Il nuovo ministero della Disabilità affidato a Erika Stefani discrimina le persone disabili?

Di Elena Fausta Gadeschi
·3 minuto per la lettura
Photo credit: Ute Grabowsky - Getty Images
Photo credit: Ute Grabowsky - Getty Images

From ELLE

Può un ministero della Disabilità discriminare le persone disabili? Domandarselo è lecito ed è proprio quello che è avvenuto all’indomani dell’annuncio del nuovo dicastero deciso da Mario Draghi e affidato a Erika Stefani della Lega. Anche di fronte alla pacifica evidenza di voler dare più risalto a una categoria spesso dimenticata, non sono mancate le polemiche di chi crede che un’iniziativa del genere sia il frutto di un pietistico intervento di facciata non sostenuto da provvedimenti concreti come pensioni di invalidità, tutele e abbattimento di barriere architettoniche per una (finalmente) agevole accessibilità a prodotti, servizi e trasporti.

A lanciare lo strale dalle colonne di Repubblica una lettera aperta di Iacopo Melio, consigliere regionale del Pd in Toscana e fondatore della onlus #vorreiprendereiltreno, che definisce il ruolo di un ministro della Disabilità “tanto inutile quanto dannoso, portandoci cento passi indietro sulla strada dell'inclusione”. E prosegue: “basterebbe che tutti i ministri tenessero di conto della disabilità quando, nel proprio settore, vengono realizzate nuove manovre, rendendole inclusive per tutti. Basterebbe ricordarsi di ogni diversità, non solo quella fisica, senza indossare guanti bianchi ma uno sguardo aperto e intersezionale, che non appiccichi etichette ma le combatta convintamente al punto da non vederle. Ma soprattutto, basterebbe sfruttare ciò che già esiste e funziona benissimo in un'ottica di uguaglianza: il ministero per le Pari Opportunità, ad esempio, perché di questo stiamo parlando, di persone che chiedono stessi diritti e non di specie in via d'estinzione da salvaguardare. Siamo persone e non dei panda”.

Secondo gli ultimi dati Istat nel nostro Paese le persone che, a causa di problemi di salute, soffrono di gravi limitazioni che impediscono loro di svolgere attività abituali sono circa 3 milioni e 100 mila, pari al 5,2% della popolazione. Quasi 1 milione e mezzo sono ultra settantacinquenni (cioè più del 20% della popolazione in quella fascia di età) e 990.000 di essi sono donne. La “geografia della disabilità” vede al primo posto le Isole, con un’incidenza del 6,3%, contro il 4,8% (il valore più basso) del Nord. Le regioni nelle quali il fenomeno è più diffuso sono l’Umbria e la Sardegna (rispettivamente, l’8,7% e il 7,3% della popolazione), mentre Veneto, Lombardia e Valle d’Aosta sono le regioni con l’incidenza più bassa, pari al 4,4%.

Ricordiamo che le limitazioni che determinano disabilità sono di varia natura e gravità, e possono riguardare ambiti anche molto diversi fra loro come la salute, l’istruzione, il lavoro, le condizioni economiche, la partecipazione alla vita sociale e culturale. Va anche ricordato però che in passato, in altre compagini governative, queste problematiche erano state attribuite a diversi ministeri (non sempre attinenti), salvo essere comunque ricondotte nell’ambito delle “politiche sociali’’ anch’esse organizzate in modo autonomo in un ministero ad hoc oppure tra le funzioni attribuite al dicastero del Lavoro.

Se tra le associazioni di categoria e le onlus c’è chi desiderava il proseguimento di un approccio di mainstreaming, auspicando che, dopo l’esperienza di Lorenzo Fontana come ministro per la Famiglia e le Disabilità nell’anno 2018-2019, la delega alla disabilità potesse rimanere in capo al presidente del Consiglio, come già accaduto con il governo Conte II, la Federazione Italiana Superamento Handicap guarda con grande interesse al nuovo dicastero, consapevole di come possa rappresentare una svolta nelle politiche di welfare o ridursi a un’iniziativa propagandistica a fini elettorali.

In tal senso sarà importante che la gestione degli innumerevoli fascicoli riguardanti la disabilità avvenga in maniera coordinata con gli altri ministeri, chiamando in causa il Lavoro, la Salute, l’INPS, ma anche le Autonomie locali, la Scuola e lo Sport, predisponendo magari un piano pluriennale e definendo in maniera chiara obiettivi e scadenze. Una cosa è certa: la ministra Erika Stefani dovrà dimostrarsi all’altezza del compito perché il cammino è lungo e tutto in salita.