"Io sorridevo poco, me lo ricordo. Semmai scoppiavo in clamorose risate"

Di Lidia Ravera
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Photo credit: Photo by Ivana Cajina on Unsplash
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From ELLE

Pare che dovremo portarle ancora per mesi. Le portiamo da parecchio. Devono coprire il naso, e la bocca. A meno che tu non trattenga il fiato fino a rischiare un arresto cardiaco, ti appannano gli occhiali da sole, generando una riduzione di visibilità tipo nebbia in val Padana. Se, prima di uscire, per nascondere gli effetti collaterali di una notte mal dormita, decidi di stendere sul viso una leggera patina di quel luminoso fondotinta per cui hai acceso un mutuo sulla casa, lei, la mascherina, si tingerà di bronze doré e così rimarrà per sempre, perché non la puoi lavare.

Per consolarti butti le cosiddette “chirurgiche”, scansi quelle verdine da 50 centesimi che durano poche ore poi non ti filtrano più e provi la mascherina fashion: ce ne sono in tulle, organzina, seta, raso, piquet, vellutino, cotone, tela jeans, cashmere per l’inverno, fresco di lana, pelle vera, nappa e plastica traslucida per i giorni di pioggia. Hanno fantasie graziose, sobrie, drammatiche (ne ho vista una con tante piccole siringhe stampate su fondo blu: atroce). C’è chi le preferisce in tinta unita, coordinate con la giacca, il cappotto, il piumino. Sono diventate un accessorio come le borse e le scarpe, una cravatta per donne, un gioiellino.

Era inevitabile ed è successo: si è tentato di personalizzare questo presidio sanitario individuale, di adeguarlo al proprio stile. Il risultato si situa nella tradizione della commedia dell’arte, un omaggio ad Arlecchino. Ma, nonostante i nostri sforzi, niente ci restituirà il sorriso. Era condizione principe per costruire una politica seduttiva, il sorriso. Eravamo disposte a ogni sacrificio per incapsulare gli incisivi e lucidarli ogni sei mesi mordendo panetti di fluoro e lasciandoci sparare in bocca bicarbonato da igieniste dentarie sadiche. Per le labbra non si badava a spese, dovevano essere lucide, gonfie e ben tornite.

Dal sorriso, nella mia fascia d’età, si poteva calcolare il reddito annuo: avevi di che mantenere la tua dentatura all’onor del mondo nonostante i danni del tempo? Era la dichiarazione di benevolenza sufficiente e necessaria per aprire ogni discorso d’amicizia. O d’amore. Le imbronciate, benché fotomodelle, non venivano amate, semmai ammirate. Le imbronciate bruttine finivano in una discarica. Le mamme ti obbligavano subito a sorridere, il cattivo umore nella femmina della specie è considerato antagonista, radicale senza chic, inquietante.

Io sorridevo poco, me lo ricordo. Semmai scoppiavo in clamorose risate. Al mio primo servizio fotografico (avevo 25 anni) quando il fotografo mi disse: «Sorrida, è così bellina quando sorride!», mi barricai dietro uno sguardo bellicoso, «mi riempio di rughette, scemo!». L’ho scoperto dopo, il valore sociale del sorriso, e ne ho abusato per i 40 anni seguenti. Sorrido per festeggiare ogni incontro, per dichiarare la mia disponibilità a condividere, per consolare e ridimensionare, per non offendere chi mi cerca e per non essere offesa da chi non mi ha capita. Da mesi sorrido dietro un rettangolino di tela. Fine dei rossetti e dei fard. Fine delle buone intenzioni. Che fare? Impariamo a sorridere con gli occhi.