«Io, Gipi, una piaga per il mondo del fumetto italiano»

Di Gianmaria Tammaro
·11 minuto per la lettura
Photo credit: Tony Anna Mingardi/Awakening - Getty Images
Photo credit: Tony Anna Mingardi/Awakening - Getty Images

From Esquire

“Sono al lavoro sul soggetto del mio nuovo film, che sicuramente non farò, ed è una bomba”. Dall’altra parte dello schermo, Gipi sorride. Alle sue spalle si intravede un poster di Frigidaire, disegnato da Tanino Liberatore, con due dediche. Una a lui, a Gianni, e l’altra a sua moglie, Chiara Palmieri. Poi ci sono alcuni mixer audio e in fondo, sulla sinistra, c’è una portafinestra chiusa. Entra molta luce. “Ci stavo pensando da tempo, ma stamattina, mentre parlavo con Amedeo Balbi, mi ha dato l’idea giusta per andare avanti. E sono contentissimo”, continua. Altri dettagli, però, non ci sono. O almeno: non è il momento giusto per parlarne.

In questo periodo di lockdown, di zone rosse, gialle ed arancioni, Gipi passa le sue giornate come al solito: “Ma con l’aggiunta della paura della morte. Mi sveglio, lavoro, perdo tempo. Ma ho sempre l’ansia. Ci sono dei momenti in cui non respiro. Sono ipocondriaco e mi basta andare a fare la spesa per vivere otto giorni di puro terrore”.

Dal 5 novembre, in libreria e in fumetteria, edito da Coconino Press, è disponibile il suo nuovo fumetto, Aldobrando: un racconto epico, popolato da cavalieri, finti stregoni ed assassini, ambientato in un mondo imprecisato, in un’epoca che sembra rievocare, a grandi linee, il Medioevo.

Scritto da te, ma disegnato da Luigi Critone. Perché?

Ho decine di storie chiuse, finite, che non ho mai disegnato. Spesso non le disegno perché sono troppo lunghe, perché non mi trovo a mio agio con l’ambientazione o perché penso che non abbiano quella sostanza di fondo che cerco. In questo caso, era una storia alla quale tenevo. E così ho pensato a Luigi, che è un maestro del fumetto.

Quando ti è venuta l’idea di Aldobrando?

La mattina del mio matrimonio con Chiara. Eravamo sulle Dolomiti. Ricordo che uscii di casa e che mi ritrovai davanti a questo scenario bellissimo, al cielo e alle montagne. E in quel momento mi misi a pensare al matrimonio, e tutta la mia vita mi ripassò davanti agli occhi. Con tutte le stronzate che ho fatto, con tutto il dolore che ho causato agli altri o a me stesso. E alla fine mi dissi: se tutta questa roba ha contribuito a portarmi qui, a questo istante, era tutta giusta; ne valeva la pena.

E Aldobrando?

In quel momento, immaginai la storia di questo personaggio che vive una serie di vicissitudini e che alla fine, proprio grazie a queste vicissitudini, trova un’improbabile felicità. È la sua storia.

Un uomo che si innamora di una principessa e che viene ricambiato.

La cosa difficile è stato renderlo attraente. Mi serviva un punto di contatto. Qualcosa che potessero condividere. Aldobrando non ha niente e non è niente. È un coglione, è brutto, è una mezzasega, è magrolino e apparentemente è senza qualità. Perché una donna dovrebbe innamorarsi di lui? Nel loro essere orfani, lui e la principessa finiscono per riconoscersi.

Quanto Brancaleone c’è in questo fumetto?

La domanda dovrebbe essere un’altra.

Quale?

Quanto Brancaleone c’è in me.

Riformulo, allora. Quanto Brancaleone c’è in te?

È uno dei film che ho amato di più in assoluto. Ho il libro con la sceneggiatura, che rileggo in continuazione. Sto sviluppando un fumetto con un linguaggio simile, un italiano arcaico, ma stavolta ibridato con termini modernissimi, da nerd. Penso che Brancaleone, primo e secondo film, sia una delle punte più alte del cinema italiano. Come costumi, come immagini, come studio, come scrittura. Sono contento perché quando uscì ebbe il successo che meritava.

Fu una scommessa per Monicelli.

Ho letto da qualche parte che non si fece pagare per poterlo girare. Rinunciò al suo compenso come regista ma chiese una percentuale sui biglietti venduti. E gli andò benissimo.

Prima mi hai detto che quando ti sei sposato hai rivisto tutta la tua vita. Innamorarsi e morire un po’ si somigliano?

Non saprei, non sono mai morto. Spero però che quella cosa del rivedere tutta la propria vita in punto di morte non sia vera. Anche perché, in quel caso, mi toccherà rivedere mesi e mesi di World of Warcraft, settimane di Minecraft, stagioni di serie tv di merda. Se è vero, però, spero che ci sia un montatore bravo, qualcuno che selezioni le cose più fighe che ho fatto.

