Il virus spiegato ai bambini, in parole semplici

Di Désirée Paola Capozzo
·11 minuto per la lettura
Photo credit: Jordi Janau - Getty Images
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Covid e bambini, in parole semplici. Facciamo il punto con Barbara Gallavotti, biologa, giornalista e divulgatrice scientifica e consigliere del Museo della scienza e della tecnologia di Milano, uno dei volti e delle voci più rassicuranti sul tema della pandemia.

Proviamo a spiegare ai bambini come fa questo “brutto mostro” a entrare nel nostro corpo…

Sicuramente le metafore e le storie aiutano. I bambini sono incuriositi dal fatto che un virus non è un essere vivente, a differenza di altri microbi come i batteri che invece lo sono. Un virus è un meccanismo alieno che per moltiplicarsi ha bisogno di entrare nelle nostre cellule, prenderne il controllo e far sì che siano loro stesse a trasformarsi nelle fabbriche che producono copie di sé stesso. Questo è quello che fa anche il nuovo coronavirus SARS-CoV-2. “Nuovo”, come è stato chiamato dall’inizio, perché di coronavirus ne conosciamo tanti. Da quelli che causano il raffreddore, a quello pericolosissimo che causa la SARS, che però è scomparsa nel 2004. Il nuovo coronavirus per nostra fortuna non è letale come la SARS, ma comunque è estremamente pericoloso e ha una carta vincente: si trasmette molto facilmente sottotraccia, diffondendosi senza che ce ne accorgiamo. Causa la malattia chiamata Covid-19: co sta per corona, vi per virus, d per disease, malattia in inglese, e 19per 2019, l’anno in cui purtroppo l’abbiamo conosciuto. Ormai anche i più piccoli sanno che aspetto ha: una minuscola sfera con delle protuberanze, assomigliano a tanti bernoccoli e tutti insieme formano quella che è stata definita “corona”: Quei bernoccoli però sono molecole speciali: le chiavi false che il virus usa per entrare nelle cellule e schiavizzarle. Infine, per completare l’identikit, sappiamo che questo virus ha avuto origine molto probabilmente nei pipistrelli. A un certo punto è cambiato, rendendo le sue chiavi false adatte a entrare nelle nostre cellule. La sfida che noi esseri umani abbiamo raccolto è stata proprio trasformare quelle chiavi false così importanti per il microbo nel suo punto debole. I vaccini che sono stati messi a punto infatti mirano a insegnare al nostro sistema immunitario a riconoscere proprio quella parte cruciale e inconfondibile del nemico: una impronta digitale che permettere all’organismo di reagire e distruggere l’alieno, se dovesse tentare di infettarci. E questi vaccini stanno funzionando benissimo.

E cosa succede con le varianti?

Le varianti che preoccupano sono nuove forme del coronavirus che si sono dotate di chiavi false più efficaci, che “girano” nella serratura delle nostre cellule ancora meglio delle precedenti e quindi permettono al virus di infettarci ancora di più. Il rischio è anche che il sistema immunitario addestrato dai vaccini a riconoscere certe forme del virus, non riesca a individuare le varianti. Perché come dicevamo il vaccino fornisce al sistema immunitario le impronte digitali del nemico e le varianti possono dotare il virus di impronte digitali nuove, anche sufficientemente diverse da renderlo irriconoscibile. Poi c’è anche il pericolo che emergano varianti che oltre a essere più brave a infettare sono anche più letali, ma questo non ci sono prove certe che sia già accaduto.

Le varianti sono più pericolose per i bambini?

Purtroppo sembra che alcune varianti riescano a infettare di più i bambini e i ragazzi. Non sarebbero più pericolose, ma se ci sono più casi anche quelli con sintomi se pure restano rari diventano di più. Quindi molti medici ed esperti stanno lanciando l’allarme.

Photo credit: kolderal - Getty Images
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Ora che ne sappiamo di più, da un anno cos’è cambiato: i bambini sono davvero più protetti dal virus o semplicemente sono portatori sani o asintomatici?

