Il Wisconsin e la politica del risentimento

Di Mario Aloi
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Photo credit: Getty Images
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From Esquire

Nel 2016, all’indomani della vittoria a sorpresa di Donald Trump, un libro uscito pochi mesi prima attirò l’attenzione dei media e del pubblico: The Politics of Resentment, di Katherine J. Cramer. A differenza di quanto qualcuno disse all’epoca, Cramer non aveva previsto il risultato elettorale. A dirla tutta la sua indagine nemmeno si occupava di politica presidenziale. Però senza dubbio forniva tutta una serie di spunti utili per capire quell’elezione. Spunti su cui naturalmente vale la pena tornare oggi, a pochi giorni dal voto.

Per parecchi anni – dal maggio 2007 – la professoressa Cramer, che insegna presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università del Wisconsin a Madison, è andata in giro per stazioni di servizio, diner e altri posti simili all’interno del suo stato, cercando di approfondire la relazione dei membri di alcune comunità, per la maggior parte rurali, con la politica. Si è seduta ai loro tavoli, ha fatto domande e scambiato idee. Ne è emerso un risentimento diffuso da parte di chi vive in questi contesti verso un certo tipo di cultura e istituzioni cittadine. Una vera e propria spaccatura, anche emotiva, tra l’America rurale e quella urbana.

Il Wisconsin non è uno stato granché rappresentativo del resto del paese, con il suo 87% di popolazione bianca, ma è sicuramente un luogo dove alcune tendenze che hanno caratterizzato la società e quindi la politica americana negli ultimi decenni sono particolarmente evidenti. Inoltre – questo lo aggiungiamo con il senno del poi – è anche uno stato sempre più importante all’interno del collegio elettorale, che decide l’elezione del presidente.

Nel 2016 Trump se lo aggiudicò contro tutti i pronostici per poco più di 22.000 voti. Insieme a quelli di Pennsylvania e Michigan, ugualmente tirati, questo risultato decise di fatto l’elezione in suo favore. E anche quest’anno, secondo le stime di FiveThirtyEight, sarà tra gli stati cruciali (il che significa, più o meno, che chi vince qui poi molto probabilmente finisce dritto alla Casa Bianca).

Quattro anni fa parte delle aspettative che il Wisconsin votasse democratico si dovevano al fatto che così era andata nelle sette presidenziali precedenti. Ma a guardar bene nel 2004 Kerry vinse di soli 0,4 punti, e nel 2000 Al Gore per ancora meno: 0,2 (5.708 voti). Se ci aggiungiamo lo 0,8 di Trump, abbiamo uno stato che nelle ultime cinque elezioni ha scelto il suo candidato per meno di un punto addirittura tre volte. Vero, Obama fece molto bene qui, con margini rispettivamente di 14 e 7 punti (2008 e 2012), ma allo stesso tempo nel 2016 il Wisconsin fu secondo solo all’Iowa per numero di contee passate in un solo ciclo elettorale direttamente dal primo presidente nero a Donald Trump. Insomma, un posto per niente facile da leggere. Uno swing state che più swing state non si può.

Photo credit: JIM WATSON - Getty Images
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Per sbrogliare questa matassa ho deciso di fare qualche domanda direttamente alla professoressa Cramer, partendo dal suo libro di quattro anni fa per arrivare alle elezioni della prossima settimana. Il primo tema è necessariamente quello della frattura tra aree rurali e urbane, e il risentimento che ne deriva. Non è una tendenza esclusivamente americana, ma anzi qualcosa che sta diventando familiare, con le dovute variazioni, in tutto il mondo occidentale. Però il caso americano sembra più marcato di altri, e rappresenta un buon punto d’osservazione.

“Non credo che il Wisconsin in questo senso sia poi così particolare,” mi spiega Katherine Cramer. “A partire dal dopoguerra, in molti paesi la crescente urbanizzazione ha significato una maggiore concentrazione dei posti di lavoro, della ricchezza e del potere decisionale in genere all’interno delle città, con le aree rurali che sono rimaste gradualmente ai margini.”

E poi prosegue: “Nonostante la quota pro capite di soldi investiti dal governo sia maggiore proprio nelle zone rurali, la percezione di chi vive in queste regioni è che le risorse siano concentrate nelle città, così come il potere politico. L’impressione generale è che le aree urbane godano di una più alta considerazione e che chi prende le decisioni più importanti non abbia alcuna familiarità con i contesti rurali. Anche la nostra cultura popolare per loro è un prodotto esclusivamente cittadino, fondato su valori urbani, e poco rispettoso di chi vive nelle campagne.”

Photo credit: Brooks Kraft - Getty Images
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A questo punto viene spontanea una domanda che sono sicuro la professoressa ha sentito milioni di volte, ma la faccio lo stesso perché mi sembra in un certo senso inevitabile. Considerato il contesto appena descritto, come è possibile che Donald Trump, magnate immobiliare di Manhattan, sia riuscito a fare sì che la sua candidatura venisse percepita da queste persone come un’opportunità per far sentire finalmente la propria voce?

