Intervista alla giovane regista di Shiva Baby, il film commedia del momento

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Photo credit: Satchel Lee
Photo credit: Satchel Lee

Shiva Baby è un piccolo diamante nero, una commedia dark, anzi una “discomfort comedy” claustrofobica, cringissima, come dicono i ragazzi. Dopo un funerale, una ragazza ebrea bisessuale si trova intrappolata in una situazione familiare imbarazzante con genitori, parenti, ex fidanzata e il suo sugar daddy, in un crescendo di tensione e ansia, con un violino stonato che emette suoni sgradevoli (disponibile dall'11 giugno su Mubi). È l'opera prima di una giovane regista canadese, Emma Seligman. Due anni fa ha “esploso” il corto fatto per la tesi di laurea e impressionato il festival di Toronto, la sua città. Aveva solo 24 anni quando ha girato il film; protagonista, l’attrice comica Rachel Sennott. Una coppia di giovani talenti da tenere d'occhio.

Photo credit: Mubi
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Come è nata l'idea?

Ero all’ultimo anno di università e man mano che mi avvicinavo alla laurea mi sentivo sempre più sotto pressione. Da un lato la famiglia e l’ansia di vedermi “accasata” con un lavoro tradizionale ben retribuito, dall’altro il resto del mondo che mi chiedeva di essere una giovane donna indipendente di talento e fregarmene di quel che pensava la gente. Due spinte differenti e io nel mezzo con gli attacchi di panico. Mi è venuta l’idea del corto, che poi è stato la base per il film.

Cosa o chi la fa più ridere?

Rachel Sennott. È la mia migliore amica e do troppo per scontato che ogni conversazione con lei sia un vero spasso. Sono così grata di avere una comica per amica. Ci siamo conosciute quattro anni fa all’audizione per il corto. Prima di incontrare lei, mi ha sempre fatto ridere la manifestazione del disagio, dell’imbarazzo... È legato all'umorismo ebraico, sono cresciuta in una casa dove si scherza parlando di morte, sesso e cose scomode in generale. È il nostro modo di elaborare argomenti hard. Sono reduce da un anno di quarantena coi miei che mi hanno riportato alla mente tutto il black humour della mia vita.

Impossibile non pensare alla serie La fantastica signora Maisel.

Guardando certe scene di Mrs. Maisel sono caduta dalla sedia dal ridere, soprattutto quando lei e i genitori sono convinti di parlare tra loro ma ognuno porta avanti la sua conversazione ed è come se girassero su se stessi. A casa mia è così e siamo tutti convinti che gli altri ascoltino. Adoro Mrs. Maisel.

Nel suo ambiente sembrano tutti ossessionati da cibo, fidanzati e carriera.

Sì ma senza malizia, è qualcosa che nasce dall’amore e dalla curiosità. La loro idea della felicità è più tradizionale, avere un partner e un lavoro sicuro. Più ti amano più si preoccupano. Se non hai un fidanzato è scontato che tu non sia felice, se non fai soldi sei perduta.

È così un po' in tutti i ritrovi familiari...

Lo so, Rachel è di origini italiane e ha una grande famiglia cattolica. Mi racconta cose simili. Se non mangi abbastanza non ci può essere un buon motivo, per esempio voler perdere un po’ di peso: non c’è mai una buona ragione per non mangiare tanto.

La mamma del film considera la bisessualità come una fase sperimentale. Con la sua come è andata?

I miei non mi hanno mai fatto sentire sbagliata o non amata ma all’inizio hanno fatto fatica a capire. Pensavano che ogni volta io schiacciassi un interruttore e cambiassi la mia sessualità, che scegliessi “oggi uomo, domani donna”, la percepivano come qualcosa di promiscuo, anziché semplicemente un sentirsi attratti dalle persone indipendentemente dal genere. Mio padre mi ha accettato in casa ma non lo dice ai quattro venti. Mamma è più come quella del film, mi diceva “sperimenta, divertiti” ma ci ha messo un po’ a capire che ero gay, che non era solo una fase.

Oltre alla bisessualità cosa c’è di Emma in Danielle?

Le mie emozioni, le mie insicurezze... Il sesso ha giocato un ruolo importante nella mia crescita, mi ha aiutato a darmi valore quando cercavo la mia indipendenza. Non sono mai stata una sugar baby anche se nel mio college ne ho conosciute tante ma ad un certo punto ho realizzato che la mia “validazione sessuale”, come donna, non poteva sostenere a lungo l’autostima, che il mio potere sessuale non era potente quando credessi: questa è una cosa mia che ho messo nel personaggio di Danielle...

Il sesso è un terreno che le piace indagare.

Crescendo nell’era di internet è difficile capire cosa rappresenti il sesso per una ragazza, specialmente in un ambiente come il mio. Sono fortunata ad avere una madre molto aperta che mi ha sempre detto “goditelo e parlane senza paura” ma il sesso non poteva essere l’unico terreno dove io mi sentissi a mio agio con me stessa... È molto difficile navigare in quelle acque là fuori, a volte può diventare pericoloso.

La prima scena che le è venuta in mente?

Quando Danielle è con i suoi genitori e incrocia il suo sugar daddy, e i quattro cominciano a parlare. In quel dialogo c’è il film in nuce, le due versioni di Danielle si scontrano ed è drammaticamente divertente.

La sua battuta preferita della sceneggiatura?

Probabilmente “Chi è morto?”.

Come si descriverebbe?

Sono testarda, timida e introversa, ho davvero bisogno di tempo per me, della mia solitudine, anche se tengo molto ai miei amici e alla mia famiglia. Dopo un anno di lockdown duro e freddo a Toronto essere a Los Angeles mi sembra il paradiso. Vivo da sola per la prima volta e sono andata il più lontano possibile da casa, avevo bisogno di spazio. Sono la più piccola e la più tranquilla della famiglia, ho una sorella maggiore con una grande personalità, in questi anni ho cercato silenziosamente di trovare il mio posto.

C’è un momento molto delicato nel film: quanto contano per lei i piccoli gesti?

Essendo calma e silenziosa comunico tanto attraverso le mani e sono cresciuta in una famiglia molto fisica. Volevo dare a Danielle un momento di speranza e di intimità a cui aggrapparsi... Non ero così sicura di quella scena, temevo il queerbaiting, sa quando in un film per esempio due donne si tengono per mano perché quello è il massimo concesso alla rappresentazione dell’attrazione fisica tra gay, il giusto tollerabile socialmente... È frustrante e non volevo cadere nella trappola. Poi ho aggiunto la scena del bacio e così funziona. A volte un piccolo gesto è davvero tutto.

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