Imperfetto con brio. Un piccolo film sulla difficile arte di amare noi stessi e chi ci sta vicino

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Photo credit: Rocco Soldini
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Esterno giorno. Nel giardino di una villa a pochi chilometri da Milano un gruppo di attori attende il primo ciak. Intorno a loro si avvicenda un manipolo di giovani, soprattutto ragazze: truccatrici e parrucchiere, la scenografa, la produttrice. Silenziosa e schiva, la direttrice della fotografia attende su un trespolo dietro la macchina, mentre la regista chiede un po’ d’ombra sul gruppo di attori che resta immobile, a dispetto del caldo che squaglia il trucco. Il tempo di un ritocco e tutti si calano nella cuore della storia: una famiglia agghindata come per una festa posa davanti a un fotografo per uno scatto ufficiale.

Si gira La foto perfetta, corto di fine corso degli allievi di FilmLab, laboratorio di OffiCine, il progetto nato da una collaborazione tra Anteo SpazioCinema e l’Istituto Europeo di Design, con la supervisione artistica del regista Silvio Soldini e docenti illustri come la sceneggiatrice Valia Santella e il direttore della fotografia Luca Bigazzi. Partecipano al corto attori affermati: Anna Ferzetti e Giovanna D’Angi (nei panni di due sorelle), Silvia Cohen e Renato Sarti (i genitori) e Francesco Meola (il fotografo).

Photo credit: courtesty
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Lo spunto arriva dalla partnership con Marina Rinaldi, «brand di moda che ama le donne di tutte le taglie e che ha a cuore il tema della body positivity», spiega Anna Ferzetti, avvolta in un morbido tailleur pantalone color arancio. La foto perfetta è infatti una storia ironica e leggera sull’arte di accettare se stessi e chi ci sta accanto: Amanda, la protagonista (una puntigliosa Anna Ferzetti), deve posare per una foto di famiglia per il sito dell’azienda in cui lavora e vorrebbe un ritratto ineccepibile. È proprio intorno all’idea di perfezione che gli studenti di FilmLab si sono interrogati: «Abbiamo fatto tesoro dei valori cari al brand, legati al femminile e al pensiero che la perfezione sia una questione soggettiva», spiega la produttrice Alessandra Rosso. «Il dibattito sul corpo è ora molto caldo, ma Marina Rinaldi si occupa da sempre di valorizzare una bellezza lontana dai soliti canoni». «Col brand abbiamo lavorato molto sui colori: ci hanno aiutato a raccontare la personalità dei personaggi», spiega Asia Sbrugnera, che cura la fotografia. «Abbiamo voluto illuminare il racconto con una luce calda e avvolgente, come l’aura dorata che circonda i ricordi».

Tutti in posa

Photo credit: Rocco Soldini
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«Ci siamo chiesti: come si misura la perfezione?», spiega la sceneggiatrice Marta Sappa. «Dopo varie revisioni, siamo arrivati a questa idea di famiglia i cui membri sono portatori ciascuno di una forma di imperfezione, in qualche modo inadeguati. Negli istanti che precedono lo scatto, la protagonista si ritrova in preda all’ansia: paradossalmente sarà proprio il momento in cui perde il controllo della situazione a produrre affiatamento e armonia. La sceneggiatura attinge ai vissuti di tutti noi», continua la giovane sceneggiatrice, «da lì è nata questa storia: ordinaria eppure straordinaria, perché contiene le piccole cose che ci emozionano». Essere una squadra quasi esclusivamente femminile ha forse aiutato, ammettono Marta e Alessandra, a sintonizzare il gruppo sulla stessa sensibilità, «ma anche i ragazzi erano con noi».

