"Il lavoro sessuale è lavoro" Alexandria Ocasio-Cortez si è espressa, e ora parliamone

Di Elisabetta Moro
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Photo credit: Kena Betancur - Getty Images
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From Cosmopolitan

Oggi è il 17 dicembre ovvero la Giornata Internazionale contro la violenza nei confronti delle persone che fanno sex work.⁣ Lo sapevate? Forse no, ma questa polemica che arriva dritta dritta dagli Stati Uniti è un buon modo per aprire un doveroso dibattito su un argomento su cui ancora si parla poco, ci si informa ancora meno, ma si continua a sparare sentenze.

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"Il lavoro sessuale è lavoro", questa è la frase con cui la nostra amata AOC ha voluto mettere i puntini sulle "i" e da cui dobbiamo partire. Il casus belli? Un articolo del New York Post che ha pensato bene di "smascherare" (leggi "attaccare") una donna che, per arrotondare il suo stipendio da paramedico, ha deciso di condividere dei contenuti espliciti su OnlyFans a pagamento. Ora la ventitreenne rischia di perdere il lavoro perché fare sex work è visto dalla nostra società come un'onta, di certo non conciliabile con il lavoro in ospedale. Ma Alexandria Ocasio-Cortez non ha lasciato passare la cosa: "Il governo federale non ha fatto quasi nulla per aiutare le persone in questi mesi", ha tuonato su twitter, "la vergogna è sua e non delle persone che cercano di sopravvivere a una pandemia senza aiuti".

Ma cosa è successo veramente? Come racconta Rolling Stone, Lauren Kwei, paramedico di New York, è stata oggetto di questo pesante articolo del New York Post che la "svergognava" per aver aperto un profilo su OnlyFans. Si tratta di una piattaforma online dove è possibile condividere a pagamento dei contenuti con i propri abbonati, questi possono essere di vario tipo ma spesso sono di carattere sessuale. Negli ultimi nove mesi, tra l'altro, la piattaforma ha visto un aumento del 75% nelle iscrizioni e molti utenti l'hanno usata per sbarcare il lunario. A questo si aggiunge il fatto che i paramedici negli Stati Uniti sono spesso sottopagati e costretti a fare un doppio lavoro: Kwei, prima della pandemia lavorava in un ristorante coreano ma poi, come molti altri, ha deciso di ricorrere al lavoro sessuale online per arrivare a fine mese. "Ho 23 anni e vengo da una piccola città del West Virginia", ha scritto la ragazza su Facebook dopo la bufera scatenata dal pezzo, "Mi sono diplomata alla scuola per paramedici nel febbraio del 2020 e da allora lavoro". Kwei è stata al centro dell'emergenza durante l'apice della pandemia eppure il suo stipendio rimane troppo basso per vivere a New York. "AMO il mio lavoro e mi piace prendermi cura delle persone", spiega, "Non voglio lasciare il mio lavoro quotidiano e guadagnare solo tramite OnlyFans - voglio servire la città di New York. Questo è tutto ciò che ho sempre voluto fare".

Kwei specifica di non aver mai acconsentito al pezzo su di lei: "Non volevo che il NY Post pubblicasse questo articolo, tanto meno che usasse il mio nome", spiega. Ora, oltre ad aver subito pesanti attacchi personali, rischia di perdere il lavoro all'ospedale. "So di non aver fatto nulla di sbagliato e non ho nulla di cui vergognarmi", ha dichiarato, mentre AOC ha scritto su twitter che "L'unico scandalo qui è che i paramedici negli Stati Uniti abbiano bisogno di due lavori per sopravvivere".

Il problema, però, riguarda profondamente anche lo stigma che circonda il sex work che, proprio perché non è considerato un lavoro come gli altri, non gode di tutele ed è continuamente descritto secondo una narrazione unica come qualcosa di sporco, immorale, violento, oggettificante e da tenere nascosto. Così, mentre il dibattito (anche quello femminista) si chiede come approcciarsi alla vendita delle prestazioni sessuali, al problema dello sfruttamento e alle modalità legali con cui configurare il lavoro sessuale, chi fa sex work consapevolmente si trova senza gli strumenti per difendersi e far valere i propri diritti.

"Di storie di sex worker ferit*, picchiat*, uccis* ne abbiamo ascoltate tante", scrive Giulia Zollino, antropologa, educatrice sessuale e operatrice di strada e che su Instagram fa una preziosa divulgazione per combattere gli stereotipi e l'ignoranza sul tema del lavoro sessuale, "Ma quella fisica è soltanto una delle forme che assume la violenza nei confronti delle persone - soprattutto donne - che esercitano sex work".⁣ La strada è ancora lunga e il punto di partenza è proprio l'informazione al di là dei tabù. "Finché 'puttana' sarà ancora un insulto", aggiunge Zollino, "finché il lavoro sessuale non verrà considerato un vero lavoro, finché la sessualità sarà rivestita da un’aura di sacralità, la violenza non si fermerà".⁣ Ai posteri l'ardua sentenza.