Il designer Alber Elbaz ci racconta la sua nuova collezione in bilico tra couture e prêt-à-porter

Di Adriana Di Lello
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Photo credit: Courtesy photo
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From ELLE

Azzardiamo. Forse di prove muscolari non è più tempo. Nemmeno nella moda. Non più solo fuochi d'artificio, superfici vitree smerigliate a festa, forma roboante che pare avere più numeri del contenuto. Forse è arrivata l'era della consistenza tout court. Alber Elbaz, amatissimo couturier nato a Casablanca e cresciuto in Israele con trascorsi da Guy Laroche, Saint Laurent e soprattutto Lanvin, dove è stato il direttore creativo per ben 14 anni, non vedeva l'ora di riprogrammarsi. E ha appena lanciato, in partnership col gruppo Richemont, la collezione AZ Factory, il cui senso sta tutto nell'incipit del comunicato stampa: “We believe in smart fashion that cares".

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Ovvero "Crediamo in una moda intelligente che ci tiene" a guardarsi attorno e a metabolizzare la realtà, fatta di donne tutte diverse. Colorato ibrido tra p-à-p e couture, AZ Factory è caratterizzata da tre temi: il primo, MyBody, già disponibile, si concentra su tubini e pezzi color block in AnatoKnit, filato ingegneristico composto da viscosa ENKA® e Lycra che ha 13 tensioni diverse, e dà la giusta compressione a taglie che vanno dalla XXS alla 4XL. Switchwear e Supertech-Superchic, gli altri due, in vendita dalla primavera, sono fatti da una giostra di look trasformisti realizzati tra seta e microfibre di nylon.

Per ultimo le Pointy Sneaks, sneakers molto a punta che slanciano la figura. Tutto un nuovo mondo la cui parola-chiave è inclusività, e che Elbaz ci spiega in uno Zoom Milano-Parigi.

Tiene molto al verbo to care: vuol forse dire che la moda fino a ieri non è stata molto empatica? (risata fragorosa)

Come domanda d'inizio è impegnativa! Per me la moda è sognare, ma anche preoccuparmi di quello che mi circonda; è il miglior antibiotico perché non ha effetti collaterali. Il mondo sta cambiando e anche le donne, il loro stile di vita; credo che, oggi più che mai, abbiano bisogno di amore.

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Con la sua maglia hi-tech che veste tutte, AZ Factory è un esempio di inclusività. Non è più tempo per attitudini snob?

Lo snobismo non è mai stata una mia cifra. Mia madre, che si chiamava Alegría, mi diceva di essere "grande nel lavoro e piccolo nella vita". Amo la semplicità e ti racconto una storia: mesi fa sono stato in un hotel meraviglioso per il weekend, era tutto perfetto ma osservavo la gente, e i loro occhi erano spenti. Subito dopo sono andato alla fabbrica italiana che produce i miei filati; c'era un rumore infernale, gli operai avevano una certa età, la pelle segnata, i capelli in disordine e il camice blu un po' logoro. Ma nei loro occhi ho visto luce.

Perché ha voluto Show Fashion, un video per spiegare la collezione?

Desideravo parlare delle cose che mi interessano con spontaneità, non solo fare un digital event col link all'ecommerce. In Show Fashion si raccontano anche le modelle; è arrivato il momento di dare voce a tutte le donne.

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C'era spazio anche per descrivere una realtà italiana...

Per mesi ho cercato aziende in tutto il mondo che fossero in grado di sviluppare il filato duttile che volevo, ma tutti mi dicevano: “Non si può fare". Invece Mas Italy l'ha prodotto. Certe donne hanno l'ossessione del peso, ma bisogna imparare ad amarsi come si è; ho voluto l'AnatoKnit anche per questo.

La sua collezione emana positività. Quanto è importante "fare" senza essere coinvolti da quello che ci accade attorno?

Sì è vero c'è molto ottimismo, ma penso che in realtà bisogna essere attenti a quello che ci sta attorno. Io sono ipocondriaco, giro sempre con gel, guanti, salviettine disinfettanti e mascherine, che mi sono rifiutato di disegnare perché non mi sembrava serio. A volte mi prendono ansia e sconforto, guardo le news e divento negativo in due minuti, ma so che il mio ruolo è far stare meglio le persone, e quando accade sono felice.

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AZ Factory è una linea molto femminile. Significa che l'agender non le interessa?

Sono gay, è inevitabile che pensi al crossing di generi. Per il momento ho iniziato dai miei fondamentali con molta libertà, in futuro forse estenderò al genderless.

È soddisfatto del suo lavoro?

Non sono mai troppo contento di ciò che creo, ma è un meccanismo per non smettere di fare. E se c'è una cosa di cui sono orgoglioso, è che lavoro senza ego. Sempre. I bisogni degli altri arrivano prima.

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