il creative director eletto da Miuccia Prada e Raf Simons per l’opera – è un’iniezione di sensibilità all’interno del mondo moda che, sempre di più, tra ipocrisie e sinceri tentativi, cerca di farsi portavoce dei desideri e delle paure del mondo. Sui volti delle modelle e dei capi Primavera Estate 2021, un accogliente minimalismo chiede: “Is future a romantic idea for you?”, “How is unique different from new?”, “Does cloud make you think of data or sky?”, “Should we slow down or speed up?” e così via. Interrogazioni non banali che, senza pretese, chiedono riscontri da parte dei fruitori. Sul sito di Prada è infatti possibile rispondere al questionario poetico che s’inserisce in una conversazione tra pubblico e creatori. “Un dialogo aperto a molteplici prospettive”, scrive Prada sulla sua home. È la testimonianza che l’apparato moda, attento alle minime inclinazioni antropologiche, ha captato l’odierna esigenza umana di formulare riflessioni chiare, in vista di un futuro meno distopico di quello che si era strutturato. Così, tra dialoghi e confronti, si formano le prime tracce di un nuovo umanesimo.

La libertà assoluta deve assomigliare a un’eco di luce indistinguibile, a un vuoto abissale senza definizione, forse al nulla. È un concetto che l’essere umano fa difficoltà a figurare, perché egli nasce e si forma all’interno di parametri fisici e spirituali, dettati dalla cultura, che non si possono prescindere. Fra questi, il più dittatore è certamente il tempo, verso cui qualunque organismo vivente deve fare i suoi calcoli. Il suo ruolo è quello di quantificare, attraverso precisi elementi scientifici, il modificarsi dell’esistente. Al suo interno, dunque, tutti noi cerchiamo di dargli una definizione e l’abbiamo fatto – fuor di filosofia – con numeri e date: anni, mesi, ore. Questo per arrivare a chiedersi: domani è davvero un altro giorno? Anno dopo anno (o meglio: Capodanno dopo Capodanno) che fine fanno i propositi, le lettere scritte a noi stessi per prometterci di essere qualcosa di più o di meno? Forse a tanti, con il cinismo a intermittenza che colpisce un po’ ognuno, queste sembrano soltanto delle scuse, per deporre gli anni andati (soprattutto se malandati) nell’archivio dell’oblio, ma c’è qualcosa di più. Il tempo, l’alternarsi di giorno e notte, le rotazioni celesti che non si riescono a fermare, che l’umano ha definito con numeri, è il tentativo di assomigliare ai rituali dell’universo. La Terra in un anno gira intorno al Sole, e l’umano festeggia, come se tutto ciò gli appartenesse. Dare valore al tempo è un modo per assomigliare a qualcosa che è larger than life, che ci fa somigliare alla luna, al sole, alle stelle. Quindi, benché sia difficile da credere: anno nuovo vita nuova. Il duemila e ventuno è in atto da più di una settimana e non siamo la seconda stagione del duemila e venti. Qualcosa è cambiato. Sfruttiamo l’aurora e il crepuscolo per ridisegnare le forme dei nostri cambiamenti.

Joan Cornellà, è un illustratore e fumettista spagnolo, che si annovera ufficialmente nel panorama dell’arte contemporanea. Perché, benché l’estetica sia una delle materie più perigliose che esistano, si può dire a buon diritto che l’opera d’arte è considerata tale quando i regnanti (che sono oggi rapper e influencer) se l’appendono alle pareti di casa. È una legge tanto materialista quanto veritiera. Detto ciò, questo meme si meriterebbe, a prescindere, un posto d’onore per le sue capacità interpretative di uno dei momenti più bui della storia americana. Con l’ironia sferzante che gioca sul politically correct del it’s okay to be qualunque roba sulla faccia della terra, Cornellà inscrive su un capellino, dall’ambigua attribuzione trump-kukluxklanista, it’s okay to be illiterate. Il tipico sorriso delle sue creazioni e la spaesante rigidità del volto ci dicono che forse così okay essere analfabeti (e trumpiani) non è. Riferimenti, ovviamente, non puramente casuali e tutti dedicati allo scempio del Campidoglio e a quella coltre d’americani dalla tristemente dubbia appartenenza democratica. In pratica: vox populi, vox dei? A volte sì, questa volta no.