Jodie Foster recita da quando aveva tre anni, e molte cose sono cambiate da allora. Ma lei no

Di Roberto Croci
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Photo credit: Axelle/Bauer-Griffin - Getty Images
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From ELLE

Jodie Foster, 58 anni, sembra una ragazzina. Sarà il sorriso, l'equilibrio della maturità o la felicità coi figli che le fanno dimenticare il recente lockdown, è gentile e intensa negli incontri via Zoom per il film di Kevin McDonald, The Mauritanian che le ha fatto vincere un Golden Globe come miglior attrice non protagonista (nel cast, Tahar Rahim, Shailene Woodley e Benedict Cumberbatch). Si racconta la storia vera di Mohamedou Ould Slahi (Rahim), torturato dal governo americano a Guantánamo Bay.

È un film che ricorda un momento doloroso della storia americana. Quest’anno è il ventesimo anniversario dell’11 settembre. Cosa ha provato quel giorno?

È stato un momento cruciale per tutti noi americani, perché quel giorno abbiamo perso un po' della nostra libertà. Kit, il mio figlio più giovane, è nato due settimane dopo. Mi ricordo la paura, i momenti di terrore che ho provato pensando all’incertezza del suo futuro e di quello di suo fratello Charles.

Cosa ha voluto dire all'America con questo film?

Quando il governo degli Stati Uniti decide di dimenticarsi della Costituzione perché sente di doversi vendicare, allora bisogna che qualcuno sia ritenuto responsabile, le nostre azioni hanno sempre delle conseguenze. È un fatto storico che non possiamo dimenticare, paragonabile alla segregazione razziale di Jim Crow, al Sentiero delle lacrime, la deportazione dei nativi americani dalle loro terre, o i campi di internamento per i giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Mohamedou Ould Slahi è stato accusato ingiustamente senza alcuna prova, sequestrato dalla sua famiglia, torturato, imprigionato per quindici anni senza che potesse avere alcun contatto umano a parte quello con le sue guardie. Nonostante questo, Mohamedou è stato capace di trovare un cammino spirituale che lo ha portato a diventare un uomo capace di perdonare le violenze subite. Dobbiamo tutti imparare da un uomo come lui.

Photo credit: NBC - Getty Images
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Nancy Hollander, l'avvocato difensore di Mohamedou Ould Slahi che interpreta in questo film, è il secondo personaggio realmente esistito tra i suoi ruoli in 55 anni di carriera (dopo Anna Leonowens, insegnante-attivista di Anna and the King). Come mai?

Non mi interessa interpretare persone realmente esistite, preferisco creare i miei personaggi. Con Anna Leonowens ho potuto prendermi delle licenze poetiche perché è morta all’inizio del '900. Con Nancy ho fatto lo stesso, le assomiglio molto, ho il rossetto, le unghie rosse, guido in modo spericolato, ma nel film ho deciso di essere meno educata e gentile di lei.

Come si è preparata per calarsi nei panni di Nancy?

Come sempre. La prima parte è molto intellettuale, devo conoscere la persona e cercare di capire come pensa. La seconda parte è più fisica, devo assimilare i manierismi, le particolarità. Poi quando arrivo sul set, combino il tutto e lascio lavorare l’istinto, devo esternare quello che ho imparato. Fare film ha fatto di me una persona migliore, è un mestiere che mi rende umile, soprattutto quando interpreto persone straordinarie».

La cosa più assurda che ha scoperto facendo questo film?

Che nella base navale di Guantánamo c’è un un negozio di souvenir dove vendono vari oggetti, alcuni molto offensivi, come la maglietta con la scritta “Don’t feed the Taliban”.

Ha una laurea in Letteratura, le piace leggere?

Tutto quello che faccio oltre al cinema, riguarda la letteratura. Leggo almeno tre libri la settimana. Mi piace molto Émile Zola. Il mio libro preferito è Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke, una collezione di lettere che Rilke scrisse a un giovane poeta, appunto, che gli chiedeva consigli sulla scrittura. Da quello che scrive sembra che Rilke voglia incoraggiare il ragazzo, ma allo stesso tempo non riesce a nascondere la delusione e il senso di banalità che prova per il mondo e la propria esistenza. È un libro che regalo a tutti i registi con cui lavoro, ogni copia l’avvolgo in sciarpe che acquisto in Giappone. Quando ho dei dubbi sul mio lavoro, o sulle scelte che sto facendo, leggo parti di questo libro.

Cosa impara dai registi con cui lavora?

Imparo sempre qualcosa, soprattutto la loro psicologia, che a volte può essere ossessiva. David Fincher, per esempio, è un regista straordinario (hanno lavorato insieme in Panic room, NdR), ma credo soffra di disturbo ossessivo compulsivo, la sua attenzione per i dettagli non è normale. Dopo aver fatto sessanta riprese della stessa scena mi chiedeva quali fossero le differenze... Non le ho mai trovate, mi sembravano tutte uguali! (ride)».

Mai pensato di smettere di recitare?

Ogni sei mesi vivo un momento di crisi, mi dico che non voglio più recitare, che preferisco dirigere o produrre. Però poi mi arriva un progetto come The Mauritanian a cui non posso dire no. Non ha senso smettere adesso, i miei figli sono grandi, posso fare quello che voglio, i miei film non devono incassare centinaia di milioni di dollari e con due Oscar nessuno mi chiede più di fare audizioni per ottenere un ruolo.

Quindi come sceglie i progetti su cui lavorare?

All’inizio della mia carriera decideva mia madre Brandy (scomparsa nel 2019, NdR). Poi crescendo ho scelto quelli che mi piacevano di più, non tanto perché imparavo qualcosa su me stessa, ma perché imparavo qualcosa sul mondo.

Quanto è cambiata l’industria cinematografica da quando ha diretto il suo primo film, Il mio piccolo genio, nel 1991?

A quel tempo i produttori pensavano che avere una donna dietro la macchina da presa fosse un rischio. Ho passato anni sul set circondata da uomini, le donne avevano solo ruoli secondari, magari la mamma o la zia, le altre donne erano costumiste o truccatrici. Poi gli uomini hanno capito che non potevano più nascondere metà della popolazione. I cambiamenti ci sono; non avvengono abbastanza velocemente, ma qualcosa si muove.

E lei come regista?

Quando ho iniziato, anche se ero preparata tecnicamente, sapevo poco o nulla di come gestire un set. Credevo, erroneamente, di essere direttamente responsabile di tutti i dipartimenti, di tutti gli attori... Ancora oggi, quando incontro Dianne Wiest, che era in quel film, le chiedo scusa. Per questo motivo, e anche perché vorrei passare il testimone ad altri registi e altre registe, mi sono decisa a insegnare: ho un sacco di consigli sugli errori da evitare.