Il teatro del reale secondo Stefan Kaegi fondatore dei Rimini Protokoll

Di Giada Vailati
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Photo credit: Marjolijn Tammer / EyeEm - Getty Images
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Realtà e teatro sembrano essere per definizione due mondi separati, anche se già l’immenso Shakespeare insisteva nel far passare come storie vere le proprie rappresentazioni: non c’è dubbio che chi si occupa di fare teatro, quando non lavora su storie di fantasia, prenda ispirazione dalla propria vita personale o dalla situazione sociale e politica che ha vissuto e nel quale è inserito, non è quindi sbagliato pensare che una porzione di verità sia sempre presente nello spettacolo. Addirittura per alcuni autori la realtà è l’unico soggetto che valga la pena di mettere in scena, senza troppe rielaborazioni ma semplicemente così com’è: la realtà messa su un palco nuda e cruda perché gli spettatori la osservino.

Questa direzione è di certo la prediletta dei Rimini Protokoll, gruppo teatrale tedesco fondato nel 2000: lo racconta in Triennale Teatro Milano Stefan Kaegi, uno dei membri fondatori, durante la Lectio Magistralis dello scorso 19 ottobre durante la quale ha condiviso con il pubblico domande e riflessioni sul tema che lo accompagnano dagli inizi della sua produzione teatrale.

Photo credit: Rimini Protokoll
Photo credit: Rimini Protokoll

L’incontro è stato l’occasione d’oro di ripercorrere vent’anni di progetti realizzati in giro per il globo quasi sempre coinvolgendo persone locali non professioniste. I temi trattati nei vari lavori sono molto diversi fra loro, spaziano dal capitalismo, al livello di democrazia di uno Stato, al rapporto con l’intelligenza artificiale, alla guerra, al ruolo della tecnologia: tutti esistono di per sé e assumono connotati diversi in base alla geografia, ai ruoli politici o alla posizione sociale, l’operazione teatrale del collettivo sta nel dare modo di osservare come questi vengano recepiti e sentiti in luoghi diversi del mondo.

Fra i tanti lavori raccontati da Kaegi colpisce decisamente 100%City a statistical chain reaction, progetto realizzato finora in più di trentacinque città del mondo, che vede in scena 100 cittadini selezionati in base a cinque criteri diversi che rappresentano nel modo più fedele possibile la loro città: sul palco sono chiamati a rispondere a domande su temi centrali come l’aborto, l’omosessualità, l’aver infranto la legge o desiderare il divorzio, davanti a un pubblico che osserva e che talvolta può partecipare al “quiz” in forma anonima.

Photo credit: Jim Carmody
Photo credit: Jim Carmody

Operazioni teatrali come questa hanno grande importanza sociale, il fulcro dello spettacolo, anche se preso alla lontana, tratta di libertà di esprimere opinioni e per di più di fronte a un pubblico, situazione che potrebbe decisamente condizionare la risposta.

È evidente che in casi come quello dei Rimini Protokoll il teatro può risultare ancora più vero della realtà: palco e platea sono pur sempre luoghi sicuri dove può essere più semplice assorbire informazioni e esprimere opinioni in maniera sincera, a volte forse più che fuori, dove spesso invece il condizionamento o l’inconscia paura delle conseguenze hanno la meglio sulla libera espressione.