Il domani degli open space è il dibattito del momento sugli uffici del futuro

Di Isabella Prisco
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Photo credit: Jack Hollingsworth - Getty Images
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From ELLE Decor

Aprire gli spazi per aprire le menti. Inizia più o meno così, a metà degli anni Cinquanta, la storia dell'open space negli uffici, rivoluzione degli ambienti lavorativi che, attraverso l'abbattimento di muri e pareti, desiderava facilitare l'interazione tra colleghi, la mobilità e la flessibilità delle postazioni. Oggi, che i confini spaziali tornano a tracciare un baluardo a difesa della nostra incolumità fisica ma anche mentale (basti pensare al tema della privacy e dello stress emotivo), il layout a pianta aperta dell'ufficio sembra avere le ore contate. Come riporta un articolo del Sole24Ore, infatti, uno studio del Parlamento europeo, che ha analizzato vantaggi e svantaggi dell'open space dopo il Covid-19, è arrivato alla conclusione che il loro futuro “è incerto perché le malattie si diffondono più rapidamente in uno spazio per uffici aperti dove le persone sono più vicine l'una all'altra”. Ritorneremo alle porte? Difficile a dirsi, più facile a immaginarsi.

Lo smartworking, identificato in maniere riduttiva con il solo lavoro da casa, non è più percepito come soluzione temporanea e valido cuscinetto per convivere con un'emergenza, ma un'ottima alternativa permanente a cui rifarsi per ridurre drasticamente le spese (in primis quelle per gli affitti). Dunque, prima di domandarsi come saranno gli uffici nell'era post-pandemica, bisognerebbe chiedersi se in quegli stessi uffici domani faremo ritorno. Ma come immaginare una vita lavorativa senza uno spazio (esclusivamente) lavorativo? Se quasi sicuramente riavremo la nostra scrivania o quella del collega - l'hot desking ci restituirà quanto meno una postazione, le disposizioni degli arredi saranno completamente rinnovate. Il distanziamento sociale che ci vuole ad almeno un metro di distanza gli uni dagli altri coccia inevitabilmente con i paradigmi dell'ufficio aperto che, stando a quanto detto dai ricercatori, come modalità di organizzazione del lavoro "continuerà per quelle aziende che necessitano di un alto livello di lavoro di squadra e per risparmiare sui costi a lungo termine". Sì, perché proprio come accade oggi per l'home office, ieri l'open space ha fatto breccia nel cuore dell'interior (anche) per ridurre i costi fissi aziendali. Con una differenza sostanziale: le workstation domestiche sono state pensate per dividerci e non per unirci.

Pandemia a parte, gli uffici a pianta aperta stavano comunque dando cenni di resa ancor prima dell'arrivo del Covid-19: del resto, se le occasioni di distrazione aumentano, la produttività diminuisce. È matematico, o quasi. In merito a questo rapporto di proporzionalità inversa, l’analisi dell’Europarlamento ricorda come occorrano in media 25 minuti per riprendere l'attività dopo una distrazione. La mancanza di pareti isolanti o strutture fonoassorbenti, amplifica infatti negli open space rumori e inquinamento acustico, mentre l'introduzione di più schermi e più dispositivi, tra cui telefono, tablet e computer, causano un maggiore affaticamento derivante dal sovraccarico costante di informazioni ricevute. Ma c'è di più. Il Centro danese di ricerca per l'ambiente di lavoro ha riscontrato che i giorni di malattia sono correlati in modo significativo alla condivisione dell’ufficio. Uno studio su 2.403 dipendenti ha rilevato che i lavoratori in area open space con più di 6 persone registravano il 62% di giorni di malattia in più rispetto ai colleghi che avevano un ufficio individuale. Impossibile non pensare all'effetto contagioso del vivere vicini: come ricorda l'etimologia latina della parola "contagio" (cum + tangere), il trasferimento di una malattia altro non è che un atto comunicativo d'insieme. Un'azione corale che sembra perfettamente parassitare sul concetto di coesione e relazione attorno cui gravita (o gravitava) la missione del democratico open space tanto cara a Frank Lloyd Wright. La condivisione ha ceduto il passo alla diffidenza, bisogna ammetterlo.

I dati, poi, non ci aiutano: un'indagine recentemente pubblicata dai Centers for Disease Control della Corea del Sud mostra con quanta facilità il Coronavirus possa diffondersi in uno spazio lavorativo affollato. Su un piano di un call center dove sedevano 216 dipendenti, 94 persone sono risultate positive al virus. Gli investigatori ritengono che l'epidemia sia avvenuta nel corso di 16 giorni a partire dal 21 febbraio 2020 e oltre il 90% dei casi si è concentrato in una porzione densamente raggruppata dell'ufficio. "Open space is over", ha affermato Amol Sarva, Ceo della società di interior design per uffici Knotel, i cui clienti includono Uber e Netflix. Tuttavia, come ha osservato l'esperto, la rivoluzione che innescherà una reazione di auto-protezione a catena non riguarda solo il cambiamento della planimetria degli spazi bensì un mutamento radicale della vita in ufficio come la conosciamo fino ad oggi. Forse abiteremo stanze private ma piccolissime. Forse lavoreremo con colleghi che non incontreremo mai, almeno di persona. O, semplicemente, torneremo al caro vecchio "si prega di bussare".