Il Pakistan scioccato dai troppi femminicidi si ribella sui social media (ma servirà?)

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Il Pakistan è da anni nei primi 10 posti della classifica dei paesi più pericolosi al mondo, secondo la Thomson Reuters Foundation, che periodicamente intervista 550 esperti del settore, inclusi accademici, professionisti del sociale, politici, rappresentanti di associazioni non governative. I parametri sui quali la ricerca lavora guardano al benessere della donna a tutto tondo: salute, tradizioni culturali, discriminazioni, violenze sessuali e non, traffico di esseri umani. Le statistiche ufficiali della Commissione di polizia, legge e giustizia, della Commissione per i diritti umani e la Fondazione delle donne pakistane dicono che ogni giorno vengono denunciati almeno 11 casi di stupro, con oltre 22 mila casi denunciati alle forze dell'ordine negli ultimi 6 anni.

Eppure, secondo Geo News, solo 77 imputati sono stati condannati in questo lasso di tempo, vale a dire lo 0,3 per cento. Ed in questo contesto altamente problematico, c'è un premier, Imran Khan, che si prende la libertà di dire sulla televisione pubblica che la violenza sessuale è causata dall'abbigliamento "volgare" delle donne e che vede come soluzione auspicabile al dramma quella di "far indossare il velo islamico alle donne, perché ciò le proteggerebbe dalle aggressioni sessuali, dal momento che non indurrebbe gli uomini in tentazione".

Photo credit: AAMIR QURESHI - Getty Images
Photo credit: AAMIR QURESHI - Getty Images

Piacerà di certo ai vicini di casa talebani, il problem solving di Khan, che, per fortuna, non è un uomo solo al potere, ma ha anche dei Ministeri più progressisti di quanto la faciloneria con cui sono state pronunciate queste parole lascerebbe credere. Il gruppo di esperti del Ministero della giustizia e della giustizia e dell'Istituto di ricerca sulle politiche di Islamabad (IPRI) ha, infatti, deciso di tentare una strada, per provare ad arginare con quanta più urgenza possibile, la piaga della violenza, e lo ha fatto partendo dal web con una piattaforma online che utilizza la tecnologia per aiutare a colmare le lacune nelle informazioni e nell'accesso ai servizi e al sostegno per le donne.

Si parte con una dashboard online per arrivare, in tempi rapidi, ad un'app mobile, dove si potranno trovare tutte le informazioni sui servizi disponibili in tutto il paese per le donne e le ragazze colpite da violenza. Il sito web attualmente elenca 48 Darul Amaan (case di accoglienza), 26 centri di crisi e 64 ospedali con sede distrettuale (DHQ). L'obiettivo principale è, dunque, non quello di prevenire, ma di fornire soccorso e sostegno immediato alle vittime. La sovraintendente della polizia Amna Baig ha affermato che "l'unità è gestita da poliziotti e personale femminile nel tentativo di incoraggiare le donne a denunciare i crimini". Hanno ricevuto 550 reclami negli ultimi 3 mesi. Ma la questione irrisolta, o meglio una delle svariate, è che, per esempio, solo il 50% delle donne pakistane possiede un cellulare rispetto all'81% degli uomini. Secondo l'associazione del settore delle telecomunicazioni GSMA, il possesso di smartphone è moderatamente basso sia per gli uomini (37%) che per le donne (20%).

Photo credit: ARIF ALI - Getty Images
Photo credit: ARIF ALI - Getty Images

Ma non è tutto, perché la piattaforma è una soluzione troppo vaga e tiepida, per un paese in vero e proprio stato di allarme sociale. Se un'app, per dire, potrebbe essere un utile corollario in un paese che ha già una solida politica contro le violenze di genere, in Pakistan pare una pezza troppo piccola, per un problema così grande. Per altro proprio negli ultimi mesi, dopo l'uccisione di una donna di 27 anni a Islamabad lo scorso luglio, la misura sembra più che colma, tanto che le proteste si sono quintuplicate in tutto il paese. Quest'ultimo omicidio, in particolare, ha suscitato un furore senza precedenti, che non si è ancora fermato. La vicenda è quella di Noor Mukadam, figlia di un ex diplomatico, probabilmente (ancora non c'è stato il processo) ammazzata da Zahir Jaffer, figlio di un magnate.

