Il vero Iverson non è quello che pensi

Di Claudio Pellecchia
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Photo credit: 66thand2nd
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From Esquire

Il senso di Not a game (66thand2nd, traduzione di Lorenzo Vetta) è racchiuso in una frase del dodicesimo capitolo quando Kent Babb – giornalista sportivo del Washington Post – scrive che per Allen Iverson “il passato era un luogo più confortevole del futuro”. Si tratta di una sfida ulteriore, l’ennesima, per un lettore che, nelle pagine precedenti, è già stato costretto a cambiare prospettive, percezioni e chiavi interpretative di una certa narrazione. Quella, per intenderci, che ha accompagnato il racconto di Iverson alle ultime due generazioni di appassionati.

Quando si arriva lì, a quel capitolo, a quella frase, nel turbinio di emozioni contrastanti tipiche di quando ci si trova a metà tra lo sconcerto e l’amarezza, il fu The Answer non è già più colui in grado di “giocare 48 minuti ogni sera per vendicare una vita di ingiustizie”, l’uomo che riscatta quasi da solo la Philadelphia cestistica, l’icona pop più influente nella NBA a cavallo tra vecchio e nuovo millennio: Iverson era ed è qualcosa di più, qualcosa di diverso, qualcosa di peggio, qualcosa che, intimamente, sapevamo potesse essere e che, per certi versi, non abbiamo voluto vedere per evitare di sporcare il ricordo di un atleta senza eguali e senza tempo.

Eppure, in quel momento, anche se solo per un attimo, sembra quasi che l’autore voglia restituirgli (e restituirci) una dimensione più familiare, per certi versi persino più umana, quella con cui siamo stati abituati ad empatizzare e attraverso cui abbiamo filtrato il "nostro" Iverson, la proiezione ideale di genio e sregolatezza cui siamo sempre stati abituati e che, però, ha finito per scontrarsi duramente con la realtà dei fatti. Una realtà per cui non eravamo pronti allora e per la quale non siamo pronti nemmeno oggi, nel momento in cui realizziamo che quell’immagine superomistica per cui lo abbiamo tanto amato è stata la sua dannazione, la sua rovina, la sua condanna.

Per questo il libro di Babb va oltre. E lo fa in maniera chiara, diretta, immediata, persino brutale in quei passaggi in cui ci si sente quasi complici di quello che si sta leggendo, perché si possa toccare con mano la durezza di quel lato oscuro della medaglia che avevamo soltanto intuito e che invece c’era e probabilmente c’è ancora.

In Not a game di basket si parla poco: o, meglio, se ne parla nella misura in cui ci aspettiamo che se ne parli dopo che, già nelle prime pagine, appare chiaro quale sarà il focus narrativo. Il racconto degli anni di Georgetown sotto coach John Thompson, del crossover a Jordan nell’anno da rookie, dello “steps over Lue”, della nascita dell’Iverson cut che ha fatto le fortune di Larry Brown e dei Sixers nel viaggio fino alle Finals del 2001, scorre via quasi senza rendersene conto: perché sono cose che sappiamo, che abbiamo visto e visto, che ci sono state raccontate da ogni angolazione possibile. Ma, soprattutto, perché, a quel punto, il desiderio è quello di voler conoscere il vero Iverson. Che non è quello che ci hanno raccontato fino ad oggi, con i suoi vizi troppo spesso mascherati dalla virtù di segnare 40 punti a partita sempre, comunque, contro chiunque.

Not a game è un pugno nello stomaco, una demolizione continua, pagina dopo pagina, di ciò che credevamo di sapere, un ridimensionamento progressivo dell’epica iversoniana in ogni sua sfumatura, anche la più piccola e apparentemente insignificante. Dimenticate la retorica dell’uomo contro il sistema o dell’uomo contro in generale, dimenticate la dimensione salvifica di mamma Ann, dimenticate il lato romantico dell’identificazione con l’anima operaia di Philadelphia, dimenticate il fascino e l’altruismo del “dove io mangio, mangiano tutti”, dimenticate persino l’idea dello sport come occasione di riscatto, catarsi e redenzione.

