Kamala Harris e l'arte di non arrendersi di una nuova role model americana

Di Ashley C. Ford
·11 minuto per la lettura
Photo credit: Nic Antaya - Getty Images
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From ELLE

La senatrice Kamala Harris ha iniziato prestissimo il lavoro della sua vita. Scoppia a ridere, come se fosse con la sua famiglia, ricordando quando i genitori e uno zio la portarono a una marcia per i diritti umani a Oakland, in California, comodamente seduta nel suo... passeggino! Non essendo legata, a un certo punto scivolò fuori (all’epoca non esistevano tante norme di sicurezza per i bambini) ma i suoi genitori, tutti presi dalla protesta, proseguirono la marcia. Quando finalmente se ne resero conto e tornarono indietro, trovarono la piccola Kamala comprensibilmente agitata. «Mia madre racconta sempre che per calmarmi iniziò a chiedermi: “Amore, che cosa c’è? Che cosa vuoi?” E io, per tutta risposta, la fissai e le dissi: “Fweedom!”».

Al momento in cui questo giornale va in stampa, non sappiamo ancora se quella bimba precoce sia diventata il vicepresidente degli Stati Uniti. Come membro del Senato, l’abbiamo vista lo scorso agosto salire su un palco in un auditorium quasi deserto per accettare la nomination democratica alla vicepresidenza, prima americana di origine asiatica a ricoprire quel ruolo. Una settimana dopo ha pronunciato un discorso destinato a spostare l’attenzione da quello che Donald Trump avrebbe tenuto, quella stessa sera, davanti alla Convenzione nazionale repubblicana. «Giustizia», ha esclamato con forza Kamala Harris, fissando negli occhi i presenti, mentre difendeva il diritto dei dimostranti pacifici a scendere per le strade, dopo il ferimento di Jacob Blake da parte di un poliziotto a Kenosha, nel Wisconsin. «Dobbiamo parlarne. Perché la realtà è che la vita di un nero in America non è mai stata trattata come quella di un essere completamente umano. E dobbiamo ancora adempiere alla promessa fatta, di uguale giustizia in base alla legge».

Photo credit: Spencer Platt - Getty Images
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Riguardando quel discorso mentre mi preparavo per questa intervista, mi sono chiesta se le sue parole sarebbero state sufficienti per infondere speranza in chi ne ha più bisogno. Perché il concetto di speranza cambia in base alla persona a cui lo si chiede: può essere il territorio dell’ingenuo o l’antidoto al nostro dolore condiviso, ma negli ultimi quattro anni è diventato sempre più sfuggente, per le persone più vulnerabili di questo Paese. E così, mentre io e la senatrice ci colleghiamo per parlarci su Zoom, mi ritrovo con un sacco di domande in testa – e alcune questioni sulla fiducia. Cerco subito di domandarle quello che moltissimi di noi vorrebbero sapere. Le persone che hanno conosciuto solo la parte peggiore di questo Paese, come fanno a fidarsi ancora di lei, l’ennesimo politico, sperando che possa fare la cosa giusta? Chi si sente quasi invisibile, come può avere la certezza che lei, in realtà, riesca a vederlo?

Kamala Harris si avvicina allo schermo e mi spiega come le piace presentarsi alla gente, con le parole apprese da diverse culture africane. «Quando mi presentano qualcuno per la prima volta, invece di dire “Piacere di conoscerti”, preferisco dire “Io ti sto guardando”, a indicare che sto considerando l’altro come un essere umano a tutto tondo. In questo periodo storico, credo sia fondamentale per il nostro Paese che tutte le persone vengano considerate e viste per quello che sono davvero, per dare loro tutta la dignità che si meritano». Dignità è una parola che Harris usa spesso. Sostiene di aver difeso il diritto alla dignità di qualsiasi individuo fin dal suo primo giorno a Washington. «Sono arrivata a Washington per le elezioni del novembre 2016. C’è stata subito l’inaugurazione e il giorno dopo la Women’s March, dove ho tenuto un discorso. Poi sono entrata a far parte di numerosi comitati ed è stato il momento delle udienze per la nomina di personaggi del calibro del generale Kelly (generale dei marines in pensione, nominato responsabile della sicurezza interna degli Stati Uniti nel 2016, ndr). E subito dopo, è stata la volta del bando ai musulmani», racconta.

