Il digitale non è un clan per maschi, è ora che le donne entrino nel magico mondo della tecnologia

Di Gabriella Grasso
·8 minuto per la lettura
Photo credit: Getty Images
Photo credit: Getty Images

From ELLE

Se siete alla ricerca di qualche motivo di ottimismo in quest’epoca di pandemia, qui ne troverete almeno due. Il primo: il lockdown e la tendenza a stare di più in casa hanno provocato un’accelerazione digitale che potrebbe tornare utile al nostro Paese, che è messo maluccio nelle graduatorie europee sulla digitalizzazione: al 24° posto su 28, con un DESI - Digital Economy and Society Index – di 43,9 contro la media europea del 52,5.

«Negli ultimi otto mesi abbiamo usato di più ogni tipo di servizio digitale, incluso l’e-commerce, e il numero di online buyers è passato da 23 a 25 milioni: forse non si può parlare di rivoluzione digitale, ma di accelerazione sì», spiega Maria Teresa Minotti, Director di PayPal Italia. Il secondo motivo di ottimismo è legato al primo: un crescente sviluppo digitale si accompagna inevitabilmente a un aumento di posti di lavoro. «In base alla ricerca LinkedIn Emerging Jobs Italia, 7 su 10 delle professioni più richieste oggi sono legate alle innovazioni tecnologiche. Al primo posto ci sono gli sviluppatori di software, seguiti da altri settori come il digital marketing e l’analisi dei dati. In questi ambiti le donne sono ancora troppo poche e la ragione per questo gap è esclusivamente culturale», aggiunge Minotti.

Lo svantaggio dell'Italia in termini di digitalizzazione va guardato da molteplici punti di vista. Il primo è quello dell'inclusione digitale, come spiega Gianna Martinengo, vera e propria pioniera nel settore (il primo software didattico italiano, che oggi si trova nel Museo dell’Informatica e della Didattica dell’Università La Sapienza di Roma, lo ha progettato e sviluppato lei) e fondatrice dell’associazione Donne e Tecnologia: «Significa che tutta la popolazione, incluse le fasce più deboli come anziani, disoccupati, immigrati, deve avere accesso alle competenze digitali di base, considerando tra l’altro che molti servizi pubblici, inclusi quelli sanitari, sono ormai online». Il secondo è quello della cultura digitale: «Dovrebbero farsene carico soprattutto le aziende, per passare ai dipendenti il messaggio che la tecnologia non è semplicemente uno strumento per lavorare in maniera più rapida e funzionale, ma consente di assumere un mindset diverso. Se usata consapevolmente, determina un vero cambiamento nel modo di pensare, di risolvere i problemi, di interfacciarsi con i colleghi».

Photo credit: Morsa Images - Getty Images
Photo credit: Morsa Images - Getty Images

Il terzo è quello che riguarda il mondo del lavoro. In un momento in cui in Italia la disoccupazione nella fascia d'età 18-29 anni è al 22 per cento (dati Istat 2019) e in cui l'emergenza covid minaccia di peggiorare la situazione economica del Paese, è incredibile scoprire che il mismatch tra domanda e offerta di competenze informatiche è raddoppiato dal 2015 al 2020: vuol dire che metà dei posti di lavoro nel settore resta vuota per mancanza di professionalità disponibili.

Il gap tra uomini e donne c'è anche quando si parla di inclusione e cultura digitale, ma se guardiamo al mondo del lavoro è decisamente più marcato. In Italia solo il 16,2% dei laureati in materie STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) è di sesso femminile, contro il 37,3% di maschi. Il resto del mondo non se la passa meglio. In Europa le donne, pur rappresentando il 52% della popolazione, ha il 15% dei lavori connessi con il settore ICT (Information and Communications Technology). Questo spiega perché perché dall’Onu all’Unione Europea (che l'anno scorso ha firmato la Women on digital Declaration) fino ai governi dei singoli Paesi, c'è un proliferare di programmi pensati per incoraggiare le ragazze ad avvicinarsi alle materie STEM. In un documento stilato da Equals, Un Women e Itu si legge: «Non possiamo permetterci di vivere in un mondo che ha un disperato bisogno di soluzioni scientifiche e tecnologiche e che esclude metà dei talenti mondiali».

Photo credit: Hinterhaus Productions - Getty Images
Photo credit: Hinterhaus Productions - Getty Images

Come si accennava prima, la questione è culturale. Scilla Signa, project manager del progetto di didattica tecnologica FuturMakers (sviluppato all’interno della digital experience company Synesthesia di Torino) racconta che durante gli open day di presentazione dei corsi, ha assistito a scene tipo questa: «Davanti al mio invito a iscrivere i figli, i genitori mi rispondevano, senza alcuna remora: “Magari il maschietto sì, ma non è una cosa da femmine…”». Motivo per cui Scilla da due anni organizza l’evento GirlsTech, mirato proprio a diffondere – con laboratori e dibattiti – la cultura tecnologico-digitale tra le giovani e giovanissime.

Un’intensa attività in questo senso la svolge anche la Fondazione Mondo Digitale, in particolare con l’associazione Coding Girls che organizza incontri e corsi per ragazze coinvolgendo istituti superiori e atenei. «Nel nostro Paese l’orientamento universitario e professionale è in mano alle famiglie, dove esiste ogni genere di stereotipo. A partire dall'abitudine di dire a una bambina che ha preso 5 in matematica: “Non sei portata” e a un maschio con lo stesso voto: “Non hai studiato”», afferma Mirta Michilli, direttore generale della Fondazione e cofondatrice di Coding Girls. «In realtà quando le ragazze hanno accesso alle informazioni giuste, quando capiscono che lavorare nel mondo della tecnologia non significa essere dei nerd che stanno tutto il giorno davanti al computer, perché la programmazione si fa anche in gruppo ed è molto creativa, quando scoprono le tante applicazioni quotidiane della programmazione, iniziano ad appassionarsi. Ed è un bene. Perché puntando alle “solite” facoltà investono tempo e soldi in una formazione per la quale non c'è mercato. Invece nel settore della tecnologia esistono moltissimi posti di lavoro qualificati e ben remunerati: il che non è un dettaglio se si desidera creare una famiglia».

