Il ritratto di Ryue Nishizawa è un road movie girato a bordo di una vecchia Giulia

Di Valentina Raggi
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Il loro successo è iniziato con Guadalupe Acedo (molti la ricorderanno), la giunonica governante nel documentario Koohlaas houselife, una casa – macchina progettata da OMA. “Desideravamo fare un film sull’architettura che non avesse il solito stile promozionale, volevamo qualcosa di onesto, ovvero le persone, non come silhouette ma libere di vivere quei luoghi”, dicono Ila Bêka e Louise Lemoine raggiunti via Zoom per l’intervista. “Guadalupe ti spiace se ti filmiamo in casa? Abbiamo chiesto alla governante della Maison à Bordeaux. Io devo lavorare, voi fate quello che volete. Ci ha risposto”. Con una telecamera a mano Ila segue il suo corpo generoso in un complesso rapporto di odio e amore con gli spazi, tra cui una piattaforma centrale che sale e scende sui 3 piani. Ne esce un film meraviglioso. E’ il 2008. Da allora a oggi Bêka & Lemoine hanno ideato, girato e prodotto 20 film (molti a più episodi) e nel 2016 il MoMA di New York ha acquisito per la collezione permanente la loro intera filmografia, cosa rara. Racconta opere di Renzo Piano, Frank Gehry, Richard Meier, Herzog & de Meuron, Bjarke Ingels, tra i vari, dai punti di vista più disparati, gli uomini acrobati addetti alla manutenzione del museo Guggenheim di Bilbao, i residenti della 8 House a Copenhagen, definito il miglior edificio del 2011, la quotidianità domestica del ritiratissimo e sconosciuto signor Moriyama, che abita una casa progettata dai SANAA… “Se uno vuole sapere qualcosa di un’architettura, non lo troverà nei nostri film”, dice sorridendo Ila.

Photo credit:  © Héloïse Lalanne
Photo credit: © Héloïse Lalanne

I documentari di Bêka & Lemoine hanno il tone of voice della confidenza, come fosse il racconto di un caro amico davanti a un bicchiere di vino, che ti incuriosisce, ti diverte, ti scalda il cuore. Loro hanno il talento della semplicità, che ha generato qualcosa di importante, una chiave di lettura del mondo del progetto che prima non esisteva, la chiave che in tasca ci mancava. Lei è francese, laurea in storia dell’arte alla Sorbonne di Parigi, lui italiano, studi in Architettura allo IUAV di Venezia e all’École nationale supèrieure d’architecture di Parigi, con docenti del calibro Aldo Rossi, Vittorio Gregotti e Ugo La Pietra — forse proprio i tanti corti urbani di quest’ultimo, ironici e impegnati, hanno influito nel corso della storia.

Abbiamo incontrato la coppia in occasione della première italiana, al Milano Design Film Festival (6-8 novembre), del loro ultimo capolavoro Tokyo Ride, un ritratto di Ryue Nishizawa, co-fondatore con Kazuyo Sejima dello studio SANAA (la nuova Università Bocconi di Milano tra le opere più recenti). Tokyo Ride è un road movie per le strade della città a bordo di Giulia, l’amata Alfa Romeo d’epoca dell’architetto, che si fa occasione di chiacchiere su tutto, dai padri dell’architettura al confronto culturale Oriente – Occidente, dall’infanzia di Nishizawa alla sua pratica progettuale. Ne esce fuori un personaggio ironico e naïf, understated e saggio, capace ancora di osservare il mondo con curiosità e sorpresa. L’ antieroe dietro all’altisonante nome, che però in un istante diventa un grande.

Come è nata l’idea di questo film?

“Dieci anni fa Ryue ci ha promesso un giro sulla sua automobile. Finalmente l'abbiamo fatto”, spiegano i registi. Giulia è decisamente co-protagonista, mentre Kazuyo Sejima – Sajima San come riverentemente la chiama il suo compagno di vita e di lavoro – compare solo qualche istante. “Ryue ha un rapporto intimo con Giulia che viene fuori nel film. Abbiamo girato un solo giorno, e diluviava, lui sentiva che Giulia non era in forma, poi che aveva sete, che doveva riposarsi. Eravamo interessati a questo rapporto uomo-macchina, soprattutto perché lui è un progettista. L’abitacolo è così diventato una sorta di salotto dove conoscersi”.

Perché avete scelto il bianco e nero?

“In omaggio ai grandi registi nipponici Kenji Mizoguchi e Yasujirō Ozu, alla street photography di Daido Moriyama, a Nishizawa stesso che ama il rock n’roll, alle candide architetture dei SANAA e poi a Giulia, che è ovviamente bianca.”

Girare un film in un solo giorno non è facile. Come vi preparate?

“Iniziamo con un approccio grafico, scriviamo una serie di parole che soprattutto ci preparano all’improvvisazione. I nostri film indagano la psicologia degli spazi attraverso le persone e negli anni abbiamo affinato la tecnica nel trovare il giusto approccio con individui diversi: catturare i minimi comportamenti, seguire il flusso di energie, trovare la strada per procedere. Nel nostro Barbicania un inquilino del Barbican a Londra dice proprio che noi abbiamo la magic key. Per questo ultimo film abbiamo cercato di capire i codici culturali nipponici e Ryue ha fatto lo sforzo di aprirsi molto con noi; è molto riservato, i SANAA praticamente non hanno un sito web".

Nishizawa nel film dice che i giapponesi sono un popolo nuovo, sono stati chiusi dal mare e dalla natura, mentre gli europei sono più antichi e, anche con le guerre, hanno imparato ad aprirsi agli altri. Amplia il discorso parlando di architettura oceanica, quella giapponese, e architettura continentale, europea. “La prima è più organica e dinamica, è un verbo, l’altra è un nome, è statica e monumentale”, dice. Gli occidentali conservano e restaurano, la storicità è un valore, i giapponesi rifanno tutto ex novo, per questioni sismiche ma anche perché il valore culturale sta nella rituale ripetizione.

Di architettura si parla anche, sempre in maniera trasversale, con una veloce tappa a casa di Sejima e Nishizawa. Progettata da lui. Sejima San ammette di essersi a un certo punto stufata dei frequenti litigi col compagno e di essersi arresa dandogli carta bianca. Un indimenticabile sequenza in bilico tra intimità di cuori e notorietà delle menti.

Si parla poi di concerti di Bruce Springsteen e di incontri con Niemeyer, di passione per Barragán e van der Rohe, di posti belli a Tokyo e di ristoranti asiatici a Venezia. E la sera, e il film, si concludono chiudendo il cerchio a casa di Moriyama San, omonimo il titolo del precedente film girato qui.

Non spoileriamo tutto. Visto il film, il protagonista ha commentato “ho sentito la vita!”. Spiegando che la visione di Beka & Lemoine è come quella di due gatti che entrano ed escono dalle architetture nella città.

Tokyo Ride arriva in Italia fresco di un premio al Tel Aviv International Documentary Film Festival e girerà il mondo. I vostri prossimi progetti?

“Il Covid complica la realizzazione di film, anche se noi siamo solo in due a fare tutto, perché vogliamo essere totalmente liberi. Stiamo lavorando ai nuovi episodi di ‘Homo Urbanus’, in tutto saranno dieci film su diverse città del mondo. Siamo passati dalla scala dell’appartamento a quella urbanistica. Questo progetto è anche un corso di master alla Architectural Association School of Architecture di Londra. Al momento passiamo le giornate in videocall a insegnare, presentare film e parlare. Sarebbe molto interessare anche esplorare questa nuova dimensione domestica e digitale dovuta alla pandemia”.