Icons: le tre immagini più significative della settimana

Di Vivien Bovard
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Artwork Eva Novelli
Photo credit: Artwork Eva Novelli

From Harper's BAZAAR

14-21 dicembre

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La civilizzazione dei social avverrà per occhio degli attenti. Il suo uso spasmodico e negletto è riservato a chi ne fa indigestione quotidiana e, pertanto, ne rimane intrappolato. La sferzante riproducibilità di Instagram, che questa rubrica ha intenzione di mitigare con l’analisi dei suoi frammenti, può, e deve, essere ridimensionata attraverso una chiave utile e valida anche al di fuori del mondo virtuale: l’attenzione. È quest’ultima l’arma necessaria per oltrepassare i limiti dell’inconsapevolezza. Un letto, in mezzo al mare, una rêverie purpurea senza pari, perfetta per micro-evadere dall’oppressione pandemica: ergo, like. Ottimo, ma perché like? Certo, non bisognerebbe fasciarsi la testa per questioni simili se Instagram fosse un luogo poco visitato. E invece lo è e quindi ci appartiene come ci appartengono i sogni. Perciò, quel materasso, in mezzo al mare, chiede di essere decifrato. Seguiamo pagine come @somewhereiwouldliketolive perché ci proiettano nell’alternativa a questo mondo. Quello non è un letto qualsiasi, è un letto in mezzo al mare, dove, solitamente, non lo ritroveremmo. È una scheggia d’idealismo, su cui dovremmo soffermarci di più. Le immagini hanno un gran potere sul labirinto della nostra intimità inconscia. Instagram è un corteo di sogni sfuggenti, non lasciamo che siano incubi. Di fronte a questo letto, meditate.

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“Please don’t play with Vincent!” implorano nei commenti. “He’s very fragile and delicate, respect him at all costs!” sentenziano gli indignati. È un tremolio d’orrore quello che pervade certi cultori di fronte a un’immagine simile: Vincent Van Gogh depauperato della sua aurea, in bilico su un dito, è pronto a frantumarsi a terra, con la sua cornice d’oro. E allora: addio a quei fiori di pesco dipinti nel sud della Francia, addio alle sue fragilità minuziose! Che scempio vedere che il Van Gogh Museum offenda, non il suo giapponismo, ma la sua intimità. Non si tratta di tele e pennellate, ma del profilo spirituale di una figura che si è aggiudicata un trono nell’Olimpo delle pop star. Fortunatamente: “No worries, one of our great prints” rassicura l’account del museo. Era, semplicemente, una stampa. “Don’t play with everyone’s anxiety like that” ribattono gli avventori. Per un pelo, si sono salvati. Queste reazioni sono il sintomo dell’affinità che si crea con figure così iconiche, come quelle del pittore olandese. L’originalità delle sue opere coincide con il background di esperienze psicologiche a cui faceva fronte l’artista mentre venivano dipinte. E, allora, capiamo che quando si visitano luoghi come il Van Gogh Museum non si guardano le opere. Si vivono le ipotesi dei profumi che in cui Vincent era immerso mentre le dipingeva. Non è questione di bellezza, ma un tentativo di ripercorrere la verità delle pennellate, come se il quadro rivivesse nuova vita, ad ogni sguardo. Una stampa non può restituire questa sensazione, perciò può anche cadere per terra, senza problemi. Non si farà male.

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Gli stilisti hanno sempre cercato, più o meno consapevolmente, una giustificazione artistica. La parola “creazione” in sé, quando si parla di un capo, presuppone un tentativo di somigliare alla figura dell’artista. Tuttavia, questo processo non è mai avvenuto completamente, lasciando aperta una ferita narcisistica che ha, però, portato alla luce soluzioni ibride degne di nota. L’ultima di queste è il progetto dello stilista belga Raf Simons, History of my world: una piattaforma online di retail, distaccata dal marchio di Simons, che vende prodotti selezionati, in linea con la filosofia del designer. In pratica, l’obbiettivo è la trasformazione del branding, atto di demarcazione intorno a determinati prodotti, in una vera e propria categoria estetica. Coperte, libri, candele e edizioni limitate rientrano tutte in un’unica collezione estesa ed eterogenea, creata ad hoc per la circoscrizione di una visione specifica, quella di Raf Simons. L’e-shop riprende il nome della collezione che festeggiava il decennale del suo brand nel 2005: un'ulteriore modalità per segnalare la singolarità degli oggetti in vendita. Quest’ultimi sono, recita il sito, a personal and intimate window into a thought process, onto a world.