Intervista a Motta che nel suo nuovo disco "Semplice" s'è dato a cuore aperto

Di Carlotta Sisti
·9 minuto per la lettura
Photo credit: Claudia Pajewski
Photo credit: Claudia Pajewski

Se non c'era un palco, suonava per strada Francesco Motta. É stato così per vent'anni, dal periodo dei Criminal Jokers, fino a marzo 2020, quando è arrivata quella che lui chiama "la fine del mondo". Ha confidenza ed attrazione per i finali, Motta, che non a caso ha intitolato il suo primo disco "La fine dei vent'anni", e me ne parla anche oggi, in un'intervista che, mi dice, aveva "proprio voglia di fare", perché è segno di ripartenza, di ritorno alla normalità, ma con cose nuove da dire. Motta si dice cambiato, e ha fatto un disco per raccontare un mutamento che ai bianchi e neri della vita ha aggiunto pure tutta una gamma di grigi. Dentro al suo "Semplice", che esce il 30 aprile per Sugar, c'è anche il senso della fine, ma qui non ha più un sapore prepotentemente amaro, non appanna lo sguardo di malinconia, non prende per la gola mozzando il respiro, anzi: la fine è il luogo in cui trova compimento il titolo del disco. É lì che i grovigli si sciolgono per lasciar scorrere le cose, senza complicazioni. Arrivarci, a questa sorta di nirvana della percezione del mondo e di sé, è un viaggio, che, appunto, alla fine trova quella che Francesco chiama "una conquista, la semplicità è una conquista".

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Per il titolo del disco hai scelto la parola che meno si adatta alla contemporaneità

Di primo impatto è vero, ma una parola non ha mai un senso assoluto, le devi dare una cornice, un contesto. Questo, per esempio, non è un disco così semplice, ma ci si avverte dentro la fatica per arrivarci, alla semplicità. Ho avuto tempo di lavorarci, perché con la sospensione della normalità, è successo anche di avere la possibilità di fare le cose con più calma, cosa non mi succedeva da "La fine dei vent'anni". Per me il tempo, la cura per strutturare il racconto che sta dentro un album è fondamentale, per cui ecco una cosa buona, in mezzo a tante tremende.

Quindi, la semplicità arriva alla fine. O anche: quindi la semplicità arriva, alla fine.

Sì, esatto, in entrambi i modi, perché qui arriva proprio alla fine, nella strumentale che chiude il disco, ma arriva anche nella vita, accompagnata da un misto di stupore e sollievo. La semplicità è tanto presente, c'è nella chiarezza delle immagini, nella voce, nelle parole, nelle cose che dico, che credo non siano mai state così comprensibili come ora. La semplicità, soprattutto, sta nell'ultima frase che ho scritto per questo disco, e cioè "per te che è semplice anche l'amore" e mi sono detto: "ma io ci ho messo 3 anni e 10 canzoni per arrivare qui". E vale anche per la copertina, che all'inizio doveva essere diversa da questo manifesto dove addirittura non ci sono manco io, abbiamo fatto un processo di andare a togliere, che è la cosa forse più difficile di tutte e io alla fine ho tolto me stesso, dopo tre dischi dove c'era sempre la mia faccia. Ma, appunto, la semplicità è una conquista.

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In "Qualcosa di normale" dici di non avere "più paura di guardare, qualcosa che è normale" ...

E quella è la canzone che ho scritto prima di tutte le altre, pensa te.

Profetica.

Pare profetica, sì. In realtà l'ho buttata giù alla fine dello scorso tour, che di solito è un momento strano, in cui rimetti in gioco la tua vita, ed invece mi sono sposato con Carolina, siamo andati in viaggio di nozze in Australia, e quella cosa ci ha salvati per qualche mese dalla voglia di viaggiare, e piano piano mi sono accorto che stavo iniziando a vedere le cose in maniera diversa, che avevo anche voglia di stare, non solo di prendere ed andare. Poi è chiaro che oggi quel pezzo ha una valenza diversa, ma è il bello delle canzoni, che non cambiano, ma assumono un significato diverso se cambia il mondo attorno a loro.

Che rapporto hai con la paura, sentimento allo stesso tempo ancestrale e attuale?

Ho paura delle paure. Però prima vedevo tutto più drasticamente: se ero contento, dovevo essere contentissimo, se c'era un puntino a macchiare la contentezza, lo facevo diventare u vortice nero. Adesso ho imparato ad avere più leggerezza, ad accettare che la vita è fatta di momenti belli e di paure che uno accetta. E questa accettazione non m'era molto chiara, visto che ho chiamato un disco "Vivere o Morire". Infatti fino a non molto tempo fa ho vissuto la mia vita come un sistema binario di scelte: bianco o nero, tutto o niente. Era come se m’imponessi costantemente di scegliere da che parte stare. Adesso quella tensione c’è ancora, in me, ma l’ho finalmente accettata assieme a tutte le mie contraddizioni

Nel disco canta anche tua sorella Alice: la prima volta che l'ho ascoltato non sapevo di chi fosse la voce femminile, ma ho pensato che stesse nei pezzi con una naturalezza assoluta, come se fosse sempre stata lì. Pensi che questo incastro perfetto accada per il legame che avete?