La risposta è interessante perché ci permette di esplorare un’altra inclinazione dilagante della politica americana, quella che i commentatori chiamano negative partisanship, cioè la tendenza crescente dei due partiti e dei rispettivi elettorati a definirsi in negativo rispetto all’avversario. A votare non per qualcuno, ma contro qualcun altro.

“Il presidente Trump sarà anche un tycoon di Manhattan, ma è stato capace di presentarsi come antagonista delle élite urbane di sinistra, un paladino della classe media bianca. Parte del modo in cui riesce a farlo passa attraverso l’enfatizzazione di quello che non è: per esempio non è un liberal, né sostiene iniziative per una maggiore giustizia razziale.”

Come sempre quando si parla di Stati Uniti, il tema della razza sembra impossibile da eludere. Ma nel suo libro la professoressa Cramer precisa più volte come sarebbe un errore pensare a quella che lei definisce “coscienza rurale” unicamente in questi termini. In uno stato fortemente segregato come il Wisconsin, dove il 71% percento della popolazione afroamericana vive concentrato in due sole città, Madison e Milwaukee, è chiaro come una spaccatura identitaria tra aree urbane e rurali c’entri anche con la questione razziale. Ma come si dice in questi casi, è tutto un po’ più complicato di così.

Photo credit: KAMIL KRZACZYNSKI - Getty Images
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Direttamente da The Politics of Resentment: “È molto probabile che quando queste persone dicono ‘quelli di Milwaukee’ si riferiscano spesso a minoranze razziali. Ma attenzione a quanto il discorso è complesso. La popolazione urbana a cui fanno riferimento non è in prevalenza parte di una qualche minoranza. Quando si lamentano dell’indolenza di chi vive in città, i loro commenti sono diretti per lo più a bianchi: burocrati che lavorano per il governo e personale delle principali università pubbliche. In questo senso il risentimento antiurbano non è semplicemente risentimento verso le persone di colore.”

E ancora: “La razza è sicuramente parte della coscienza rurale. Tuttavia, chiedo al lettore di notare la complessità del fenomeno e non pensarlo come una questione semplicemente razziale. Se lo riduciamo alla sola razza, ci perdiamo come in effetti comprenda più cose: senso di appartenenza a un dato luogo, la percezione di se stessi all’interno della gerarchia sociale, identità intesa come aderenza a certi valori, e a volte anche ideologia.”

Nel 2016 Donald Trump mostrò attenzione verso le comunità rurali anche in un altro modo: presentandosi personalmente in molti piccoli centri. Organizzò comizi in posti che spesso vengono ignorati dalle campagne e che in particolare quell’anno i Democratici avevano lasciato fuori dai loro itinerari. Non è chiaro se questo abbia davvero rappresentato un fattore decisivo a livello di aritmetica elettorale: Clinton disertò il Wisconsin, ma andò parecchio in Pennsylvania, eppure finì col perdere entrambi gli stati. È evidente però come nel contesto di comunità che si sentono trascurate la presenza fisica del candidato repubblicano possa aver creato sintonia, specie in mercati minori poco rilevanti a livello mediatico.

Photo credit: DEREK R. HENKLE - Getty Images
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Quest’anno, con una pandemia di mezzo, il programma di comizi messo insieme da Trump è stato per necessità meno fitto. Solo recentemente, nel tentativo di recuperare quello che pare uno svantaggio molto significativo, la sua campagna ha ricominciato a organizzare eventi a pieno ritmo, anche probabilmente per spostare l’attenzione proprio dal tema della pandemia, tra i più problematici per il presidente.

La professoressa Cramer però la pensa diversamente, e da questo punto di vista non vede grandi differenze con quattro anni fa. “La mia impressione è che anche quest’anno Trump abbia passato un bel po’ di tempo in posti che normalmente non hanno grande spazio sui giornali o in televisione, Wisconsin compreso. Il che ha fruttato alla sua campagna una certa attenzione in queste zone,” mi dice. “Non posso esserne sicura, ma potrebbe aver trascorso qui da noi la stessa quantità di tempo del 2016.”

Per finire, non mi rimane che chiederle cosa si aspetta dal suo stato in vista del 3 novembre. “Stando ai sondaggi, sembrerebbe che il Wisconsin questa volta sceglierà Joe Biden. Penso che uno dei fattori principali sia che il candidato democratico oggi è lui e non Hillary Clinton. Lei qui era parecchio malvista, Biden invece non è altrettanto impopolare.”

“Inoltre a Milwaukee [la città più popolosa dello stato] gli elettori democratici quest’anno sembrano maggiormente mobilitati,” conclude. “Nel 2016 Trump vinse il Wisconsin per 22.748 voti. Proprio a Milwaukee Clinton prese 27.000 preferenze in meno rispetto a Obama quattro anni prima. L’affluenza potrebbe quindi essere un fattore decisivo.”