Finora i bambini e i ragazzi hanno dimostrato di manifestare sintomi molto meno frequentemente degli adulti, e per fortuna in particolare i sintomi gravi. Sul perché ci sono diverse ipotesi. Una è che nei bambini funzioni molto meglio la cosiddetta risposta immunitaria innata: una difesa non specializzata, una specie di truppa d’assalto formata da cellule deputate a fermare qualsiasi microbo penetri nel corpo. È una difesa molto importante perché è immediata e permette di provare a bloccare subito l’invasore, senza aspettare il tempo necessario al corpo per preparare le truppe scelte adatte proprio a rivolgersi contro quella specifica minaccia. Questa risposta immunitaria innata nei più piccoli forse è resa particolarmente efficace dal fatto di essere tenuta sul chi vive dalle tante vaccinazioni somministrate nell’infanzia. Di conseguenza potrebbe avere una capacità particolarmente buona di ostacolare il virus già al suo ingresso nel corpo, prima che abbia il tempo di dilagare nelle vie respiratorie. E poi è anche possibile che sia di aiuto l’esposizione ad altri coronavirus, quelli responsabili dei tanti raffreddori tipici dei più piccoli. Comunque in generale ricordiamoci che con l’età anche il sistema immunitario rallenta e se nei piccoli è particolarmente vivace, negli anziani reagisce con assai meno vigore.

Photo credit: courtesy
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Per questo è consigliata anche la vaccinazione contro l’influenza stagionale?

Fare la vaccinazione contro l’influenza stagionale è sempre una buona idea, ma quest’anno è stata suggerita in modo particolare per evitare che un’altra malattia respiratoria si aggiungesse al Covid-19, sia perché bisogna assolutamente evitare il rischio che un organismo già debilitato da un virus si trovi ad affrontarne anche un secondo, cosa rischiosissima, sia per non creare ulteriore pressione sugli ospedali. Ricordiamoci che l’influenza è meno pericolosa della Covid-19, ma comunque non è affatto innocua: in un anno “normale” nel mondo fa da 300.000 a 600.000 vittime

La scelta di non continuare la didattica in presenza nelle scuole primarie in Italia è stata corretta? Non ha influito sull’arrivo della seconda ondata?

Quella delle scuole è una scelta molto difficile che ora con le nuove varianti potrebbe essere ancora più complicata. È chiaro che le scuole aumentano il movimento e dunque rappresentano un rischio, ma con le vecchie varianti i contagi nelle classi rimaste aperte sono stati contenuti. Anche perché in classe i bambini sono seduti, con le mascherine e può essere fatta attenzione al ricambio d’aria anche grazie a piccoli strumenti che misurano la concentrazione di anidride carbonica, avvisando quando è tempo di aprire le finestre. Io abito a Zurigo e qui i bambini fino all’equivalente delle nostre medie hanno avuto solo due mesi di insegnamento remoto. Questo è costato uno sforzo organizzativo notevole, con disagi dovuti alla quarantena di alcuni insegnanti o bambini o di intere classi. Ma alla fine per i piccoli è stato molto meglio così. Lo ho toccato con mano nel caso delle mie due figlie che sono state veramente felici di riprendere la scuola. Inutile dire che è meglio per i genitori: uno studio ha indicato come un importante motivo di stress quello di lavorare da remoto con figli piccoli a casa. Ora forse le cose cambieranno, le nuove varianti obbligheranno tutti a chiudere le scuole, speriamo di no, ma intanto dove sono state aperte i bambini hanno avuto diversi mesi di quasi normalità, e questo è importante.

Sono ancora valide le incoraggianti le notizie alla scarsa resistenza del coronavirus al caldo dell’estate?

Insomma…. sembra chiaro che caldo e umido non aiutino il virus, tant’è che proprio quell’ambiente umido che si crea tra il viso e la mascherina e che tutti detestiamo pare essere un modo in più con il quale la mascherina ci difende. Poi in estate cambiamo tutti l’aria più facilmente e facciamo più vita all’aperto. Ma se la scorsa estate abbiamo goduto di una bellissima pausa è stato soprattutto perché mesi di chiusura avevano davvero abbattuto i contagi. Non possiamo contare solo sul caldo, perché abbiamo visto il virus diffondersi in modo drammatico anche in zone tropicali, pensiamo al Brasile o all’India. Tutti sogniamo un’estate come lo scorso anno, ma per arrivarci dobbiamo tenere sotto controllo i casi adesso.

I bambini hanno patito molto la socialità limitata: no alle feste, non ci si può abbracciare... ne resteranno “marchiati” a vita?

