Il film di Ai Wei Wei sul Coronavirus è troppo crudo e diretto, e la Biennale di Venezia lo rifiuta

Di Redazione Digital
·1 minuto per la lettura
Photo credit: Adam Berry - Getty Images
Photo credit: Adam Berry - Getty Images

From ELLE Decor

"Crudo e drammatico" è stato definito il docu-film di Ai Wei Wei sulla pandemia. Si chiama Coronation ed è un montato di 115 minuti che racconta news e fatti di cronaca dei giorni più drammatici e intensi della prima ondata di Coronavirus. Forse "troppo". Così la Biennale di Venezia, Netflix e Amazon Prime hanno rifiutato il documentario, disponibile oggi solo su Vimeo.

Realizzato per lo più con i video girati dai cittadini di Wuhan alle prese con il primo focolaio, il documentario mostra le vie vuote della città cinese e l'eco del silenzio nel deserto urbano. Inoltre, spazia il lato emotivo della gente: dalla paura alla libertà negata. In Cina, durante la prima ondata di Covid-19, il Governo ha preso il controllo totale dell'informazione: pane per i denti dell'artista (dissidente, ormai in esilio dalla Cina anni or sono), che ha deciso di mostrare tutta la cronaca impazzita fra la pioggia di notizie che testimoniavano i contagi anche in altri Paesi. Il tono critico e duro dell'artista è la chiave di lettura prevalente del documentario: fra interviste alle pazienti e alle famiglie in attesa di notizie. Così l'ansia si trascina fra le immagini

Ce lo aspettavamo, che l'industria cinematografica sarebbe arrivata a mostrare tutto quello che abbiamo vissuto fra la paura del contagio e il primo lockdown; e ci aspettavamo anche l'uscita del film di Ai Wei Wei, annunciato già da qualche mese. Quello che non sapevamo è che Coronation sarebbe stato così diretto e senza veli, schietto e teso.