Il virus del Covid-19 sta cambiando, se in meglio o in peggio dipende da noi

Di Simone Cosimi
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Photo credit: Gabriel Kuchta - Getty Images
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From Esquire

C’è una nuova ricerca che ci ricorda come confidare sull’immunità di gregge ottenuta facendo liberamente circolare un agente patogeno sia priva di fondamento. Al contrario, a seconda delle condizioni l’infezione può dare origine a conseguenze più gravi e questo è più facile che si verifiche all’aumentare della sua velocità di trasmissione. Che d’altronde fa esplodere esponenzialmente la possibilità di errori e mutazioni nella sua replicazione genetica rispetto a un’epidemia tenuta sotto controllo e infine riportata in equilibrio.

In altre parole, l’indagine spiega che chi suggerisce di evitare le misure di sicurezza o addirittura incoraggia deliberatamente la circolazione di Sars-CoV-2 potrebbe contribuire all’emersione di nuove varianti violente del virus nel breve periodo. E a rendere meno efficaci i vaccini in arrivo nei prossimi mesi. Non solo, dunque, la circolazione incontrollata produce un clamoroso stress ai sistemi sanitari – con conseguenze drammatiche per tutti i malati, Covid o no, su interventi ricoveri terapie e così via – e un numero di morti enorme ma, appunto, rischia di portarsi dietro una mutazione più letale del virus che produrrà più danni per un periodo troppo lungo.

Photo credit: Hindustan Times - Getty Images
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Lo studio, pubblicato sulla rivista Evolution Letters, riporta il lavoro dell’ecologista evoluzionista Camille Bonneaud dell’università di Exeter, in Gran Bretagna, e si concentra su una tipologia di patologia oftalmica molto seria che si è diffusa nei fringuelli domestici negli Stati Uniti orientali dopo che un batterio chiamato Mycoplasma gallisepticum ha superato la barriera delle specie dai gallinacei nel 1994. I ricercatori hanno analizzato circa 50 varianti batteriche isolate dai fringuelli nei vent’anni seguenti l’epidemia. Poi hanno studiato le differenze nella sindrome in fringuelli mai esposti al Mycoplasma gallisepticum, creando una simulazione accelerata di una situazione epidemica. Cosa hanno scoperto? Che le varianti più violente si trasmettevano più rapidamente ma che quelle con una virulenza intermedia sono risultate le più longeve in termini evoluzionistici, fino a dominare la popolazione batterica.

Virus, funghi o batteri, poco cambia da questo punto di vista: in natura, l’ospite e le popolazioni dei patogeni mostrano un’enorme diversità genetica e si evolvono costantemente in risposta ai cambiamenti dell’uno e dell’altro alla ricerca di un equilibrio che per il patogeno consiste nel riprodursi il più possibile (senza necessariamente uccidere l0ospite) e per l'ospite difendersi da questo attacco. Fin dagli anni Ottanta i biologi evoluzionisti hanno ipotizzato un’associazione su virulenza e trasmissibilità di un nuovo patogeno e quest’indagine dimostra che nel breve periodo sono appunto le forme più violente a circolare più rapidamente, salvo poi lasciare il successo nel lungo periodo a varianti meno fatali per i propri ospiti.

Il problema è che in quel lasso di tempo, quello in cui si scelga deliberatamente di far circolare l'infezione come in troppi hanno suggerito in questi mesi, può esserci di mezzo cuna carneficina. Questo perché gli agenti patogeni, come si diceva, non hanno altro obiettivo che riprodursi e la “virulenza si evolverà verso un livello che ottimizzi la loro abilità di trasmettersi” ha spiegato Bonneaud. Se quindi il patogeno incontra ostacoli nella trasmissione – per esempio un ospite guarito e immune o vaccinato ma anche il distanziamento sociale ben applicato – allora le forme virulente performeranno meno bene rispetto alle altre perché si estingueranno nell'ospite e la selezione naturale finirà col premiarne di meno intense (e meno dannose per gli organismi ospiti). Al contrario, se non frapponiamo alcun ostacolo alla sua replicazione il virus può uccidere il suo ospite senza pagare alcun costo in termini evoluzionistici e rimanere così estremamente virulento ben più a lungo nel tempo.

