Il mostruoso femminile di Jude Ellison Sady Doyle: perché le donne sono mostri di cui il patriarcato ha paura

Di Sara Mostaccio
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Photo credit:  John-Mark Smith su unsplash
Photo credit: John-Mark Smith su unsplash

Siamo mostri, ogni donna lo è: è questo l’assunto da cui Jude Ellison Sady Doyle parte per il suo saggio che nell’edizione italiana appena uscita per Tlon (con la traduzione di Laura Fantoni) porta un titolo subito eloquente: Il mostruoso femminile. Il sottotitolo aggiunge: Il patriarcato e la paura delle donne.

Attraversando mito e letteratura, cinema horror e fatti di cronaca più o meno recenti, il libro esplora il potere più oscuro delle donne che il patriarcato opprime, cela, estirpa e teme. E opprime, cela, estirpa proprio perché lo teme. “Questo è un lavoro di apokálypsis – scrive Doyle che altrove spiega che anche l’apocalisse della Bibbia è di genere femminile – di contromitologia: portare alla luce il potere femminile disintegrando le narrazioni costruite per contenerlo o celarlo.”

Nei miti più antichi la mostruosità femminile emerge in tutta la sua potenza: le donne sono sirene che divorano gli uomini, oscure madri di demoni come Lilith, spavendose dee come la babilonese Tiamat. Sono bellissime e terribili o spaventosamente brutte ma sempre incarnano ciò che più “gli uomini trovano minaccioso nelle donne: bellezza, intelligenza, rabbia e ambizione.”

Il patriarcato ha provato in ogni modo, e c’è riuscito troppo spesso, a porre al margine l’eccentricità femminile rispetto alla norma stabilita dall’uomo. Già Aristoetele descriveva la donna come un “maschio menomato” e nel corso dei secoli in filosofia, medicina, psicologia la norma è stata e spesso è tuttora il corpo dell’uomo. La donna è deviazione da quella norma e le donne che vi si ribellano sono mostruose perché incontrollabili. Come le streghe che bruciarono sul rogo. Come le femministe che di quelle streghe si dissero figlie. Come le ragazze che dal film generazionale Giovani Streghe in poi si sono riavvicinate all’antico culto della wicca. Cioè di se stesse, principalmente.

Riappropriarsi del proprio corpo e dei propri desideri per il patriarcato che li governa è una minaccia, specialmente se quei desideri non includono l’uomo. Le donne che desiderano sono ancora bollate come sgualdrine. “Ancora oggi – continua Doyle – la parola per indicare una donna notoriamente seducente è la stessa che si usa per il mostro che ha quasi spinto la nave di Odisseo contro gli scogli, e per il suono che avverte di un pericolo imminente: sirena.”

La radice della paura ancestrale della donna risiede lì dove Freud l’aveva individuata, nel sesso e nella potente, misteriosa, oscura magia che solo una donna possiede: creare la vita. L’uomo si è appropriato anche di questo imbrigliando la sessualità femminile, sottraendo il parto alle levatrici, trasformando la maternità in totale abnegazione che comporta l’annullamento assoluto della donna al di fuori di quel ruolo.

È attraverso la paura e la sottrazione del potere sul nostro corpo che gli uomini ci hanno dominato e attraverso la paura noi stesse prendiamo coscienza di questo dominio: comprendiamo presto di dover avere paura di essere sminuite, molestate, picchiate, stalkerate, stuprate, oppresse. In quest’ottica il genere cinematografico slasher prima e il true crime dopo assumono una luce totalmente differente dal punto di vista delle donne: i film horror in cui le dead blondes vengono massacrate e i documentari che spesso hanno come vittime le donne non sono solo la rappresentazione del modo in cui gli uomini sfogano la loro paura delle donne ma anche momenti catartici per le donne stesse. Vediamo materializzarsi sullo schermo quale possa essere il destino di un corpo femminile, per definizione costantemente in pericolo. È un modo di affrontare ciò che di peggio può accadere – a ciascuna di noi, in ogni momento – riconoscendo la vulnerabilità dei nostri corpi nella società patriarcale. Questa rappresentazione esplicita “ci dà una scusa per urlare”, scrive Doyle. Ci fornisce un alfabeto per dire il nostro dolore. Fa oggi quello che facevano i romanzi gotici due secoli fa.

Prendendo a prestito da Simone de Beauvoir il concetto dell’alterità femminile ma anche la struttura del libro – suddiviso nelle sezioni Figlie, Mogli, Madri – Doyle esamina una dopo l’altra, attraverso le rappresentazioni culturali che se ne sono date, le gabbie in cui le donne sono state rinchiuse in quanto mostri. E i modi in cui queste gabbie sono state frantumate: la scoperta del desiderio delle ragazze, la negazione della famiglia tradizionale come unico modello valido, il matrimonio che si rivela molto diverso dall’immagine idealizzata che ne ha costruito la società, la genitorialità condivisa che prende il posto della maternità come ruolo da addossare unicamente alla donna.

Il libro esplora la mostruosità femminile dall’Esorcista a Jurassic Park, dai film slasher alla mitologia antica, passando per Frankenstein di Mary Shelly e i sogni di fuoco della scrittrice, i fantasmi del Giro di Vite di Henry James, le possessioni demoniache come manifestazioni di un tormento quotidiano per arrivare al true crime che appassiona soprattutto un pubblico femminile e alle streghe moderne che lanciano incantesimi a Trump. E parlando di mostri femmine svela chi sono i veri mostri. E no, non sono le donne.