Quello che emerge è un Iverson che si potrebbe persino definire subdolo, che rovina tutto e tutti, un “maestro nel manipolare la propria immagine” e le persone che gli stanno intorno perché “nessuno facesse troppe domande”; un Iverson che dimostra come il basket sia diventato il mezzo attraverso cui procurarsi il necessario per abbandonarsi alle sue malsane passioni e non quella via di fuga ideale dal ghetto e dalle cattive compagnie che abbiamo sempre immaginato; un Iverson che non è in grado, o forse non vuole, affrontare i suoi problemi, quasi come se sperasse che quelle due ore in cui veniva fischiato e applaudito, amato e odiato, fossero sufficienti a nascondere la polvere sotto il tappeto, ancora una volta.

Ma emerge anche un Iverson in cerca di aiuto, di una voce amica, di una mano tesa, di un orecchio in grado di ascoltare il suo grido di rabbia, dolore e disperazione. Come quando, nel 2002, dà vita a quella triste parodia di sé stesso nella celebre conferenza stampa del “we’re talkin’ about practice”, che nel tempo è diventata un autentico must dell’universo memetico ma che, in realtà, celava un malessere e un disagio sui quali, con il senno di poi, si farebbe molta fatica a scherzare. Anche se sarebbe stato lui il primo a farlo nel corso degli anni, nella triste riproposizione di una sorta di comicità sdrucita da cinepattone che non è più in grado di far ridere nessuno.

Di fronte a tutto questo ci si sente vuoti, smarriti, indifesi, impauriti. Arriva un momento in cui la crudezza del racconto e il timore di restare nuovamente spiazzati da ciò che ci aspetta al rigo o al paragrafo successivo ci spingerebbero a fermarci, ma la realtà è che non si può. Perché è necessario. Perché ormai non riguarda più solo Iverson ma riguarda anche noi, la nostra capacità di (auto)critica, il nostro saper ammettere di aver sbagliato, il nostro saper fare i conti con la caduta di un idolo ben oltre la triste conclusione della sua parabola sportiva.

Not a game è un viaggio a ritroso nel tempo, è un tentativo di individuare dove e come abbia sbagliato lui con noi e dove e come abbiamo sbagliato noi con lui, è l’evoluzione dell’analisi di quanto Allen abbia influenzato Iverson e viceversa. A un certo punto la storia diventa così paradossale e difficile da maneggiare che ci sentiamo responsabili per quello che è successo e ci illudiamo che se fossimo stati meno indulgenti con lui, se avessimo prestato attenzione a tutto il resto oltre quei 40 punti a partita che riempievano gli occhi, il cuore e la mente, magari ora sarebbe tutto diverso, magari lui sarebbe diverso e la sua vita e la sua carriera non sarebbero andate a rotoli. Il tutto mentre la sua dimensione sportiva resta lì, sullo sfondo, sfumata e indefinita, corollario necessario eppure non indispensabile di una vicenda umana che non è, non può essere, solo quello che è accaduto in 14 stagioni sui parquet di mezza America.

L’Iverson di Babb non è il Maradona di Kapadia, non è l’espressione di quella genialità maledetta in cui le insicurezze e gli errori dell’uomo si mischiano al talento e ai successi dell’atleta, conferendogli un’aura divina di misticismo e invincibilità. Iverson non è un dio perché un dio può cadere una volta ma non così tante; Iverson non è invincibile, perché è stato già vinto troppe volte nel momento in cui è all’apice della carriera; Iverson non è schiavo dei suoi demoni perché è lui stesso il suo peggior demone; Iverson sbaglia nonostante sappia di star sbagliando e senza che faccia nulla per porvi rimedio.

Eppure, tra le righe, c’è sempre spazio per la speranza. La speranza che, prima o poi, Iverson cambi per cambiare tutto il resto. La speranza che Iverson si salvi perché anche noi possiamo salvarci. La speranza di immaginare che un futuro diverso e migliore sia possibile proprio come era stata possibile la partita dei 48 punti allo Staples Center. La speranza che Iverson, in fondo, sia ancora quello che ci siamo sempre raccontati e che invece non era. Non del tutto, almeno.