Dobbiamo evitare che accada. I bambini si adattano molto più facilmente di noi alle regole, come lavarsi le mani con cura o indossare la mascherina. Ma soffrono la privazione del contatto e del confronto con i coetanei. Per questo la scuola in presenza è importante. I bambini possono imparare concetti a distanza, grazie anche allo sforzo eroico fatto da molti insegnanti, ma la scuola non è solo svolgere i programmi, è una esperienza e una tappa della crescita. Per questo sono convinta che esperimenti come “la scuola a casa” che soprattutto all’estero trovavano un po’ di consenso anche prima dell’epidemia siano una pessima idea. Teniamo conto poi che quella che i bambini e i ragazzi hanno vissuto non è stato un periodo di vacanza con i genitori, ma un momento difficilissimo in cui gli adulti si sono trovati incastrati in un disperato tentativo di conciliare lavoro da casa e richieste della famiglia. E inevitabilmente i piccoli ne hanno risentito, in gradi diversi. E poi pensiamo alla mancanza di esercizio fisico: l’Italia è con Spagna e Grecia tra i Paesi europei con il più alto grado di sovrappeso e obesità infantile. Era un problema trascurato prima, figuriamoci ora. Dobbiamo renderci conto di tutto questo, perché le difficoltà possono aiutare a crescere e a rafforzarsi, ma se si sospettano disagi psicologici o possibili problemi di salute come il sovrappeso bisogna affrontarli, possibilmente con l’aiuto di persone qualificate. Tutto questo vale a maggior ragione per gli adolescenti, dai dodici anni in su. In questa fascia di età gli esperti hanno lanciato un disperato allarme, facendo notare che i casi di disagio si stanno moltiplicando e che i reparti di psichiatria si stanno riempiendo di ragazzi. C’è una crescita di tutte le manifestazioni di disagio, dai disturbi alimentari all’autolesionismo. Bisogna chiedere aiuto presto, non appena si sospetta che il proprio figlio o figlia non stia bene.

Come hanno vissuto la situazione le sue figlie?

Spero non troppo male, anche perché loro non sono ancora adolescenti. Una difficoltà enorme resta la lontananza dai nonni. Abbiamo provato con i collegamenti video ma non è la stessa cosa, ovvio. E poi la chiusura delle scuole, l’impegno lavorativo di entrambi i genitori più pressante che mai, è stato un tempo sospeso e frustrante. Quindi quando sono tornate in classe è stata una festa e ancora ora la cosa che più temono è un’altra chiusura che inevitabilmente è sempre nell’aria. Usare la mascherina non è stato un problema. Da quando sono divenute disponibili noi le abbiamo sempre indossate e a loro è parso normalissimo fare altrettanto. Anzi lo hanno fatto volentieri anche per giornate intere quando hanno capito che questo permetteva di vedere i nonni. Finora abbiamo avuto l’enorme fortuna di non vivere la malattia in famiglia, quindi si sono incuriosite molto all’aspetto biologico dell’epidemia, anche perché vedevano la mia attenzione a questo tema. In particolare la più grande, che ha dodici anni, si è appassionata al ruolo di aiuto alle riprese, supportandomi nel girare i piccoli filmati che a volte faccio con il cellulare (altra novità nella mia vita lavorativa, imposta dall’emergenza).

Perché non è previsto un vaccino per minori? Ci sono studi e sperimentazioni?

Assolutamente sì. I vaccini sono stati sperimentati a tempi di record per prima cosa sugli adulti. Una volta giudicati sicuri ed efficaci per quella fascia di età, sono iniziate le sperimentazioni per chi ha tra i dodici e i diciotto anni, e poi si andrà a scendere. Un punto centrale che non dobbiamo mai dimenticare è che qualsiasi farmaco può essere reso disponibile solo quando ha superato la sperimentazione. Anche se non abbiamo particolari motivi per pensare che un farmaco che va bene dai sedici anni non sia efficace anche a 14, dobbiamo comunque aspettare la conferma delle prove sperimentali. Come dicevamo i bambini hanno un sistema immunitario particolarmente vivace e anche la frequenza degli effetti collaterali lievi deve essere ben chiara prima di offrirlo a tutti. Quindi dobbiamo aspettare ancora qualche mese, ma credo che tireremo un grande sospiro di sollievo quando sarà possibile vaccinare anche i più piccoli.

Come possiamo rispondere ai nostri figli quando ci chiedono: ma quando il finirà il Covid?

Credo che sia importante sottolineare gli aspetti positivi. Durante la prima ondata i casi disagio psicologico e mentale tra gli adolescenti sono stati molto più contenuti che nella prima ondata, e secondo alcuni esperti questo è stato in parte merito del messaggio “andrà tutto bene”, che in realtà ci ha sostenuti un po’ tutti. Ora confesso che quel messaggio non l’ho mai sentito davvero mio: quando abbiamo cominciato a dircelo troppo era già andato male, avevamo incise nella mente le immagini terribili delle vittime di Bergamo. Penso che però oggi sia davvero il momento di dirci “questa emergenza passerà”. Perché tutte le epidemie finiscono e per questa la fine ormai è in vista, grazie ai vaccini. Forse è un traguardo che impiegheremo più tempo a raggiungere per via delle varianti e della lentezza delle campagne di vaccinazione, ma è la, lo vediamo.