Jonas Carpignano racconta la Calabria con gli occhi di una ragazzina che cerca il suo posto nel mondo

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Photo credit: Getty Images
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A dispetto dei suoi 37 anni, ha percorso molta strada Jonas Carpignano: dal suo già premiatissimo Mediterranea, film del 2015 che fotografava la rivolta di Rosarno e il dramma dei migranti, passando per A ciambra, coprodotto da Martin Scorsese e ambientato in una piccola comunità rom, fino ad A Chiara, lungometraggio distribuito da Lucky Red, nelle sale dal 7 ottobre e di cui vi mostriamo una clip in esclusiva, che insegue il doloroso affrancamento di una ragazzina dalla sua Terra e dalla famiglia collusa con la Ndrangheta, il regista ha tracciato un arco artistico coerente e lucidissimo. Senza mai davvero muoversi da Gioia Tauro, la città calabrese da cui lui, nato e cresciuto a New York da madre afroamericana originaria delle Barbados e padre italiano, si è ormai fatto adottare. "Da Roma, dove mi ero trasferito - spiega a Elle.it con la voce rauca che impasta accenti yankee e timbri meridionali - mi ero diretto al Sud per seguire i fatti di Rosarno; non pensavo certo di rimanerci, ma alla fine sono più di dieci anni che stiamo là", conclude Carpignano, premiato lo scorso luglio con l'Europa Cinemas Label alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes proprio per A Chiara, che è appena entrato anche nella selezione dell'European Film Academy. E in quella prima persona plurale, che non abbandona mai, riecheggia un senso profondo di comunità, che include la sua famiglia, con la giovane compagna, anche lei regista, in attesa di un bimbo, l’inseparabile troupe, gli amici e i tanti calabresi non addetti ai lavori che ha coinvolto in questi anni nei suoi progetti cinematografici.

Photo credit: courtesy photo
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Dove l’ha portata questo percorso artistico e umano?

È un capitolo della mia vita che non si è ancora concluso. Ora vivo tra Gioia Tauro e Palermo, mi è cambiata la vita: io, che vengo da una famiglia di torinesi e veneziani, con un padre romano, ormai vedo Roma come il Nord, non mi era mai successo prima. Cinematograficamente si sintetizza nel ritratto di un luogo, in un’analisi che si è fatta più intima e profonda man mano che il tempo passava e il mio rapporto con il paese si intensificava. Penso di essere riuscito anche ad ampliare il mio sguardo, mentre in Mediterranea c'era solo un'angolazione, in questi anni sono riuscito a osservare Gioia Tauro da svariati punti di vista, e ho cercato di trasportare questa prospettiva sullo schermo.

Ancora una volta, al centro del racconto c’è una protagonista giovanissima.

L'adolescenza è il momento in cui ognuno, in modo o nell'altro, sviluppa e mette alla prova la propria bussola morale. Inquadrarla, osservare come funziona, è molto importante per capire perché alcune persone fanno certe scelte: nel momento in cui capiamo dove punta questa bussola, comprendiamo anche meglio il personaggio e come si muoverà nel mondo. Come i protagonisti dei miei film precedenti, Chiara non sta lì sola e buona ad ascoltare, non accetta il mondo per come le viene presentato, fa una scelta coraggiosa e decide di andare da sola a cercare altre prospettive e scoprire quale sia il suo posto su questa Terra. Una decisione che come ogni scelta implica dei sacrifici: raccontandola non volevo dare né un segnale di speranza né una conclusione tragica. Mi premeva solo restare fedele alla mia idea di realismo.

Come ha trovato la sua straordinaria protagonista?

Conosco Swami Rotolo da quando aveva nove anni e la sua famiglia, che recita con lei nel film, da ancora prima. Ho avuto la fortuna di incontrarla durante un casting, anni fa, per il mio film precedente, A Ciambra: si era presentata con la zia per fare un piccolo provino, all'epoca non avevo un ruolo per lei, perché quel film parlava di un'altra realtà, ma avevo già in mente di realizzare A Chiara e per me è stato subito evidente che lei sarebbe diventata la protagonista. Qui ho deciso di metterle intorno la sua vera famiglia e quello è stato proprio il punto di partenza del film, che ha reso tutto molto più intimo, credibile, e nello stesso tempo divertente. Sul set non c’era nulla che somigliasse al rapporto canonico tra attori e regista, abbiamo dato vita a questa storia tutti insieme. Per me è molto importante che la gente lo capisca. E spero anche che, dopo aver visto il film, a molti registi venga il desiderio di lavorare con Swamy.

A Chiara è un film di denuncia?

Più che un film sulla criminalità organizzata è un film personale, che parla di famiglia. Durante gli anni passati a Gioia Tauro, mi capitava spesso che la gente mi chiedesse di raccontare quel mondo, ancora più spesso avrebbero pure voluto spiegarmi come farlo. Non di rado trovavo il loro punto di vista molto distante da ciò che quotidianamente vivevo e percepivo. Con A Chiara ho voluto davvero guardare quei luoghi da un'altra angolazione, regalare un po' più di sfumature, di profondità, di realismo a questa Terra già tanto calpestata. La Ndrangheta fa parte del tessuto sociale calabrese, e questa è una cosa che non si può negare, però non assomiglia molto al modo in cui viene raccontata nelle fiction. In dieci anni che vivo qui, per esempio, non ho mai assistito a una sparatoria.

Aggiungerà nuovi capitoli alla trilogia di Gioia Tauro?

Anche se ora mi divido tra la Calabria e Palermo, non lascio certo il paese, ho però intenzione di portare avanti anche altre storie, anche cinematograficamente diverse. Insomma, mi sa che mi prendo una piccola pausa. Ma con Gioia Tauro non ho finito, resta al centro del mio obiettivo e della mia vita.

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