Sì, senza dubbio, ma il motivo per cui ho voluto che ci fosse è perché la sua è la voce che preferisco in assoluto. E l'ho sempre vista come molto complementare a me. Questa vicinanza, questo avere gli stessi genitori, ha dato vita a due voci completamente diverse, e a me questa cosa piace da morire.

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Sentivi che il tuo pubblico era in attesa?

M'è sembrato, sì, ma anche io lo ero, perché è vero che c'è stato il pezzo di Sanremo, ma io l'ho visto come una parentesi, che, di nuovo, è vero che m'ha fatto fare anche un tour, ma io sono arrivato ad oggi che non ce la facevo più. Io ho bisogno di mettere i pezzi dentro un disco, ad un racconto, che oggi dice anche che sono cambiato, che sono anche altro, rispetto a quello che ero prima.

Hai detto che questo lavoro è stato lungo tre anni: nell'ultimo anno e mezzo sei riuscito a scrivere o hai rimesso mano a cose precedenti?

Guarda, durante il primo lockdown ho avuto la possibilità di mettere in pausa "Semplice" per dedicarmi alla colonna sonora di un film, che spero uscirà presto. E ho avuto la netta sensazione che quella cosa, in quel momento, mi stesse salvando, perché fare musica per i film è un po' mettere il suono a qualcosa che ha già un testo. E a marzo 2020 io, invece, di parole non avevo, non riuscivo proprio a trovarne. Poi io sono da sempre abituato a uscire tanto, a stare con le persone, a parlarci, e avere di colpo questa parte della vita troncata, ha avuto un effetto forte, brutale. La mia grande fortuna è stata avere con me mia moglie, che è come me, e ci siamo stati vicini. Poi, quando ho ripreso a scrivere, ecco che le canzoni nuove non parlavano più solo del presente, ma mi facevano anche immaginare un futuro, e questo è stato liberatorio.

Ora che il disco è fuori, come stai?

Sono felice. Felice di tornare finalmente a lavorare al tour, di fare sound check, di tornare in furgone, di mettere la parola fina ad un percorso durato tre anni, con in mezzo la fine del mondo.

Come saranno i tour?

"Complicati. Lavori il triplo, perché per ogni evento devi pensare a un piano a, b e c, e poi magari il giorno prima arriva la notizia che non va bene nessuno dei tre. Detto ciò, ce la stiamo mettendo tutta, anche perché i concerti che farò saranno tutti con una band e non solo io chitarra e voce. Voglio presentare questo disco come Dio comanda".+

Che cosa ha significato fermarsi e vedere fermarsi tutta la scena per così tanto tempo?

A 'sto giro ci hanno messo davvero a dura prova. Il live per me, come per moltissimi altri artisti, rappresenta la vita reale, ha a che fare con un festeggiamento, con le persone vere, non quelle che stanno dietro agli stream, che vanno benissimo, ma sono un'altra cosa. Quella del concerto è una dimensione che mi porto dietro da davvero ormai vent'anni e da quando ho 18 anni non è mai successo che stessi lontano dal palco per un anno e mezzo. Da pischello, se non c'erano locali disponibili a Pisa, io andavo a suonare per la strada. Anche per quello sento l'urgenza di tornare a farlo a qualsiasi costo. Ma a me non manca solo questo, a me manca da morire andare ad un concerto, ancora di più.

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Che ripercussioni concrete, perché alla fine di vite vere si parla, ha avuto questo stop?

Te ne dico una: ci sono dei tecnici del suono che avrei voluto con me in questo tour, che, purtroppo, in questo anno e mezzo hanno cambiato lavoro e non hanno nessuna intenzione di tornare indietro. Già questa è una cosa drammatica, già se tutto finisse adesso, e non è così, ci sarebbe stata una batosta terribile. Forse la metà dei locali in cui sono stato suonare negli ultimi anni, locali storici, non ci sono più. Questo mondo andrebbe difeso come qualcosa che ti fa vivere, difeso come il respiro delle persone. Il nostro è stato un settore davvero poco considerato, poco difeso. Dal mio punto di vista, quello che si poteva fare è stato fatto con "Scena Unita" (fondo al quale fare donazioni per aiutare i lavoratori dello spettacolo ndr), una cosa molto semplice, molto chiara, alla quale ho aderito molto volentieri, perché in questi casi, quando riesci ad unire le persone per un obiettivo comune, c'è solo una cosa da fare: che quelli che hanno le possibilità aiutino quelli che non le hanno. E finisco: se vuoi è stato fatto anche con una punta di egoismo, perché noi musicisti senza i tecnici non andiamo assolutamente da nessuna parte. Ci sono spettacoli in cui è tutto, tutto nelle mani dei tecnici.

Hai raccontato di come tanti abbiano scelto di cambiare mestiere, dopo questo anno e mezzo di mazzate. Tu lo hai mai pensato?

Sì.

E perché hai resistito?

Perché se non faccio musica, se non faccio questo a prescindere da tutto, io muoio.