Io e il mio doppio. Perché i social ci vogliono perfetti? Pro e contro della vita online

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Photo credit: ph.  JUSTIN JIN - Hearst Owned
Photo credit: ph. JUSTIN JIN - Hearst Owned

A volte mi fa antipatia. Lei, l'altra, quella che cammina attraverso paesaggi dalle luci soffuse, che sorride sempre, che vede solo la bellezza della vita. E però non posso farci niente, perché lei sono io, la me stessa sui Social, la mia gemella virtuale e spensierata. Sono passati oltre diciassette anni dal lancio di Facebook, più di dieci anni da quello di Instagram, e ancora ci chiediamo se si può essere meno che impeccabili sui Social, com'è possibile che tutti, lì dentro, siano felici o almeno mostrino una malinconia garbata. Noi, i forzati dei post, a rischio burnout da perfezione a tutti i costi.

Una delle prime a rendersene conto è stata l'australiana Essena O'Neill. Nel 2015 aveva 19 anni, circa 800.000 follower su Instagram e una carriera da modella e influencer in divenire. Poi un giorno ha deciso di rinominare il proprio profilo in Social media is not real life, modificando la caption di ogni foto per svelare la realtà dietro le immagini curate: le ore in posa fino a trovare la giusta angolazione per una pancia ultrapiatta, i vestiti indossati dietro compenso, i sorrisi forzati al posto di vere lacrime che premevano per uscire. Oggi quel profilo esiste ancora, ma è praticamente vuoto. Resta giusto un monito: "I Social Media sono la mia piattaforma, non la mia vita".

Costruirsi un'identità a prova di critica: già nella prima metà del Novecento il sociologo Erving Goffman teorizzava come gli uomini cerchino di mantenere costantemente un'immagine positiva di se stessi, con l'interazione personale che si fa performance, quasi un copione drammaturgico. E i Social, in fondo, non sono che lo storytelling di noi stessi, con le homepage che mostrano esattamente come vogliamo (o dobbiamo) apparire, e un controllo assoluto e calcolato di ciò che pubblichiamo.

"Instagram è una narrazione visiva. E credo che nessuno, lì, si smascheri mai. Io, per esempio, sui Social faccio vedere tanto, ma se facessi vedere tutto non sarebbe più una narrazione, sarebbe un caos", mi conferma Raffaella Silvestri, scrittrice e copywriter. "I romanzi non sono forse costruiti? E allora perché una narrazione trasposta su un medium diverso non dovrebbe esserlo? Io, di solito, non pubblico una foto se dietro non c'è una storia, se non veicola quella che secondo me è la mia personalità".

La vita in diretta

Sui Social, forse, dovremmo parlare piuttosto che sfoggiare personalità al plurale, multiple come multipli sono gli account che creiamo, uno per piattaforma. Un lavoraccio: se un tempo vivevamo in qualche modo a compartimenti stagni – gli amici, la famiglia, il lavoro – oggi tutto converge in quello che Danah Boyd, Partner Researcher alla Microsoft Researcher, ha chiamato 'collasso del contesto', cioè i diversi aspetti delle nostre vite offline che collassano gli uni sugli altri attraverso i Social. A questo punto, sfuggire alla propria (perfettissima) immagine Social non è semplice come potrebbe sembrare. Come l'ombra di Peter Pan, ci resta incollata ai piedi. Gran parte del problema è che crediamo ancora nel "dualismo digitale", ovvero che il mondo virtuale e quello fisico siano separati. Ma, come ha spiegato Nathan Jurgenson, sociologo che lavora a Snapchat, si tratta in realtà di una falsa convinzione: i due mondi sono invece irrimediabilmente intrecciati.

Lo sa bene Shiqi Gan, nome d'arte Nai Nai, è una di quelle che ogni giorno si mostrano ai follower dall'alba al tramonto, trasmettendo in diretta la propria vita e trasformandola in un business con tanto di contratto e regole d'ingaggio ferree. Nel 2019 l'innamoramento live per Jiang Bo, il “principe” dei livestreamer cinesi, le è costato la carriera: i follower, ingelositi, l'hanno attaccata e abbandonata, e lei si è ritirata dalle scene. Non si possono provare sentimenti, sulle piattaforme di streaming. Che separare vita virtuale e vita reale sia ormai impossibile, è sempre più evidente anche quando si parla di lavoro. Secondo la Harvard Business Review, i millennials hanno una media di 16 colleghi tra gli amici di Facebook, e sempre più head hunter e professionisti HR spulciano i profili social di possibili candidati, per farsi un'idea di come sono realmente al di là del curriculum. Ecco che allora torna l'ansia della perfezione, anche perché cancellarsi da Internet non è un'opzione: ormai ci si aspetta da tutti una presenza online e chi non ce l'ha rischia di passare per qualcuno con qualcosa da nascondere.

Invidia allo specchio

Avatar perfetti, vite incasinate: per fare un po' d'ordine, l'unica soluzione sono forse i finstagram, gli account Instagram falsi. Privati, con pseudonimo e pochi amici fidati, corrono in parallelo ai rinstagram, gli account Instagram reali. Ma mentre questi ultimi sono una sequela di foto perfettamente curate e socialmente accettabili, i primi mostrano l'altro lato dello specchio, quello che si preferisce nascondere: foto brutte, selfie imbarazzanti, screenshot e tutto ciò che si vuole mostrare solo a un pubblico selezionato. Il risultato è che, paradossalmente, l'account falso diventa la vita vera e quello reale solo una maschera. Uno è fatto per ritrovare un po' di autenticità, l'altro è la proverbiale erba del vicino sempre più verde. Perché sui Social c'è sempre qualcuno che sta meglio di te, eccome.

Lo conferma Rosantonietta Scramaglia, docente di Sociologia del cambiamento nell'era digitale allo Iulm: "L'invidia sui Social è un fenomeno importante. È vero che è sempre più diffusa, ma non perché sia cambiata la sua natura. Storicamente, l'invidia scatta verso chi ritengo un mio pari: invidio il compagno di banco o il collega, non invidio il principe o il re. Ma i Social compiono una sorta di appiattimento. Adesso a livello di Social si è tutti pari: sono come il divo o la diva e mi sento di valere quanto gli altri. Allora può scattare l'invidia, più diffusa, generalizzata. A questo punto, posso invidiare chiunque abbia dei canoni che io vorrei avere". Anche perché i Social, si sa, sono aspirazionali e le aspirazioni, ormai, sono globali. "Anche le mistificazioni si vedono in positivo. All'interno di questa scatola magica dei Social, sento che potrei diventare chiunque, non vedo più le barriere. Una volta, invece, si poteva invidiare solo chi era all'interno del proprio gruppo, dove tutti avevano più o meno le stesse caratteristiche e possibilità. Si aveva un orizzonte limitato e aspirazioni non così elevate". Paradossalmente, è l'uso passivo dei Social quello che crea più crepe nel nostro io e ci rende prede più facili dell'invidia, come ha scoperto uno studio del dipartimento di Psicologia dell'Università del Michigan. Scrollare e basta non ci fa bene. Meglio allora postare, fare uscire dall'armadio Lei, la nostra alter ego Social, e imparare da lei a raccontarla giusta. Anche se sappiamo bene che tutte le immagini #nofilter sono filtrate e che #Ilovemyjob è solo l'hashtag che usiamo il lunedì, quando piove e ci siamo pettinate giusto l'ennesima riunione su Zoom.