Il premier ungherese Orban continua la sua battaglia contro la comunità Lgbt, e convoca un referedum

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Photo credit: NurPhoto - Getty Images
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Il premier ungherese Viktor Orban continua la sua battaglia cieca e sorda contro la comunità LGBTQI+. Indifferente ai moniti della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che pochi giorni fa aveva dichiarato che "se l’Ungheria non aggiusterà il tiro la Commissione userà i poteri ad essa conferiti in qualità di garante dei trattati, dobbiamo dirlo chiaramente: noi ricorriamo a questi poteri a prescindere dallo stato membro", Orban ha annunciato che il suo governo terrà un referendum nazionale sulla "protezione dell'infanzia, un eufemismo dietro il quale si nasconde, malamente, una legge discriminatoria che vieta qualsiasi rappresentazione di persone LGBT in materiali destinati ai bambini. Proprio contro questo provvedimento, sempre Von der Leyen s'era opposta con la consueta fermezza, dicendo che "questo disegno di legge ungherese è una vergogna [...] discrimina chiaramente le persone sulla base del loro orientamento sessuale e va contro tutti i valori fondamentali dell'Unione europea: dignità umana, uguaglianza e rispetto dei diritti umani".

Ma è ormai chiaro che il presidente ungherese non ha alcuna intenzione di mollare di un centimetro, con quella che ha tutte le caratteristiche di una fissazione al limite del maniacale, la sua, possiamo dirlo, persecuzione verso la comunità queer. Non ha molte altre priorità, quello che, insieme alla Polonia, è il paese più a destra d'Europa, baluardo di un sovranismo votato all'intolleranza e al razzismo che dalla vittoria di Biden in Usa in poi, sta forse, si spera, perdendo gradualmente, lentamente appeal in tutto il mondo. L'Ungheria che vieta le bandiere arcobaleno sequestrate ai tifosi a Budapest è fuori sincro rispetto ad un'Unione Europea che vuole, invece, aprire sempre più ai diritti civili, con slanci più manifesti, ed alcune resistenze, ed ingerenze della Chiesa cattolica, che noi italiani conosciamo fin troppo bene. Le aperture, e torniamo ad Orban, non sono concepite in Ungheria, dove il premier ha annunciato il referendum proprio tre giorni prima della marcia del Budapest Pride di sabato.

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Il referendum avrà cinque domande, per lo più formulate in un linguaggio manipolatorio. Una di queste, per esempio, è: “Sostieni che ai minori vengano mostrati, senza alcuna restrizione, contenuti mediatici di natura sessuale in grado di influenzare il loro sviluppo?". Mescolando sovranismo e religione, dunque, Orban ripropone lo schema con il quale nel 2016 organizzò un referendum contro l’ingresso dei migranti nel Paese per opporsi alle regole decise dentro alla Ue. Allora votò solo il 40% degli aventi diritto, ovviamente in blocco contro i migranti: una batosta per una destra che aveva già in mano il Paese, una "grande vittoria" nella propaganda di regime che spesso capovolge la realtà. Ora, come abbiamo capito, nel mirino c'è un altro nemico. Ed abbatterlo è, appunto, l'assoluta priorità del governo. La nuova legge ungherese che è entrata in vigore all'inizio di questo mese, infatti, sembra fondere omosessualità e pedofilia, ed è modellato in parte su una legge russa che vietava la cosiddetta "propaganda gay" tra i minori. Ma qui in Ungheria si è andati oltre, rendendo reato “promuovere o rappresentare” l'omosessualità o la riassegnazione di genere ai minori, e limitando anche l'educazione sessuale nelle scuole alle organizzazioni non approvate dal governo.

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Orbán si sta preparando ad affrontare le elezioni la prossima primavera contro una coalizione di opposizione appena formata, che potrebbe dargli del filo da torcere ed aprire ad una corsa alla vittoria molto combattuta. La vigorosa retorica anti-Lgbt, dunque, sembra essere parte di una strategia politica per rafforzare il sostegno degli ultra conservatori al suo partito, Fidesz, sulla scia dei molti anni di campagne contro i rifugiati e le migrazioni. "È in gioco il futuro dei nostri figli - ha detto il premier per scaldare gli animi prima della chiamata alle urne dei cittadini - quindi non possiamo lasciare che Bruxelles faccia a modo suo", ha affermato Orbán. "Il primo ministro ha chiesto agli ungheresi di dire di no a queste domande, proprio come hanno fatto cinque anni fa quando abbiamo impedito a Bruxelles di costringerci ai migranti", ha detto il portavoce di Orbán Zoltán Kovács in un blogpost. Ma l'Europa lo sta isolando sempre più, anche nelle destre, con, per esempio, Il premier conservatore olandese Mark Rutte che aveva invitato a Orban a "rispettare i valori della Ue o a lasciare il blocco".

Lo stesso Mario Draghi era intervenuto per chiedere il rispetto dei Trattati sottoscritti anche dall’Ungheria. Ma nonostante gli avvertimenti della Commissione, che per la violazione dello Stato di diritto è pronta a congelare i fondi destinati all’Ungheria per la ripresa post-pandemica, Orban punta a fare del referendum un plebiscito. E se la mossa gli dovesse riuscire, il risultato sarebbe un aumento della discriminazione e della stigmatizzazione della comunità LGBTQI+ ungherese, ma soprattutto si renderà la vita più difficile e pericolosa per i bambini queer. Speriamo che il premier abbia fatto male i conti e che il suo popolo, stavolta, gli si rivolti contro, andando ad allinearsi a posizioni europeiste e tolleranti. Speriamo davvero.

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