E cioè?

L’amore, i tanti scherzi. Mi piacerebbe poter citare anche il ricordo della sera in cui ho vinto due premi ad Angouleme. Ma ho un rapporto con il lavoro complicato. Me lo dice anche mia moglie. Si incazza spesso per questo. Io non riesco a trarre gioia dalle cose che mi vanno bene.

Mai?

Dura pochissimo. Credo che se avessi dei figli citerei la loro nascita come momento migliore.

Ti dispiace non averne?

Non mi pesa, ma provo comunque a non essere cieco alla verità, che è, invece, una cosa che alle persone accade spesso inevitabilmente. Anche se ho una vita abbastanza soddisfacente, so benissimo che mancano dei pezzi fondamentali. E spesso mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se avessi avuto dei figli. Cosa sarebbe accaduto alle mie storie, ai personaggi.

E che cosa ti viene in mente?

Mi ricordo di una cena con Altan, tempo fa; mi raccontò di aver immaginato la Pimpa per sua figlia, che stava per nascere. E trovo che sia una cosa stupenda.

Perché?

Perché è bello avere qualcuno in mente quando si scrive una storia. Qualcuno di preciso, di ben definito. Non si dovrebbe scrivere pensando al pubblico o a un – mi sento male solo a dirlo – “target”. Le persone serie scrivono sempre con una persona in mente.

Tu a chi pensi quando lavori ai tuoi fumetti?

Dipende. Ho scritto per mio padre, per mia madre, ho scritto per mia moglie. E ho scritto anche per me stesso. Ho scritto per i miei amici. Per i miei ex-amici, anzi.

In che senso “ex”?

La vita ti separa. Ti porta via. Io ho lasciato la mia casa, la provincia, la Toscana, il mio vecchio modo di vivere. E per le persone con cui sono cresciuto, non è una bella cosa. Ma il problema è che non sanno come sia. Per loro c’è un prima e c’è un dopo, e non è così. Io vivo esattamente nello stesso modo in cui vivevo a Navacchio.

Insomma, non è cambiato niente.

Io sono sempre lì con la testa. Sono lì con l’estetica. Quando disegno un cielo, disegno quel cielo lì. Non il cielo che vedo oggi, dalla finestra di casa mia. E i miei amici, i miei ex-amici, pensano che sia uno stronzo, che vada alle feste romane, che sia un personaggio televisivo.

A proposito di televisione. Ti manca?

No. Ma mi manca il coraggio che avevo in quei momenti. Sono cambiato tantissimo negli ultimi tempi. Una cosa che non augurerei a nessuno, nemmeno al mio peggior nemico. Non potrei più andare in tv a fare battute su Salvini. Ho molta vergogna per quello che ho fatto. Intendiamoci: non penso che chi lo faccia sia un coglione. Il problema sono io. O meglio: ero io. Facevo parte di un meccanismo tribale. Non ero abbastanza consapevole, per poter parlare di quelle cose. Ero io, certo: non mi fraintendere.

Però?

Questa tribalità è il problema della nostra società. Nessuno riesce a fare un ragionamento autonomo. E non nel senso di pensare con la propria testa, del credere in te stesso o altre puttanate simili. Nel senso di sottoporre ad un esame spietato ogni proprio pensiero. Ogni convinzione. Per esempio: queste idee, questi principi, sono davvero miei? Li ho capiti? O mi sono stati solo trasmessi da qualcun altro? Dalla mia famiglia, dal mio giro, dalla mia cerchia di conoscenze?

Che cosa ti rispondi?

Che probabilmente mi sono sempre considerato di sinistra per caso. Accettando una serie di dogmi che adesso rifiuto.

Pensare in questi termini, razionalizzare ogni cosa: sembra faticoso.

Lo è. La prima cosa che ti succede è di rimanere solo. Socialmente sembri un po’ il matto rincoglionito che caca il cazzo su qualunque cosa. Quello che non ride. Che non partecipa. Arriva una notizia su Trump? Indignati! Arriva la notizia di Kamala Harris vicepresidente? Festeggia!

Le famose tifoserie.

È riposante essere in una squadra. A me viene da pormi una domanda: È davvero possibile che nessuno, in nessuna delle due parti, dica mai qualcosa di logico agli occhi e alle orecchie della parte avversa? È possibile che non accada mai che qualcuno a destra riconosca la possibile ragionevolezza di una frase detta dalla sinistra e viceversa? Secondo me, su una base statistica, la risposta è no, non è possibile.

Qual è il pensiero di fondo?

