Josephine Yole Signorelli e i suoi Fumettibrutti: "Così ho trovato il mio corpo"

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Photo credit: Claudio Chiavacci
Photo credit: Claudio Chiavacci

«La cosa che avrei desiderato di più? Entrare in una stanza senza che qualcuno si sentisse in dovere di etichettarmi: donna transgender». Vivere dentro una definizione, dice Josephine Yole Signorelli in arte Fumettibrutti, star della grafic novel italiana, è soffocante e fa venire voglia di essere invisibile. Lei infatti per un po’ ha nascosto la sua identità. «Poi ho capito che l’unico modo per uscirne, era parlare dei miei disagi: sono venuta allo scoperto e ho usato il fumetto come megafono per portare avanti la società che voglio». Un coming out umano e artistico che racconta in una trilogia autobiografica edita da Feltrinelli (Romanzo esplicito, P, la mia adolescenza trans e Anestesia): un viaggio dentro al corpo e agli stereotipi che lo inchiodano di cui parlerà nella giornata di apertura del WeWorld Festival (dal 21 al 23 maggio al Base di Milano e in streaming sulla pagina Facebook di WeWorld: tre giorni di incontri per parlare di empowerment, di diritti e della condizione femminile). «Disegnando ho capito il male che mi sono fatta per sentirmi normale».

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Nei suoi libri racconta la transizione senza filtri: disagi emotivi, dolore fisico. Nell'ultimo, Anestesia, affronta il tabù dell'operazione che non riesce come dovrebbe. Quanto coraggio ci vuole?

Più incoscienza che coraggio: scrivo cose che faranno piangere mia madre. Ma quando ho scritto Anestesia, volevo affrontare il microcosmo dell'ospedale e il cambiamento del mio corpo, la strada che ho fatto per essere chi sono.

Che rapporto ha ora con il suo corpo?

Del mio corpo ho imparato a guardare ogni singola virgola, a notare ogni cambiamento: che forma prende il mio naso, le mie mani, le bruciature, i tagli, i peli. Osservo tutto con una certa morbosità. Non so se vorrò finire ancora sotto i ferri, ma non lo escludo. Ognuno può fare quello che vuole per trovare se stesso.

Oggi si piace?

Molto. Sono innamorata di me stessa. Avevo smesso di depilarmi per sottrarmi alla dittatura della ceretta e ho anche lanciato un hashtag per dire che le donne hanno i peli e se vogliono se li tengono. Finché un mese fa ho tolto tutto. Oggi mi vedo meglio così. Essere fedeli a se stessi non vuol dire restare immutabili.

Dove sta l'autenticità?

Nell’adesione a se stessi e alle proprie contraddizioni. Io trovo più autentico il mio seno con le protesi di tanti seni naturali. Da ragazza avevo capelli perfetti che lavavo anche con il sapone per i piatti. Poi ho iniziato a tingerli e si sono riempiti di doppie punte. Ma non possiamo pensare solo a non farci male: bisogna vivere. È quello che rispondevo a chi mi diceva di non operarmi.

Che cosa ama di più del suo corpo?

Il sedere. Lo celebro. Continuerò a fotografarlo anche quando sarà caduto. La voce invece la odio. Dopo l’operazione il dottore mi ha detto di non fumare e non cantare, ma come si fa? E oggi si è riabbassata.

Ha subito sette operazioni: le rifarebbe tutte?

Sì. Anche quella del cambio di sesso che è andata male e mi ha costretta a un dolore enorme: non riuscivo nemmeno a muovere le dita dei piedi. Non avrei potuto vivere diversamente e sono molto orgogliosa di tutto quello che ho addosso. Ho trovato il mio corpo e ho imparato a rispettarlo. Oggi soffro solo per amore.