Joaquin Phoenix intervista per noi Victor Kossakovsky (sì, avete letto bene)

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Photo credit: Axelle/Bauer-Griffin - Getty Images
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(In veste di produttore, Joaquin Phoenix ha scelto un film in bianco e nero, senza dialoghi, nessuna persona in scena e una scrofa come protagonista. Qui intervista per noi il regista di Gunda, Victor Kossakovsky, e lui gli racconta come ha capito che gli animali hanno un'anima).

Joaquin Phoenix: È difficile descrivere ciò che ho provato guardando il film Gunda, ma ero commosso. È stata una nuova esperienza per me. Ecco cosa c’è di speciale: è un'autentica esperienza.

Victor Kossakovsky: Stiamo sbagliando e lo sappiamo: ogni volta che mangiamo carne, un animale viene ucciso. Ma fingiamo di non saperlo. Ecco perché esiste il cinema: per mostrarti qualcosa che non vuoi vedere o non sei in grado di vedere. Senza bisogno di una voce fuori campo, una trama, o qualcuno che ti spieghi cosa accade, qui capisci con chiarezza che... Se le persone hanno un’anima, anche gli sicuramente ce l’hanno.

JP: Hai capito fin dall’inizio che il documentario sarebbe stato girato in questo modo, senza musiche, né una voce fuori campo o delle didascalie?

VK: Mi piace che un film cresca da solo. Non mi piace avere una sceneggiatura, né ho mai amato i “commenti”. Sapevo che avrei mostrato la vita di un maiale o di una mucca nello stesso modo in cui avrei seguito una persona. Con la macchina migliore e il miglior equipaggiamento. Rispettando l’animale, dandogli il tempo. Ogni giorno, dalle 4 del mattino per due mesi, ci siamo recati in questa fattoria. Abbiamo aspettato che Gunda, la scrofa protagonista, si svegliasse e uscisse dal fienile. Veniva da me, mi annusava. Poi andava dalla troupe, emetteva un grugnito e a quel punto uscivano i suoi cuccioli. Rimanevano lì fino al tramonto, e poi andavano a dormire. L’abbiamo conosciuta nella prima fattoria che abbiamo visitato. Siamo entrati e la prima scrofa che abbiamo incontrato era proprio lei. Quando mi ha guardato, ho detto all'altro produttore: “Ha fatto un passo verso di me, mi sta dicendo qualcosa con gli occhi. Abbiamo trovato ciò che ci serve”. Come i più grandi attori del cinema, era capace di recitare anche senza dire nulla: un po’ come facevi tu, Joaquin, nel film Lei. Lì non parlavi tanto, te ne stavi seduto e noi non riuscivamo a smettere di guardarti. In quel film non c’è nemmeno un momento noioso. E lo stesso succede con Gunda: era così espressiva, bastava un suo sguardo. C’erano momenti così emozionanti che i più giovani della troupe iniziavano a piangere.

JP: Ovviamente non sapevate come gli animali, maiali, polli, mucche avrebbero reagito all’ambiente. Come avete deciso dove mettere la macchina da presa?

VK: La decisione più difficile è stata sull’ultima inquadratura del film: sapevamo che il padrone della fattoria sarebbe arrivato a portare via i maialini a Gunda. Sapevamo che lei sarebbe rimasta da sola. Ho detto alla troupe: dobbiamo darle spazio, sento che verrà verso di noi, perché non avrà nessun altro con cui parlare. È bizzarro, ma alla fine, dopo una corsa folle, è venuta veramente verso di noi e ci ha fissato. Sembra una scena preparata e recitata da una grande attrice. Ma è tutto autentico, che miracolo.

JP: Come hai convinto qualcuno a investire su questi temi?

VK: Ci ho messo vent’anni, ma alla fine non sono mai stato così felice di fare un film. Se senti che stai cambiando come persona, non puoi più vivere come prima: dobbiamo smettere di essere ingenui. Non dobbiamo certo cambiare il pianeta, dobbiamo solo trovare il nostro posto insieme a tutte le altre creature. E rispettarle. È il mio piccolo messaggio. Normalmente odio mandare messaggi nei film: per questa volta perdonatemi.