Le restrizioni ai viaggi decise dall’amministrazione Trump hanno creato una grande confusione nelle famiglie e nei visitatori intrappolati negli aeroporti, e generato un senso di incertezza per chi doveva trasferirsi nel Paese per matrimonio o per adozione. Ma mentre noi osservavamo tutto ciò sugli schermi, la senatrice Harris era seduta nel suo appartamento di Washington, ingombro di scatoloni ancora chiusi, subissata di telefonate da parte degli avvocati per i diritti civili con cui collaborava da anni. Le raccontavano dei clienti trattenuti dai funzionari dell’immigrazione, e di come non riuscissero ad avere loro notizie. Harris si lancia in una pantomima di quelle telefonate: «Kamala, non ci lasciano parlare coi nostri clienti». Non andava bene. «Ho sempre fatto parte dell’esecutivo e sono abituata a ottenere quello che serve», prosegue, riferendosi al suo periodo come procuratore generale della California. «E di solito non devo chiedere il permesso. È proprio per questo che mi sono candidata alla maggior parte delle mie cariche: perché a volte non sono tanto brava nel chiedere il permesso».

Photo credit: Justin Sullivan - Getty Images
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Era una novellina, al Senato, ma riuscì a procurarsi il numero di telefono di casa del generale Kelly e lo chiamò. «Ricordo che la prima cosa che mi disse fu: come ha fatto a trovare il mio numero? Perché mi chiama a casa?». Gli spiegò che lo stava chiamando «perché sono una senatrice degli Stati Uniti che rappresenta un americano su 11, e in questo momento c’è una situazione che richiede una sua spiegazione sul perché i suoi uomini non autorizzino un incontro fra clienti e avvocati». Con la corruzione politica e la brutalità della polizia davanti agli occhi di tutti, è difficile credere che possa esistere un difensore pronto a combattere per tutti gli abitanti di questo Paese. Nessuno di noi sa che cosa ci riserva il futuro, per questo siamo alla ricerca di qualche indizio e ci sforziamo di rivolgere le domande giuste.

Le chiedo che cosa significa “giustizia” per un avvocato che vuole difendere i nostri diritti civili. La senatrice risponde con un sorriso: «Significa libertà, uguaglianza e dignità. Quando ottieni l’uguaglianza, la libertà e la giustizia, non è perché io te le concedo, ma è perché tu hai combattuto per ottenerle, perché è un tuo diritto. Non si tratta di benevolenza o carità, ma ha a che fare con il diritto che Dio ha concesso a ogni singolo essere umano. Che cosa facciamo, a livello collettivo, per combattere in questo senso? Ecco cosa rappresenta la giustizia, per me: significa conferire maggior potere alla gente».

Con lei, l’idea di “gente” salta fuori molto spesso. E non stupisce questo suo modo di parlare, considerando che è stata cresciuta da due genitori attivisti dei diritti civili, convinti che nel corso della sua vita la figlia sarebbe riuscita a ottenere quell’unità e quell’uguaglianza. In casa sua non era una speranza, e neppure un desiderio: era un punto cruciale nell’elenco di cose da fare a livello collettivo. «L’unità non è quello che alcune persone definiscono come “ehi, voi tutti, venite in questa stanza, così stiamo tutti insieme”. No. Perché se in quella stessa stanza, uno dice a un altro: “modera un po’ i toni, per il bene dell’unità”... In questo caso non si può parlare di unità. Unità è quando ogni singolo individuo è rispettato e può far sentire la sua voce. Dobbiamo essere molto lucidi sul significato che vogliamo dare alle parole, e quel significato non deve essere una frase fatta, come quelle dei biglietti d’auguri».

A volte, tuttavia, Kamala Harris dà l’impressione di essere cresciuta davvero in un mondo a sé. Da bambina, andava spesso in un posto chiamato The Rainbow Sign, una sorta di centro sociale per famiglie nere di Berkeley, California, frequentato da gente come Nina Simone, Ruby Dee e Maya Angelou. Mary Lewis, la sua madrina, è stata la co-fondatrice del Dipartimento di studi sui neri alla State University di San Francisco. Le chiedo fino a che punto crescere in un ambiente così ricco di valori e di personaggi forti l’abbia plasmata. «Era fuori di dubbio che avrei dovuto dedicarmi alla lotta per la giustizia, in un modo o nell’altro», ammette. «Perché il nostro valore è molto più grande di quello che siamo in realtà. Quello che conta davvero è l’impatto che puoi avere, quello che puoi dare, al servizio degli altri. È così che mi hanno cresciuta. Non era tanto una questione di carità o benevolenza, semplicemente quello era il mio dovere. Nessuno si sarebbe congratulato con me, perché era quello che ero tenuta a fare. E basta».

