Il bilancio del #metoo dal 2017 (quando è cominciato) a oggi non è affatto confortante

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La percezione che abbiamo di un fatto o, come in questo caso, di un movimento, non sempre corrisponde al suo reale impatto sulla comunità in cui viviamo. La nostra ottimistica e condivisa, sensazione che il movimento #MeToo sia stato veicolo di un cambiamento reale, seppure ancora fortemente in divenire, della società, è in parte illusoria. E a dircelo, quattro anni dopo che tutto ebbe inizio, sono i numeri. Perché rispetto alle migliaia di uomini (e qualche donna) accusati di reati sessuali, le condanne sono state davvero molto limitate. Sette per la precisione, una delle quali, quella di Bill Cosby annullata il 30 giugno, ma non per una comprovata innocenza dell'attore accusato da 60 donne di averle o drogate e poi stuprate, o molestate sessualmente, bensì a causa di un vizio procedurale.

Il bilancio dei quattro anni di lotte del movimento che ha visto allearsi contro gli abusi e le violenze persone in tutti gli angoli del globo, è avvilente: per un Harvey Weinstein condannato ad una pena (che qualcuno definirebbe esemplare, se non fosse che abbiamo imparato quanto poco funzioni come deterrente) di 23 anni, tantissimi altri predatori sessuali sono riusciti a cavarsela nelle aule dei tribunali con patteggiamenti o accordi, come quello da 2,2 milioni di dollari raggiunto il 30 giugno da James Franco per chiudere una class action presentata da due studentesse. E proprio la difficoltà oggettiva e davanti agli occhi di tutti ad ottenere giustizia, è uno dei maggiori deterrenti nello sporgere denuncia.

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Secondo il Rape, Abuse, and Incest National Network, infatti, circa il 70% delle aggressioni sessuali non viene mai denunciato, un tasso di non denuncia molto più alto rispetto ad altri crimini violenti. E di quella piccola minoranza di attacchi che vengono segnalati, solo il 16% circa viene perseguito, un tasso di persecuzione molto più basso rispetto ad altri crimini violenti. Ed un aspetto inquietante ma, di nuovo, specchio del fatto che le cose sono cambiate molto meno di quanto crediamo, è, come ha analizzato Moira Donegan sul The Guardian "che nella maggior parte dei paesi, USA in primis perché è da qui sostanzialmente che è partito tutto, né la polizia né i procuratori distrettuali si comportano come se non considerassero l'aggressione sessuale un reato così grave come affermano". La portata di dolore, umiliazione, vergogna e trauma che la violenza sessuale causa è così grande, e al contempo le conseguenze per essa così rare, che in casi "di alto profilo" come quello di Cosby, una condanna effettiva può significare tanto, per moltissime vittime, pure se non si tratta del loro aggressore, pure se il loro stesso aggressore non dovrà mai affrontare alcun processo.

Le vittime, purtroppo, non hanno alcun potere, nonostante gli sia chiesto di avere il coraggio di denunciare, di rendere il sistema giusto, ma per loro vedere un uomo ricco e famoso ottenere ciò che si merita per gli abusi commessi (impunemente, per anni) può certamente infondere loro fiducia nel fatto che qualcosa sia cambiato. E invece. E invece la liberazione di Cosby strappa via quel simbolismo, e la speranza che rappresenta, offrendo la fredda certezza che lo stupro difficilmente sarà punito, che la legge riconosce le donne come cittadine di serie b, che la società punisce assai più facilmente la violenza quando non è violenza di genere.

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Ma la scarcerazione del protagonista della serie culto I Robinson è solo l'ultimo, in ordine cronologico, di una lunga serie di amari finali per il movimento #MeToo: se da un lato oltre 200 persone hanno perso il lavoro (certo, è qualcosa, ma se il codice penale prevede il carcere per stupratori e molestatori è chiaro che non è abbastanza) come, tra i famosi, Kevin Spacey eliminato dall’ultima stagione di House of Cards, Woody Allen scaricato da Amazon, Ian Buruma, che ha dovuto lasciare la guida della New York Review of Books per aver pubblicato il pezzo di un ex conduttore radiofonico, accusato di molestie, Charlie Rose cancellato dalla programmazione, Louis C.K. tornato da poco nei teatri ma mollato da Netflix, dall'altro, dicevamo, le condanne si contano su due mani.

Larry Nassar, ex dottore della nazionale americana di ginnastica, con denunce per abusi da ben 260 donne e ragazzine a livello globale è stato condannato a 125 anni di carcere. Altro caso celebre Jean-Claude Arnault, fotografo francese, accusato di stupri o molestie da 18 donne e condannato a due anni di reclusione per stupro nel 2018 da un tribunale svedese. E ancora: Jeffrey Epstein, finanziere newyorkese e amico dei potenti, da Bill Clinton, fino a Donald Trump e il Principe Andrew, che il 10 agosto 2019, a 66 anni, si è suicidato in un carcere di New York dove era rinchiuso in attesa di processo per sfruttamento sessuale di minori. Epstein era già stato in prigione per 13 mesi in Florida, prima di essere rilasciato: con l’esplosione del #MeToo erano riemerse le accuse di 36 ragazze, alcune giovanissime, ed era tornato in carcere.

In carcere è rinchiusa ancora Ghislaine Maxwell, ex fidanzata di Epstein per il quale procacciava ragazze minorenni. Detenuta senza cauzione per evidente pericolo di fuga nel carcere di Brooklyn, in attesa di due diversi processi in programma a novembre, uno per spergiuro e uno per sfruttamento sessuale, Maxwell potrebbe essere la persona chiave per ulteriori arresti e processi. Infine, R. Kelly, 54 anni, accusato di reati sessuali aggravati con 22 capi d’accusa per reati sessuali, traffico di esseri umani, associazione a delinquere, pedopornografia, rapimento, lavori forzati e ostruzione della giustizia. Ma l'elenco finisce qui, e quattro anni dopo la nascita del movimento, è davvero troppo poco. Altrove rispetto agli States, abituati a prendersi le luci della ribalta, si respira ancora aria di cambiamento: è il caso, per esempio, della Francia, dove Caroline De Haas, un'attivista femminista che nel 2018 ha fondato #NousToutes, gruppo contro la violenza sessuale si dice, ad oggi, "super ottimista".

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Haas ha affermato che la Francia sta attraversando una reazione ritardata a #MeToo dopo un periodo di "maturazione" durante il quale molti francesi hanno iniziato a comprendere le dimensioni sociali dietro la violenza sessuale e il concetto di consenso. Ciò è particolarmente vero, dice Haas, "dopo la testimonianza nell'ultimo anno di Adèle Haenel , la prima attrice di alto profilo a parlare di abusi, e di Vanessa Springora, il cui libro di memorie, "Consenso", ha documentato il suo abuso da parte dello scrittore Gabriel Matzneff . "L'inizio del 2021 - ha detto al New York Times - è stato una sorta di scossa di assestamento. Quello che è molto chiaro è che, oggi in Francia, non abbiamo affatto la stessa reazione che abbiamo avuto quattro, cinque anni fa di fronte alle testimonianze di violenza sessuale contro personaggi noti". Resta da vedere, tuttavia, se in Francia si arriverà o meno a uno degli obiettivi cruciali, e cioè le condanne, e non quelle dei tribunali dell'opinione pubblica, ma di quelli dove si commisura un reato ad una pena certa.

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