Photo credit: Rocco Soldini
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La necessità di riconoscere quanto valiamo, di sapere che siamo degni di amore e rispetto pur non essendo perfetti è un tema universale, sentito anche dagli attori del cast, che hanno a lungo discusso coi ragazzi di FilmLab. «Parla una che ha sempre avuto problemi di peso», confessa Giovanna D’Angi, che nel 2005 ha debuttato al Festival di Sanremo ed è poi diventata attrice. «Ho attraversato un lungo percorso per imparare a mettere d’accordo la mia immagine con la mia personalità. Una volta trovato questo equilibrio, credo venga naturale fare lo stesso con chi ti circonda. Purtroppo il mondo dello spettacolo non è altrettanto indulgente: avevo 19 anni quando sono andata a Sanremo, ero molto “in carne” allora e ho subito diverse discriminazioni. Lungi dallo scoraggiarmi, questo mi ha dato la forza di rimettermi in forma, ma solo in nome della salute, per dimostrare agli altri che non è la superficie a contare».

Photo credit: Rocco Soldini
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«Il tema dell’accettarsi è cruciale», osserva Silvio Soldini, che sul set incontra la troupe dopo mesi di riunioni a distanza e la fine delle riprese di 3/19, il suo nuovo film. «La pressione sociale è implacabile con le donne, ma anche i ragazzi la subiscono. Io per primo: in una famiglia di non artisti, da piccolo, ero quello diverso. A quattro anni me ne stavo ore in ginocchio su una sedia a osservare ruspe e bulldozer al lavoro nel cantiere davanti a casa, i miei erano preoccupatissimi. Credo di essere arrivato a fare questo mestiere, cioè a comunicare per immagini, perché con le parole non ci sapevo fare». «La cosa bella di questo corto», continua Marta, «è che parla di relazioni familiari semplici eppure sfaccettate: i complessi rapporti tra sorelle e, soprattutto, quel delicato passaggio in cui a una figlia tocca improvvisarsi madre della propria madre, accettare un passaggio di testimone nella sfera dell’accudimento e della cura».

Photo credit: Rocco Soldini
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Essendo figlia unica, per il ruolo della sorella maggiore Anna Ferzetti si è ispirata alle dinamiche tra le sue figlie. Per Silvia Cohen è stato diverso. «I parenti non sono mai come li vorresti, ma la mia storia è particolare. Ho adottato due bambini che venivano da un altro Paese, due ragazzini traumatizzati. Le mie aspettative di madre a un certo punto ho dovuto ridimensionarle, o li avrei massacrati. Bisognerebbe essere così bravi da non aspettarsi mai nulla dai figli, da lì arrivano le sorprese. Con la ragazza, alla fine, siamo diventate complici su molte cose: è buffo arrivare a riconoscerti in una persona che non hai creato tu fisicamente, che ti è nata dal cuore e non dalla pancia», conclude Cohen, per cui la collaborazione coi ragazzi di FilmLab è stata «una sferzata di energia».

Photo credit: Rocco Soldini
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«Lavoro con OffiCine da anni», concorda Ferzetti, «è stimolante collaborare fin dalla sceneggiatura con gli studenti. Da attrice, ho detto la mia, spronandoli a interrogarsi sui vissuti e i moventi di ogni personaggio. Sulle conseguenze di ogni gesto. Ma soprattutto a tirare fuori le emozioni. Su questo fronte, Marina Rinaldi ci ha offerto uno spunto eccezionale. Portano avanti con coerenza il tema dell’autostima e del corpo: mi sono provata diversi capi tra i modelli messi a disposizione, tutti suggeriscono un’eleganza che non mortifica, una grande cura. Nella moda, come nel cinema, bisogna osare di più. Le donne si rivedono in noi, si identificano. Se si continua a proporre lo stesso modello, senza sfumature e difetti, come fa il pubblico femminile a immedesimarsi, a entrare in una storia? Ma dalle riflessioni di questi ragazzi capisco che siamo in buone mani: sono più aperti e avanti di noi. Hanno voglia di cambiare».


Photo credit: Rocco Soldini
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