Il Tar del buon senso

Di Massimo Russo
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Photo credit: MARCO BERTORELLO - Getty Images
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Il buon senso non si acquisisce per decreto. Né riformare burocrazia e giustizia servono di per sé a farlo crescere. Prendiamo il caso della polemica tra Regione e Istituto superiore di sanità (Iss) sui dati errati riguardanti il Covid-19, che hanno determinato l’inclusione della Lombardia in zona rossa lo scorso 16 gennaio. Una vicenda che per giorni ha occupato energie, attenzione del pubblico e le cronache.

Le verifiche successive di alcuni media e il fact-checking di Pagella politica hanno chiarito che:

  • l’uscita dalla zona rossa è stata determinata dall’invio di nuovi dati, modificati e corretti rispetto ai precedenti, da parte della regione Lombardia, sulla base dei quali è stato ricalcolato l’indice Rt di trasmissibilità del virus;

  • la rettifica, aggiungendo tra le informazioni trasmesse il campo “stato clinico”, ha permesso di ridurre il numero dei pazienti sintomatici da 14.180 a 4.918, facendo calare Rt da 1,38 a 0,88 (l’inclusione di tale informazione era stata richiesta dall’Iss alla Regione fin dai primi di gennaio);

  • l’algoritmo, ovvero la serie di operazioni sulla base delle quali viene stabilito l’indice Rt, uno dei parametri chiave per assegnare la fascia di appartenenza di una regione, è pubblico ed è consultabile qui e qui.

  • i dati della Regione Lombardia, invece, checché ne dicano le autorità, non sono a oggi pubblicamente consultabili.

Alla luce di tutto questo, che senso ha il ricorso al Tar che la Regione aveva presentato contro il provvedimento di assegnazione alla zona rossa? Decaduta l’urgenza, la Regione ha rinunciato alla richiesta di sospensiva. Ma il fascicolo del giudizio di merito sta ancora lì, a ingolfare la giustizia amministrativa. Davvero non esiste un modo migliore di impiegare tempo ed energie?

Photo credit: NurPhoto - Getty Images
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