Se quello che ha parlato appartiene alla mia tribù, al mio giro, al mio gruppo, sono d’accordo. Se non fa parte della mia tribù, allora lo disprezzo. Indipendentemente dall'argomento o dal pensiero espresso. E per carità, spesso ci sono ottimi motivi per disprezzare un'idea, ma sarebbe meglio ascoltarla prima.

Di chi è la colpa?

Non saprei. I social network alimentano questa cosa però. Sono costruiti in questo modo apposta. Sono ingegnerizzati per alimentare lo scontro, perché questo aumenta il tuo tempo di connessione e quindi gli introiti dei proprietari delle piattaforme.

È per questo che li hai lasciati?

Li ho lasciati anche per questo. Ma pure per motivi personali, per il mio carattere. Tendevo a discutere con chiunque, anche con chi non lo meritava. Ero convinto di poter trovare un punto di contatto con tutti. E non è vero. Ci sono persone che usano i social solo per sfogarsi di qualche rabbia e frustrazione. So di cosa parlo. A volte, l’ho fatto anche io.

Una volta mi hai detto che quando eri bambino disegnavi per stare tranquillo. Oggi perché disegni?

Perché è il mio lavoro, perché vivo di questo. Disegno perché a volte sento che è l’unica cosa in cui mi ritrovo. E a proposito di cosa vedi quando muori: gli unici momenti della mia vita non viziati da egoismi o da brutture sono quelli che ho passato al tavolo da lavoro. In quei momenti, sono stato la parte migliore di me stesso.

Non tutti, però, la vedono così.

Alcuni autori si sentono in colpa, si sacrificano perché credono di essere privilegiati. Il mio desiderio di essere amato da tutti, per un periodo, mi ha portato a darmi al cento per cento. Oggi non è più così, l’ho superata.

Ma perché sentirsi in colpa?

Perché stai facendo fumetti. Che sono la tua passione. E in una società come la nostra, trarre giovamento da una propria passione è una cosa strana. Immagina, poi, se ci guadagni. E quindi ti senti in difficoltà, senti di doverti sacrificare. Di espiare una colpa che non hai.

Che cosa rimpiangi?

Io rimpiango l’atmosfera di quando ero ragazzo, di quando leggevo Cannibale, di quando facevo i miei disegnetti orrendi, e mi sentivo dalla parte sbagliata della società. La cosa che mi fa più paura, adesso, è trovarmi dalla parte giusta. È stare dal lato buono, essere paladini delle cause invincibili, alle quali nessuno può opporsi.

Cos’è che non ti piace di questo presente?

Non mi piace questa idea di istituzionalizzare il fumetto, e pensa che sono sposato con una donna che si impegna ogni giorno per questa cosa.

Ne parlate?

Litighiamo, a volte, perché io sono odioso. Se ci fai caso non partecipo a nessuna delle iniziative di Chiara. Sono felice per lei, per il suo lavoro, ma non sono per l’istituzionalizzazione di questo mestiere. Io non vorrei mai il sindacato dei fumettisti.

Alan Moore dice che i fumetti si sono imborghesiti.

Non sono d’accordo, perché generalizza. Capisco quello che vuole dire. Ma non va bene generalizzare, bisogna essere più precisi. Personalmente penso di essere stato una piaga per il mondo del fumetto italiano. Il primo fumettista candidato allo Strega, tra i primi ad essere pubblicato sui grandi quotidiani. Sono tutte colpe con cui devo convivere.

Ma non sono opportunità per il fumetto italiano?

Del mondo del fumetto italiano, francamente, non me ne può fregare di meno. Non riesco a vedere il mondo come gruppi o sistemi.

E allora perché le vedi come colpe?

Le vedo come colpe in un percorso di normalizzazione. Se il lavoro che ho fatto ha aiutato in questo senso, mi dispiace. Giuro: non era mia intenzione. Io volevo solo raccontare storie, ed essere letto, e poterci vivere.

Non ti ha fatto piacere la visibilità che hai ricevuto?

L’idea di avere un mio disegno su Repubblica era bella quando c’erano i miei genitori, quando potevo farglielo vedere, quando potevo dire: non sono un fallito, eccomi.

Ma oggi tutti, più o meno, vogliono quella cosa: vogliono il paginone su Repubblica.

Non saprei. Immagino che funzioni per il lavoro e quindi lo capisco. Se è per altri motivi, per l'affermazione narcisistica di sé, per esempio, è una cosa un po’ più complicata.

Che cosa conta, alla fine?

Per me? Continuare ad avere buone storie da raccontare. La gioia che provo quando mi viene un' idea che mi sembra buona è incredibile. Mi dà uno scopo per due anni, dà un senso alla mia vita. Quando succede, è bellissimo.

E quando non succede?

Sono cazzi.