Ilva, rivolta dei 5 stelle pugliesi contro Conte

Pietro Salvatori

Lo scudo si incrina, arriva quasi fino a spezzarsi, sotto le mazzate dei parlamentari pugliesi. Di buon mattino Giuseppe Conte prova a prendere il toro per le corna. Convoca a Palazzo Chigi gli onorevoli della regione dell’Ilva. Li convoca insieme al capo politico Luigi Di Maio, al ministro competente Stefano Patuanelli, a colui che dovrà gestire la patata bollente in aula, il titolare dei Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà. “Siamo di fronte a una situazione estremamente preoccupante – il senso del ragionamento del presidente del Consiglio – ne va del nostro sistema paese. L’immunità è già desumibile dal codice penale, son lo scudo dobbiamo dare un segnale a Mittal e sgomberare il tavolo dagli alibi”.

Ha trovato un muro. Con delle crepe, certo, perché non tutti fra la quarantina di eletti pugliesi si è detta contraria. “Per principio lo sarei – ha spiegato Nunzio Angiola – ma se è utile a risolvere la situazione non possiamo permetterci di non farlo”. Uno dei presenti spiega che pochi, pochissimi tra i presenti ha condiviso la sua linea (anche se sono tarantini e salentini i più intransigenti, mentre gli altri sarebbero più morbidi. Anzi, è stato duramente contestato dai colleghi Giovanni Vianello e Gianpaolo Cassese, che sono intervenuti a ruota mentre la maggior parte degli altri annuivano. Il problema, quello vero, sono i tredici senatori. Almeno una decina sarebbe inamovibile, una pattuglia guidata da Barbara Lezzi, fino a ieri seduta in Consiglio dei ministri con l’avvocato. Sarà la consuetudine di un anno e mezzo, sarà l’intransigenza, ma la Lezzi è stata franca ai limiti della brutalità: “Te lo puoi scordare, non lo voterò mai”. “Barbara – avrebbe ribattuto il premier – come fai a non capire la gravità della situazione?”. Ad aggravare la situazione almeno altrettanti colleghi di altre regioni che li seguirebbero. I numeri al Senato al momento non ci sono.

Eppure il premier, pur senza alzarsi...

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