"Il coprifuoco non fermerà il virus, fare di tutto per non saturare gli ospedali". Parla il chirurgo Paolo Spada

Luciana Matarese
·Giornalista
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Hp (Photo: Hp)
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La velocità del virus è cambiata e bisogna fare presto. Soprattutto è necessario fare di tutto per non saturare gli ospedali”, dice Paolo Spada. Scorrendo i dati pubblicati poco fa il chirurgo vascolare all’Istituto Humanitas di Milano commenta: “Oggi l’aumento dei numeri è meno vistoso, ma rimaniamo al raddoppio dei casi in sette giorni. E la situazione resta comunque sorvegliata speciale, in particolare in Lombardia e nel milanese”. E rilancia l’allarme che già ieri sera aveva sollevato in un post pubblicato su “Pillole di ottimismo, la pagina Facebook da milioni di contatti che da mesi cura insieme ad altri studiosi. “Le nostre analisi sono neutre e il più possibile lontane dalle agende politiche”, puntualizza Spada, che già ieri sera, invocando “un cambio di passo deciso” ha precisato: “È questione di ore non più di giorni”.

Un’osservazione non troppo ottimista, dottor Spada. Le vostre valutazioni hanno cambiato segno?

L’ottimismo cui ci riferiamo non è quello di chi dice “andrà tutto bene”, ma quello di chi ha fiducia nel metodo e nella comunità scientifica. Il nostro è un approccio scientifico e multidisciplinare. Abbiamo sempre sostenuto che in autunno-inverno la situazione si sarebbe complicata.

In che senso?

Era plausibile che qualche zona si sarebbe trovata in condizioni tali da dover essere trattata diversamente, che sarebbero stati necessari provvedimenti d’urgenza.

A quali provvedimenti pensa?

Un lockdown generalizzato come quello che abbiamo avuto, così prolungato, è troppo lesivo rispetto agli effetti benefici. Da sempre sosteniamo la necessità di misure di contenimento localizzate e definite nel tempo.

Quali, per esempio? Alcune, come limitare la movida, sono state già adottate.

Le misure devono essere modulate a seconda delle necessità. Abbiamo la sensazione che la chiusura dalle 23 alle 6 non inciderà in modo sufficiente sulla circolazione del virus che è ripresa in modo potente e veloce.

Perché secondo lei?

C’entra sicuramente la stagionalità del virus - col freddo le persone trascorrono più tempo in luoghi chiusi - ma anche il fatto che è ripartita gran parte delle attività, compresa la scuola.

Ecco, a rimettere in moto il virus è stata anche la riapertura delle scuole? Più che i focolai dentro gli istituti ha contribuito a suo avviso lo spostamento delle persone per raggiungerli?

Sì, la mia sensazione è questa. All’interno delle scuole la situazione è protetta e sotto controllo. Ma sono aumentate le persone che si spostano per arrivarci e i trasporti sono quelli che erano prima. Questo ha aumentato la trasmissione del virus. Quando si dice che quest’ultima avviene in famiglia mi sembra si rischi di spostare l’attenzione.

È questione di ore, non più di giorni”, ha scritto. Che significa, dottor Spada?

Senza correttivi, una progressione numerica come quella che registriamo produce danni rilevanti sui carichi ospedalieri molto velocemente. Le decisioni vanno anticipate, non si possono più assumere sulla base delle valutazioni fatte sui numeri pubblicati ogni sera.

Perché?

Gli effetti di ogni decisione si cominciano a vedere quindici giorni dopo. Quindi se non si anticipano le scelte si corre il rischio che nel tempo che passa tra la decisione e i suoi effetti si verifichino situazioni non più gestibili. Soprattutto negli ospedali.

Che può succedere negli ospedali?

La percentuale di persone che rischia il ricovero in terapia intensiva a causa di questo virus è pari allo 0,5% del totale degli infetti e la letalità è molto bassa. Ma qualora si dovesse verificare una saturazione dei posti letto, la situazione diventa moltiplicativa e non la gestisci più. Come è accaduto nei mesi di marzo e aprile.

Siamo tornati indietro, siamo come a marzo aprile?

No, allora i casi erano sottostimati di circa 10 volte. Registravamo 5000 nuovi positivi al giorno, ma in realtà erano verosimilmente 50.000. Oggi i dati sono sottostimati, ma in misura modesta. Adesso è cambiata la velocità del virus e questo ci equipara ad altri Paesi d’Europa. E abbiamo problemi sul sistema di tracciamento.

Per la Fondazione Gimbe l’argine del tracciamento è saltato.

Non lo dice solo Gimbe, lo dicono i numeri. Noi stessi abbiamo cominciato a sollevare qualche dubbio quando abbiamo visto aumentare il rapporto tra positivi e persone testate, un segnale di incompletezza dell’opera di tracciamento. Il sistema è in affanno e i ritardi rendono complicato ricostruire la catena del contagio.

Si può fare?

Si deve fare. Non gettiamo la spugna.

Come farlo?

Servono innanzitutto persone. Per queste attività non è necessaria, come nelle terapie intensive, una professionalità elevata. In Germania vengono utilizzati i volontari. Perché non coinvolgiamo gli studenti di medicina? Dobbiamo fare di tutto per salvaguardare gli ospedali, saturarli determinerebbe un crollo del sistema sanitario. A tal proposito vorrei dire una cosa a chi paragona questo virus a quello dell’influenza.

Dica pure.

L’influenza non ha mai causato la saturazione degli ospedali.

Anche negli ospedali si è arrivati impreparati a questa seconda fase? Tanti i ritardi accumulati. Cosa è mancato?

Ho la sensazione che gli ospedali siano i più pronti di tutti, ma benché possa essere ampliata in emergenza, la loro capacità non è illimitata. Il punto di discontinuità con la primavera era la prevenzione sui territori. Su questo i numeri ci dicono che la risposta è stata insufficiente.

Che fare adesso?

Bisogna potenziare la capacità di gestire i casi prima che arrivino in ospedale e insistere su restrizioni - come quella del coprifuoco e della didattica a distanza, ma non solo - purché territoriali e limitate nel tempo e nello spazio. Il fenomeno è in rapida evoluzione, bisogna fare presto.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.