Eleonora Arnese è una 23enne che si è appena laureata in Ingegneria dell’automazione al Politecnico di Milano, sta per iniziare una specializzazione in Ingegneria delle Comunicazioni e collabora a Coding Girls. «Lo faccio perché mi dispiacerebbe troppo che una ragazza che prova curiosità o interesse verso certe materie si privasse della possibilità di conoscerle, approfondirle, studiarle per paura di non essere adatta. Non c’è alcun motivo per cui certi studi siano più “giusti” per i maschi. Anche se lo si pensa. Il primo giorno di università, su 120 iscritti eravamo solo 20 femmine. Un collega mi si è avvicinato e mi ha detto: “Non è una cosa che fa per voi, tra pochi mesi mollerete, non ci capirete nulla”. Me lo ricordo ancora. Alcuni dicono che i miei studi sono aridi. Ma non si tratta di imparare formule a memoria: devi comprendere il ragionamento che c’è dietro e già questo è un processo creativo. Nel mio lavoro c’è molta creatività, soprattutto quando si cercano soluzioni ai problemi».

Photo credit: Hinterhaus Productions - Getty Images
Photo credit: Hinterhaus Productions - Getty Images

La freddezza di formule e codici di programmazione è solo apparente. Da diversi anni, ormai, il famoso acronimo STEM ha acquistito la A di Arts, diventando STEAM. «Per Arts si intendono le scienze umane e sociali come la linguistica, la psicologia cognitiva, le neuroscienze: quell’insieme di discipline umanistiche capaci di suscitare interesse ed emozioni e che sono fondamentali per lo sviluppo della tecnologia, specialmente quando si parla di intelligenza artificiale», dice Gianna Martinengo. «Anni fa si pensava che un'applicazione fosse adeguata quando efficiente, oggi pensiamo che lo sia quando è efficace, cioè percepita dagli utilizzatori come adatta ai loro bisogni. Chi sviluppa deve privilegiare le esigenze degli utenti e in questo le donne hanno una particolare sensibilità perché dotate di empatia e intelligenza emotiva».

A questo proposito, ecco cosa ci dice Maria Finadri, project manager di Fastweb Digital Academy, vera e propria scuola di cultura digitale: «Ogni anno il World Economic Forum, con il rapporto The future of jobs, compila un elenco delle competenze trasversali più richieste dal mondo del lavoro e quest’anno ci sono due new entry: l’intelligenza emotiva e la flessibilità cognitiva. Compaiono poi la creatività, il pensiero critico, la capacità di risolvere problemi complessi. Nessuna grande azienda fa più un colloquio basandosi solo sulle competenze tecniche: vuole conoscere le soft skills del candidato, che possono essere innate o frutto di un lavoro su di sé». Per immaginare un device che aiuti una persona con disabilità o un assistente digitale (come Alexa) il pensiero non può essere né rigido né unico. La diversity (che include il femminile, ma non solo) è fondamentale perché un software sia per tutti e non contenga nel suo codice degli stereotipi. E di questo le aziende sono ben consapevoli».

E non solo loro. «I programmatori con cui lavoro, che sono quasi tutti maschi, lamentano spesso la mancanza di uno sguardo femminile», dice Scilla Signa. «Essendo poche e preziose, le donne che lavorano in questi ambienti non vengono ostracizzate: anzi. Inoltre in questo settore si lavora prevalentemente a progetto: e dato che si usa il computer è possibile gestire liberamente i propri orari, quindi non vedo quale condizione migliore per una giovane donna che vuole essere madre senza diventare matta nel cercare di conciliare presenza in ufficio e maternità…».

Photo credit: Regine Mahaux - Getty Images
Photo credit: Regine Mahaux - Getty Images

Avvicinandosi al mondo della tecnologia digitale, insomma, si scoprono parecchie cose interessanti. Intanto che la programmazione è dappertutto. Dietro al faretto che si illumina al nostro passaggio, dietro al calorifero che si accende all’ora che decidiamo noi, dietro al robot che opera al posto del chirurgo c’è una scheda elettronica che riceve gli “ordini” da un codice che qualcuno ha scritto.

Inoltre la programmazione è un'attività entusiasmante per chi la fa, come conferma la 34enne Antonella Di Pierro, laureata in Informatica, con un lavoro nel settore dell’automotive e anche lei collaboratrice di Coding Girls: «È un nuovo linguaggio di comunicazione a tutti gli effetti. Così come ogni scrittore è diverso, lo stesso vale per i programmatori. Ognuno ha il proprio stile riconoscibile. Dietro la scrittura di un codice c’è una grande potenzialità espressiva, creativa e personale: si può arrivare a dire la stessa cosa in mille modi diversi».

Infine, la programmazione allena il nostro cervello. Spiega Maria Finadri: «Il pensiero computazionale che sta dietro al coding implica che un problema complesso venga spezzettato in problemi più elementari di cui conosciamo la soluzione. Si risolve quello più piccolo e poi, gradualmente, si arriva a quello più grande. In pratica è un modo nuovo di affrontare le difficoltà: e non intendo solo quelle dell'informatica, ma anche quelle della vita».