Il Met ha una nuova curatrice, si chiama Patricia Marroquin Norby e il suo approccio è rivoluzionario

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Photo credit: Michael Loccisano - Getty Images
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Che spazio ha l'arte dei Nativi Americani al Metropolitan Museum of Art? Che visibilità ha in generale l'arte che non fa parte della cultura occidentale? Esistono forme d'arte di serie A e di serie B? Queste domande sono alla base della storia di Patricia Marroquin Norby la prima curatrice nativa americana del Met e prima curatrice dell'arte dei nativi americani. A Norby non interessano i confini, le linee di demarcazione che limitano le nostre esperienze e la nostra mente e che si ritrovano scritte nero su bianco anche nelle stanze dei musei: storico/contemporaneo, europei/nativi americani, arte/arte decorativa e via dicendo. No, per lei quello che conta è l'arte e la passione che la spinge ad occuparsene da una vita: "Sono interessata a ciò che serve per creare qualcosa: il bilancio fisico ed emotivo".

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"Mi piace vedere cose che sono profondamente connesse ai protocolli estetici ma che hanno anche qualcosa di nuovo e fresco", spiega al New York Times, "Mi interessa la conoscenza intergenerazionale ed ecologica che gli oggetti con cui lavoro incarnano". Questo approccio sembra la chiave necessaria per dare nuovo spazio all'arte dei nativi americani e ripensare al modo stesso in cui percepiamo l'esperienza di visita in un museo come il Met. Norby, 50 anni, ha conseguito un dottorato di ricerca in studi americani presso l'Università del Minnesota con una specializzazione in storia, arte e cultura visiva degli indiani d'America, ha un libro in uscita, Water, Bones, and Bombs, sulla creazione artistica legata alle questioni ambientali nella valle del Rio Grande del New Mexico e ha ricoperto incarichi presso la Newberry Library di Chicago e il National Museum of the American Indian di New York. Ha anche vinto numerosi premi e ha svolto un importante lavoro sul rimpatrio di materiale culturale.

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L'approccio di Norby volto mettere in dubbio gli schemi tradizionali emerge chiaramente dalla sezione"Art of Native America" del Met. La mappa che inizialmente accoglieva i visitatori e che delimitava nove aree culturali dei nativi americani - Woodlands, Plains, Plateau e così via - ora è scomparsa. "Ci sono patrie distinte", spiega Norby, "ma c'è stato molto più scambio di quanto le mappe possano comunicare e, comunque, le mappe sono idee dei coloni delle culture indigene". Oltre a cercare di mettere in dialogo luoghi diversi così come antichità e contemporaneità, Norby ha ripensato anche aspetti più tecnici dell'allestimento dell'area. Molte delle etichette a muro infatti sono state modificate o sostituite con testi di artisti e studiosi delle comunità di origine, cancellando, almeno in parte, la consueta gerarchia in cui i curatori dei musei spiegano l'arte ai visitatori. Insomma, siamo davanti a un profondo lavoro di decostruzione per lasciare spazio a qualcosa di nuovo e aprire la mente all'idea che ciò che abbiamo visto finora nei luoghi di cultura sia solo una piccola porzione di quello che potremmo scoprire. Quando si chiede di includere nuovi punti di vista - quelli delle donne, delle minoranze etniche, delle persone lasciate ai margini della cultura dominante - è esattamente di questo che si sta parlando.

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