A casa sua, ci si aspettava che Kamala avesse un’argomentazione sempre pronta a sostenere le sue tesi, e lei si attiene ancora a questa semplice regola. «Quando ti siedi a tavola e vuoi dire qualcosa, devi essere sempre pronta a difendere la tua posizione, e questo sia da ragazzina che da adulta», afferma. È stata spesso criticata per la sua smisurata ambizione, ma forse sarebbero in molti a porsi obiettivi più elevati, se qualcuno avesse insegnato loro a credere in qualcosa e a lottare per ottenerlo, fin da quando sono stati in grado di parlare.

Ha scelto di dedicarsi anima e corpo alle riforme sul sistema pena- le e sulla condotta della polizia, come ha già fatto in passato, nei panni di procuratore distrettuale a San Francisco, prima, e procuratore generale della California, poi. Anche se le sue idee sul modo migliore per chiedere e ottenere giustizia si sono fatte sempre più progressiste con il passare del tempo, continua a venire criticata per il suo passato da pubblico ministero. Non si vergogna di aver maturato una nuova prospettiva e spera che il momento attuale sia l’inizio, e non la fine, di qualcosa di nuovo. «Spero e prego affinché sia possibile arrivare a un punto in cui, attraverso dialoghi indubbiamente complessi, si possa giungere a un confronto con la vera storia dell’America», sostiene. «E vorrei farlo in modo tale che sia l’amore a motivarlo, ma con una grande onestà di fondo».

È convinta che se un numero ancora maggiore di bianchi si rendesse conto che il razzismo fa male anche a loro, sarebbero essi stessi a lottare contro un sistema discriminatorio. E ha molte domande da rivolgere a quei bianchi che sembrano non capirlo, specie quelli che hanno difficoltà economiche. «Il classico stereotipo della povera donna di colore, della welfare queen (chi approfitta dell'assistenza pubblica per vivere a carico del contribuente, ndr) che effetto potrà mai avere sui programmi pubblici che si occupano di sfamare i bambini bisognosi, tutti, indipendentemente dalla loro etnia?». Le chiedo se è davvero convinta che una maggiore comprensione da parte dei bianchi dei danni che potrebbero subire dal razzismo potrebbe cambiare il loro modo di pensare. Sul volto le appare un velo di tristezza, poi risponde decisa: «Certamente». E aggiunge: «Ma non è l’unica strada, ok?».

Sono sicura di non essere la sola a pensare che la speranza di questi tempi sia un bene molto richiesto ma scarsamente disponibile. Ogni giorno girano notizie e storie, pronte a ribadire che in realtà nessuno è responsabile, e che i più emarginati fra noi sono soli. Persino i supereroi dei film stanno scomparendo. E se la “gente” non avesse bisogno di essere salvata? Se in realtà ci servissero solo più combattenti per la verità – più gente disposta a impegnarsi per mantenere i diritti umani, più persone pronte a difendere la nostra dignità ai più alti livelli governativi? «L’ottimismo è il carburante che ha alimentato tutte le mie battaglie», sostiene Harris. Vorrebbe che onorassimo il passato e mantenessimo al tempo stesso una chiara visione del futuro.

Dal canto mio, vorrei sapere come ha fatto ad arrivare fin qui – come ha fatto a diventare una persona capace di abitare in luoghi inospitali, trasformandoli nella propria casa. «La motivazione più forte nasce dal credere in ciò che può essere liberato dalle storture del passato» spiega. «John Lewis (leader del movimento per i diritti civili dei neri, morto lo scorso luglio, ndr), come molti altri, si è speso per questa causa. Perché lui credeva davvero in quello che avrebbe potuto essere diverso. A volte abbiamo l’impressione di essere “contro” qualcosa, ma la motivazione che ci spinge ad andare avanti, a qualsiasi età, è la consapevolezza di sapere “per” che cosa stiamo lottando».

Ci racconta della sera in cui è diventata la seconda donna non bianca della storia a essere eletta nel Senato degli Stati Uniti. «Per ciascuna delle mie elezioni abbiamo seguito una routine molto simile, con una piccola cena riservata ai familiari e agli amici più stretti prima di partecipare ai festeggiamenti ufficiali», spiega. Tutto lasciava presagire che Donald Trump ce l’avrebbe fatta. «Alexander, il mio nipotino che all’epoca aveva 7 anni, è venuto di corsa da me, urlando: “Zia Kamala, non lasceranno che vinca lui, vero?”. L’ho stretto fra le braccia. Mi fa ancora male se penso a come si sentiva, ho sentito il bisogno di proteggerlo. E così prima di salire sul palco, ho strappato i miei appunti e mi sono ritrovata a pensare solo ad Alexander. Quando ho preso la parola, ho detto semplicemente: “Intendo combattere. Intendo combattere”».

Se c’è una cosa che abbiamo imparato sulla senatrice Kamala Harris, è proprio questa: quando è in gioco la libertà, lei combatte.