Jaffer ei suoi genitori, accusati di presunto coinvolgimento nell'insabbiamento del crimine, sono in carcere in attesa di processo. L'omicidio ha suscitato un'indignazione e una rabbia che non si spegne, sui social media, dove le donne, e anche molti uomini, hanno trovato uno sfogo per la loro frustrazione per la sistematica violenza di genere del Pakistan. Il caso di Mukadam ha galvanizzato un movimento femminista simile, con un più ampio appello alla giustizia sociale, a quello che nel 2018 portò ad una versione pakistana del #MeToo. Non solo: L'uccisione di Mukadam ha dato visibilità ad altri episodi di violenza di genere in Pakistan. Dopo la notizia dell'omicidio del 20 luglio, l'hashtag #justicefornoor è diventato virale, unitamente alla campagna social organizzata da Zahra Haider, attivista femminista e amica di famiglia di Mukadam, che ha fornito alle donne una piattaforma per denunciare gli abusi che avevano subito per mano di uomini potenti.

Per coloro che si sono uniti alla campagna, l'uccisione di Mukadam sembra indicare che le donne non sono al sicuro da nessuna parte, in Pakistan. Il caso è, infatti, diverso da molti episodi di violenza contro le donne pakistane, perché è avvenuto in un quartiere di lusso della capitale, con l'autore e la vittima provenienti da ambienti d'élite. Ed è stato anche particolarmente brutale, ed entrambi i fattori hanno probabilmente aumentato lo slancio del movimento che chiede giustizia. “Non è un uomo ricco che uccide una donna povera. È un uomo ricco, con un'istruzione, che uccide la figlia di un ex diplomatico”, ha detto Nighat Dad, il fondatore della Digital Rights Foundation del Pakistan.

È significativo, ma non inusuale, che ci sia voluto un caso di così "alto profilo", per innescare una conversazione più ampia sulla classe e su come modella le percezioni sulla sicurezza delle donne. La violenza contro le donne è, infatti, endemica in Pakistan. Nell'ultimo Global Gender Gap Report del World Economic Forum , il paese si classifica 153 su 156 paesi e un recente rapporto di Human Rights Watch ha rilevato che gli episodi di violenza domestica sono aumentati del 200% lo scorso anno, peggiorando dopo l'inizio del blocco del coronavirus a marzo. Ma molti casi di molestie sessuali e violenza di genere non vengono denunciati. Ottenere giustizia in Pakistan rimane un sogno irrealizzabile per la maggior parte delle sopravvissute a violenza di genere. Un fattore importante nella mancanza di denuncia di abusi in Pakistan è lo stigma ad esso associato. Molte donne che hanno subito violenza domestica hanno paura di procedere con una denuncia, e le famiglie a volte rafforzano questo silenzio e il biasimo della vittima è comune. L'organizzazione non governativa 'War Against rape' stima che meno del 3% dei casi di violenza sessuale e stupro sfoci in una condanna.

Settimane dopo l'uccisione di Mukadam, le persone continuano comunque a pubblicare dichiarazioni di solidarietà, promettendo di continuare la lotta per la giustizia. Per le sopravvissute a stupri e violenze, questo tipo di supporto via social è importante, infonnde coraggio, sopratutto non fa sentire del tutto sole, o solo un numero, una percentuale di ennesimo fallimento o raro successo. Detto ciò, anche se le piattaforme digitali attirano l'attenzione sui casi di violenza di genere, i progressi reali faticano ad arrivare per questa via. La mancanza di volontà politica è evidente, con alti funzionari pakistani poco motivati nel cercare di fermare i crimini violenti contro le donne.

L'indignazione su Internet per l'uccisione di Mukadam rivela in definitiva le lacune nel sistema giudiziario pakistano e i modelli sistemici di oppressione contro le donne: una forza di polizia inefficace, leggi limitate contro la violenza domestica e una mancanza di azione da parte degli alti funzionari. Inoltre, anche se la giustizia potrebbe arrivare per Mukadam e la sua famiglia, alcuni attivisti sono scettici sul fatto che influenzerà un cambiamento più ampio per le donne in tutto il Pakistan. Non tutti hanno i mezzi o la rete di supporto per attivare un'attenzione di questo genere. La risposta a questo ennesimo femminicidio, però, ha comunque favorito un senso di comunità tra le donne, che forse prima non esisteva, ponendo le basi per una battaglia contro il radicato problema della violenza sessuale in Pakistan che vada oltre la mappatura dei punti di aiuto per le donne, ma che risalga la montagna e stani il nemico a casa sua, per non dargli più pace.

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