Il maestro Franco Battiato ci ha lasciati, ma la verità è che non morirà mai

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Photo credit: Luciano Viti - Getty Images
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"E il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire". Così canta Franco Battiato in "Prospettiva Nevski", era il 1980 eppure lui aveva già trovato la frase perfetta per questi tempi, e forse ce ne accorgiamo solo oggi che ci ha lasciati. Oggi è il giorno in cui i buoni piangono: pensavo questo, mentre mi arrivavano notifiche su notifiche a dirmi che se n'era andato, e lo credo davvero. Perché esistono le fan base, e poi esistono le persone che amano Battiato e sono due cose molto diverse. Come diverso era lui, rispetto a tutto il resto della scena italiana, eppure con essa sapeva comunicare benissimo, a dimostrazione del fatto che si può essere maestri senza stare su un piedistallo. Un maestro gentile ma insofferente all'imbecillità, un essere umano aperto al mondo, o meglio ai monndi, così sinceramente appassionato di ogni cosa che ne fa parte essere riuscito a scrivere uno dei suoi capolavori osservando il volo degli uccelli. "Cambiano le prospettive al mondo / Voli imprevedibili ed ascese velocissime / Traiettorie impercettibili / Codici di geometria esistenziale", così canta in "Gli Uccelli", che fa parte del disco che ha cambiato la storia della musica e che è "La voce del padrone".

Photo credit: Luciano Viti - Getty Images
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Ma prima del lavoro che lo fece diventare davvero popolare, c'era già stato molto altro, c'era stato, per esempio, il disco "L'era del cinghiale bianco", dentro al quale si sentiva ribollire una mente creativa che si sarebbe detta difficile da appagare. E infatti Franco Battiato ha creato, quanto più ha potuto. C'è stata la musica, c'è stata anche la regia e la pittura, ci sono state le canzoni per altri, soprattutto per l'amica di sempre Alice per la quale scrisse la musica di "Per Elisa", vincitrice del Festival di Sanremo del 1981, e le sue canzoni fatte insieme ad altri, di nuovo con Alice per "Chanson Egocentrique" del 1982 e "I treni di Tozeur" del 1984, ma anche una delle sue meno citate, nonostante la sua assurda bellezza, che è "Il ballo del potere", nella quale Andrea Pezzi recita la parte finale.

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Quando muore qualcuno si dice, spesso con pigrizia, che è peggio per chi resta. In questo caso ho la sensazione che sia abbastanza vero. La vita spirituale del maestro, infatti è stata altrettanto vivace di quella terrena, e il suo rapporto con la morte qualcosa di lucido e sereno, in una società per lo più occidentale che, al contrario, vede nella fine della vita una sorta di tabù, di cui è meglio non parlare. Lui sulla morte, invece, ha fatto un film, presentato nel 2014 alla manifestazione manifestazione “Tre volte Dio”, e che si intitola “Attraversando il bardo”, ed è una riflessione corale sul tema della morte analizzata da tre diverse prospettive: quella buddista, quella cristiana e quella laica e razionalista dei fisici quantistici. "Io credo nella reincarnazione - disse allora alla presentazione della pellicola - come professano i buddisti e sono assolutamente convinto di essermi più volte reincarnato: ho anche vividi e forti ricordi delle mie vite precedenti. Lo scopo del mio film è educare a una nuova concezione della morte, preparare le menti a viverla più serenamente ad accettarla, senza più la necessità di scongiuri, amuleti, negazione di una delle tante fasi della nostra esistenza, che rappresenta un ciclo continuo di morte e rinascita. In realtà non moriamo mai e non nasciamo mai. Siamo stati capaci di superare qualunque tabù anche quello del sesso, perché non possiamo superare quello della morte?". Quindi sì, è peggio per noi, oggi, che non per Franco, che salutiamo citandolo ancora una volta: "Via, via, via da queste sponde, portami lontano sulle onde.".

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