Il voyeurismo dei quartieri passa anche da YouTube e trasforma le città in (urban) safari

Di Alessia Musillo
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Photo credit: Busà Photography - Getty Images
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L'account YouTube di CharlieBo313 conta circa 315mila iscritti - il che significa che più di 315mila persone hanno guardato i più poveri sobborghi urbani degli Stati Uniti trasformarsi in safari da città. Chicago englewood hood, San Francisco most dangerous hoods, Las Vegas worst hoods e New Orleans most ghetto streets sono alcuni dei titoli dei video, che, fra voyeurismo e curiosità, hanno mostrato l'altro lato delle metropoli.

"Sto solo documentando il tipo di ambiente simile a quello in cui sono cresciuto", ha dichiarato lo YouTuber al The Atlantic. "Non sto nemmeno esprimendo un giudizio", ha aggiunto. In effetti, quello che fa Charlie è semplice: gira fra i quartieri più roots d'America e ne riprende le comunità. Niente colonne sonore o dettagli ricercati, la telecamera di Charlie racconta la vita oltre lo schermo tagliando il vetro del finestrino della sua auto. Suona il ronzio silenzioso del motore, mentre l'obiettivo si posa sulle architetture, attraversa gli edifici e mostra una realtà così com'è - senza alcun artificio retorico. I video di Moore sono reportage, diari di viaggio che attraversano le vie urbane e le mostrano senza veli: fra comunità black che se la cavano e luoghi difficili in cui vivere.

Il canale è nato come un gioco: dai pochi video sui quartieri abbandonati di Detroit a migliaia di visualizzazioni. Più gente guardava, più Moore si rendeva conto di quanto fosse importante raccontare la periferia senza alcun gingillo. In breve tempo il canale è diventato una sorta di archivio di urban lifestyle. Poi, ha viaggiato veloce da Detroit a Las Vegas, da Las Vegas a Chicago - fermandosi su chi veramente fa le città: le persone. I ragazzini a gruppetti e le famiglie nei patii delle case basse sono come le comparse di un corto che in qualche modo, spesso da lontano e attraverso la gestualità, sembrano parlare a chi li stia guardando e dicono: "questo è il nostro quartiere". Poi ci sono quelli che si fermano a descrivere nel dettaglio la loro città natale - mi piace quella via; oppure, quella è l'area peggiore.

Prima di diventare uno YouTuber, Moore faceva il poliziotto - non a caso i suoi video hanno un'estetica da pattuglia. Ma proprio questa estetica nuda e inesperta fa concorrenza spietata ai videoclip dei rapper di tutto il mondo. Ci provano a raccontarle, le comunità nere. Eppure, dal rap alla realtà a sottrarsi è l'immagine del reale. Nei video delle star ci sono l'onirismo, la malizia, gli edifici fatiscenti recuperati come regni; ci sono le sneakers giuste e ultra firmate insieme alle donne più belle del pianeta. Ma i racconti di vita? Eppure non è semplice accettare che la gente preferisca guardare i quartieri attraverso i racconti degli altri, attraverso dei video da cui ci si aspetta succeda qualcosa e invece non succede niente. Però, scegliere di girare su Internet le aree meno battute delle città diventa un'esperienza da "oltre lo schermo" e trasforma lo spazio in una sorta di safari urbano. In comune c'è quel termine: hood (letteralmente, il cappuccio). Da simbolo della periferia a icona delle gang, sotto al cappuccio ci sono i volti di quelli che fanno la storia dei sobborghi - "street-musei" da guardare (anche online).