Photo credit: GETTY/NurPhoto
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“Far circolare più o meno liberamente il virus che causa il Covid-19 è pericoloso non solo perché rischia di travolgere gli ospedali e quindi di mettere inutilmente in pericolo delle vite, ma anche perché potrebbe ritardare l'evoluzione del virus in una forma più benigna e potenzialmente anche renderlo più letale – spiega Laura Spinney, scrittrice e autrice per il Guardian - sebbene i dati siano ancora imprecisi e le misure incomplete, questo effetto potrebbe già influenzare la differenza nei tassi di mortalità tra la Svezia - che fino a poco tempo fa ha adottato un approccio rilassato al contenimento - e la Norvegia, le cui misure sono state molto più rigorose. La Svezia ha più di tre volte il numero di decessi per 100 casi rispetto al suo vicino”. Non basta: “La spiegazione di questo sorprendente divario potrebbe risiedere in parte nella selezione naturale e nella corsa agli armamenti biologici tra un agente patogeno e il suo ospite. All'interno di qualsiasi popolazione esiste una variazione genetica. I virus non sono diversi. Alcune versioni del virus saranno leggermente più pericolose per la salute umana - più virulente - altre meno. Se le condizioni sono giuste, quelle leggermente più virulente inizieranno a predominare e causeranno più danni”. Il nostro obiettivo è per così dire "far vincere" le meno nocive.

Su queste basi si spiega anche la contraddizione del tanto decantato modello svedese: “Secondo questa interpretazione della discrepanza Svezia-Norvegia, non è che la Svezia abbia una versione del virus e la Norvegia un'altra – spiega ancora Spinney – è solo che in Svezia le condizioni hanno permesso a quelle varianti leggermente più virulente che già esistono nella popolazione virale di prosperare. Se vogliamo un esempio davvero spettacolare, anche se estremo, dello stesso meccanismo al lavoro, basta guardare la pandemia influenzale del 1918”. Quando l’uomo – sostanzialmente a causa della guerra e delle trincee - fece in gran parte il lavoro per il virus, accompagnandolo in popolazioni sempre più suscettibili, senza che questo dovesse piegare la sua virulenza per potersi riprodurre efficientemente. Solo più tardi si piegò verso un equilibrio, salvo circolare nel mondo, in forme modificate e più lievi, fino al 1957, quando fu sostanzialmente sostituito da quello che causò la successiva pandemia influenzale, la cosiddetta influenza asiatica.

Photo credit: Cincinnati Museum Center/Getty
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Insomma, è un rapporto biunivoco che pone in relazione molti fattori: più ostacoliamo la replicazione del virus, più favoriamo il successo di forme lievi o moderate della sindrome collegata, più semplici da curare, meno letali e potenzialmente più controllabili dal vaccino se non addirittura in grado di divenire endemiche. Se invece ne favoriamo la replicazione senza alcuna misura, e lo lasciamo correre, nel breve-medio periodo consentiremo alle mutazioni più letali di circolare senza subirne alcun costo, e dunque di servire loro su un piatto d’argento il successo evoluzionistico ai danni di varianti meno letali. Quando è emerso Sars-Cov-2 era, ed è ancora, altamente trasmissibile ed estremamente virulento: nel corso del tempo potrebbe però ridurre la propria virulenza, come alcuni cali nei tassi di letalità sembrano già oggi suggerire, fino ad appaiarsi su tassi di letalità paragonabili a quelli dell’”influenza di stagione” come ha spiegato Paul Ewald, biologo evoluzionista dell’università di Louisville in Kentucky. Le misure di contenimento, applicate in modo stringente, potranno accelerare questo processo.

“La palla è in larga misura nel nostro campo – conclude Spinney - abbiamo voce in capitolo su quanto tempo durerò questa pandemia e quante persone moriranno. È stato detto nei mesi scorsi ma ora abbiamo una prova evolutiva. La cosa fondamentale da capire è che non siamo spettatori passivi: diamo forma al virus così come il virus influenza noi. Alla fine, il Covid-19 non sarà peggiore dell'influenza, o forse anche del comune raffreddore causato da uno dei suoi parenti. Andiamo in quella direzione il più velocemente possibile”.