Il Premio Nobel per la pace 2021 è andato a due giornalisti (e non è una notizia scontata)

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Photo credit: HEIKO JUNGE - Getty Images
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Non ha vinto "il corpo sanitario italiano", uno dei 329 candidati al Nobel per la Pace 2021, ma questa è l'unica, lieve, nota di rammarico tutto patriottico, in una giornata bellissima che è tornata, in quel di Oslo, a premiare il giornalismo d'inchiesta. A vincere, infatti, sono stati due reporter, Maria Ressa e Dmitri A. Muratov, insigniti, venerdì 8 ottobre 2021, per i loro sforzi per salvaguardare la libertà di espressione, che il Comitato del Nobel ha descritto come una precondizione per la democrazia e una pace duratura. I due sono stati riconosciuti per "la loro coraggiosa lotta per la libertà di espressione nelle Filippine e in Russia", con il comitato che ha notato che facevano parte di una più ampia lotta per proteggere la libertà di stampa. Parole che somigliano a quelle di Ressa che, condannata nell'agosto 2020 dal governo del presidente filippino Rodrigo Duterte a sei anni di carcere per diffamazione, commentò dicendo che "la libertà di stampa è il fondamento di ogni singolo diritto che avete come cittadini". La la giornalista nominata persona dell'anno da Time nel 2018 è stata tra i fondatori del sito giornalistico Rappler, molto duro nei confronti di Duterte e dei suoi metodi autoritari. Stessa impostazione anche per Dmitry Andreyevich Muratov, giornalista russo e direttore del giornale Novaya Gazeta, noto per avere in più occasioni criticato il presidente russo Vladimir Putin e per le numerose inchieste sui casi di corruzione nel paese.

"Sono rappresentanti di tutti i giornalisti che difendono questo ideale, in un mondo in cui la democrazia e la libertà di stampa affrontano condizioni sempre più avverse": così ha scritto il comitato, che ha aggiunto come Maria Ressa si sia distinta nel suo lavoro di denuncia "dell'abuso di potere, dell'uso della violenza e del crescente autoritarismo nel suo paese natale, le Filippine". Da quando è stato pubblicato nel gennaio 2012, il magazine on line Rappler è diventata una delle piattaforme mediatiche più popolari e influenti del paese, mescolando i reportage con gli appelli per l'attivismo sociale. Oggi il sito attira una media di 40 milioni di pagine visualizzate e 12 milioni di visitatori unici al mese, cifre che sono più che raddoppiate durante la stagione elettorale nelle Filippine. Maria Ressa ha commentato la vittoria sul suo sito, scrivendo: "Non credo che il merito sia mio, penso che sia di Rappler. L'ho - l'abbiamo - sempre detto dal 2016, che stiamo combattendo per la verità dei fatti". E quando viviamo in un mondo in cui i fatti sono discutibili, quando il più grande distributore di notizie al mondo dà la priorità alla diffusione di vite intrise di rabbia e odio, allora il giornalismo deve diventare attivismo.E questa è la trasformazione che abbiamo attraversato in Rappler. Come possono i giornalisti continuare la missione del giornalismo? Perché è così difficile continuare a raccontare la verità? In una battaglia per i fatti, ciò che questo premio dimostra è che il comitato del Nobel per la pace si è reso conto che un mondo senza fatti significa un mondo senza verità e fiducia.


Verità e fatti: anche per Muratov essere un giornalista ha sempre riguardato questi due punti cardine, seguendo i quali ha difeso la libertà di parola in Russia per decenni, lavorando in condizioni sempre più difficili. La sua Novaya Gazeta, come scrive il comitato, "è il giornale più indipendente in Russia, con un atteggiamento fondamentalmente critico nei confronti del potere. Il giornalismo basato sui fatti e l'integrità professionale del giornale lo hanno reso un'importante fonte di informazioni su aspetti censurabili della società russa raramente menzionati da altri media". Il giornale ha, infatti, continuato a pubblicare nonostante molestie, minacce, violenze e omicidi. Secondo il comitato, dalla sua nascita, sei dei suoi giornalisti sono stati uccisi, tra cui Anna Politkovskaya, che ha scritto articoli di inchiesta sulla guerra in Cecenia. “Nonostante le uccisioni e le minacce- ha scritto il comitato -il caporedattore Muratov si è rifiutato di abbandonare la politica indipendente del giornale. Ha costantemente difeso il diritto dei giornalisti di scrivere tutto ciò che vogliono su ciò che vogliono, purché rispettino gli standard professionali ed etici del giornalismo".

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