Il ministro Franceschini abolisce la censura cinematografica, cosa cambierà adesso?

Di Elena Fausta Gadeschi
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Photo credit: Michael Ochs Archives - Getty Images
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L'urlo dei teatri e dei cinema vuoti, chiusi da tempo immemore a causa della pandemia, ha prodotto un effetto insperato sull'azione di governo, che nella persona del ministro della Cultura Dario Franceschini ha deciso di abolire definitivamente la censura cinematografica e istituire la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche. Un provvedimento che introduce un sistema di classificazione dei film in base al quale l'uscita in sala di una pellicola considerata scandalosa o immorale non potrà più essere proibita né sottoposta a tagli e modifiche.

L'intervento, approvato con decreto ai sensi della Legge Cinema, sancisce la fine di "quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti" spiega il ministro. Un provvedimento in questa direzione era già stato preso con la legge n. 220 del 14 novembre 2016, la cosiddetta legge Franceschini, che all'articolo 33 prevedeva che il Governo adottasse "uno o più decreti legislativi" per riformare le "procedure attualmente previste dall’ordinamento in materia di tutela dei minori nella visione di opere cinematografiche e audiovisive". Per scrollarsi di dosso l'eredità del Minculpop di mussoliniana memoria senza esimersi dal proteggere i minori, la legge prevedeva che non ci fosse più una commissione con la facoltà di decidere sul destino dei film, ma che fossero gli stessi produttori a farsi carico di indicare che genere di pubblico potesse vedere le loro opere, istituendo quattro fasce "con particolare riguardo alla sensibilità e allo sviluppo della personalità [...] di ciascuna fascia d’età e al rispetto della dignità umana": opere per tutti, opere non adatte ai minori di 6 anni, opere vietate ai minori di 14 anni e opere vietate ai minori di 18 anni con un margine di un paio d'anni di anticipo se la visione avveniva in presenza di un adulto.

Photo credit: Karl Tapales - Getty Images
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Se l'iniziativa era affidata ai produttori cinematografici, evidentemente interessati ad estendere la platea del proprio pubblico, chi sorvegliava affinché l'applicazione dei criteri fosse rigorosa e non troppo permissiva? Nessuno. E questo creava un'incertezza che ha trovato pace solo oggi, a cinque anni di distanza, con l'approvazione dall’articolo 3 del decreto 203 sulla tutela dei minori, che istituisce appunto una Commissione super partes preposta a valutare i giudizi dei produttori. Presieduta dal Presidente emerito del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, e composta da 49 membri, la delegazione di esperti comprende professori universitari, magistrati assegnati ai tribunali dei minori, psichiatri, psicologi, sociologi, esperti di comunicazione per l'infanzia, alcuni rappresentanti delle principali associazioni dei genitori e per la protezione animali e naturalmente quattro esperti nel settore cinematografico.

Photo credit: Steve Wood - Getty Images
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A cinque anni di distanza dalla legge del 2016, il decreto 203 rappresenta dunque il coronamento di un provvedimento che finalmente tutela la libertà di espressione delle opere cinematografiche e abolisce qualsiasi forma di censura che nella storia del cinema, lastricata di simili episodi, ha sacrificato tanti film sull'altare della morale e del buon costume. Dalla condanna con distruzione delle bobine di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci ai tagli a Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, passando per l'intera produzione cinematografica di Pier Paolo Pasolini, che venne bloccata dalla censura. Ricordiamo, a titolo d'esempio, Accattone del 1961, una buia metafora del sottoproletariato italiano, che dopo un attacco ostruzionistico da parte di un gruppo di giovani neofascisti che fecero irruzione il giorno della prima, venne ritirato dalle sale; Il Decameron del 1971, ispirato alle novelle del Boccaccio, per il quale il regista finì sotto processo, risultando poi innocente, e Salò o le 120 giornate di Sodoma del 1975 per il quale il produttore fu prima condannato a due mesi di reclusione e poi assolto, e di cui fu concessa la circolazione integrale solo nel 1978. Pier Paolo Pasolini, che morì assassinato il 2 novembre 1975, forse proprio in seguito a un incontro avvenuto per ottenere la restituzione di alcune bobine del film Salò che gli erano state sottratte, non lo avrebbe mai saputo.

Photo credit: Bettmann - Getty Images
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Tagli e rimaneggiamenti cinematografici riguardarono, fra gli altri, anche Gioventù perduta (1948) e Il cammino della speranza (1950) di Pietro Germi, Fuga in Francia (1948) di Mario Soldati, Adamo ed Eva (1950) di Mario Mattoli, Totò e i re di Roma (1952) di Steno e Mario Monicelli, Anni facili (1953) di Luigi Zampa, Senso (1954) di Luchino Visconti, Totò e Carolina (1955) di Mario Monicelli, Le avventure di Giacomo Casanova (1955) di Steno, I vinti (1953) e Il grido (1957) di Michelangelo Antonioni, L'assassino (1961) di Elio Petri. Una lunga lista che non come abbiamo visto non si esaurì nemmeno dopo il 1962, quando i governi di centro-sinistra vararono una riforma che soppresse parecchie limitazioni e circoscrisse l'azione censoria ai film in cui fosse identificata l'offesa al buon costume. Contro i film approvati dall'apposita commissione del Ministero del Turismo e dello Spettacolo insorsero singoli cittadini e associazioni che, appellandosi al codice penale, chiesero il sequestro delle opere ritenute indecenti.

Ora che finalmente la censura cinematografica è stata abolita, il sito www.cinecensura.com rende disponibile la mostra permanente promossa dalla Direzione Generale Cinema del ministero della Cultura realizzata dalla Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia e dalla Cineteca Nazionale, che raccoglie i materiali relativi a 300 lungometraggi e a 80 cinegiornali, ma anche 100 tra pubblicità e cortometraggi, 28 manifesti censurati e filmati di tagli. Una forma di risarcimento tardiva, ma non vana.