Kazuo Ohno è il ballerino e coreografo che ha inventato la danza Butō

Di Giada Vailati
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Photo credit: Herve BRUHAT - Getty Images
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From Harper's BAZAAR

Con il termine “vita” si comprende un’infinita serie di elementi difficili da elencare singolarmente, dalla natura che nasce, cresce, muore e rinasce, agli essere umani con relative sensazioni, emozioni e personalità, all’aria, al cielo, alla terra, al movimento degli esseri viventi: questi sono solo alcuni tasselli che compongono questo enorme contenitore, ma bastano per rendersi conto che la vita è di per sé espressiva. Da questo assunto parte il butō, termine giapponese che indica un insieme di tecniche di danza contemporanea, il cui principale ideatore è Kazuo Ohno: grande danzatore del secolo scorso (ci ha lasciati nel 2010 all’età di centoquattro anni) e autore di svariati libri che descrivono questa danza, Ohno viene riconosciuto insieme al collega Tatsumi Hijikata come fondatore di questo filone della danza giapponese.

Photo credit: Jack Vartoogian/Getty Images - Getty Images
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Tutto ha inizio nel 1954 quando Ohno e Hijikata iniziano a sperimentare nel loro percorso coreografico nuovi modi di concepire il corpo e la rappresentazione del corpo in scena, innovando soprattutto la costruzione espressiva del movimento. Nella cultura giapponese viene data estrema importanza all’interiorità dell’individuo così come alla ricerca della spiritualità: forti di questa tradizione, i due coreografi sviluppano un movimento che nasce dall’interiorizzazione da parte dell’interprete di suoni, sensazioni, immagini, colori. Questa percezione profonda e successiva metabolizzazione degli stimoli esterni conferisce al movimento una qualità sublime: il lavoro dell’interprete è fortemente mentale, coinvolge a fondo il sistema nervoso pertanto nel momento in cui gli impulsi si esternano nel movimento il risultato è spesso appena percettibile, il corpo non si sposta ampiamente nello spazio, anzi compie gesti minimi con una forza espressiva principalmente energetica.

Calandosi in questo tipo di dimensione il danzatore butō ha un impatto sullo spettatore fortemente sensazionale: può suscitare emozioni luminose, angeliche e spirituali oppure demoniache, grottesche e macabre in base allo spettacolo: ad esempio la prima messa in scena di Hijikata, ”Kinjiki (Colori proibiti)”, 1959, ebbe sull’audience un impatto talmente estremo da risultare scandalosa al punto che lo spettacolo venne censurato e il suo autore condannato come iconoclasta. Tuttavia questo fatto fu solo l’inizio del lungo sodalizio fra Ohno e Hijikata che portò, nella seconda metà del Novecento, alla definizione di questa tecnica che vede oggi come principale portavoce il figlio Yoshiko Ohno: l’autenticità del movimento è il valore più importante, ai propri danzatori Kazuo diceva “Non c’è bisogno che l’audience veda che ti stai muovendo, deve sentire che stai crescendo, proprio come accade per l’albero”.

Photo credit: Jack Vartoogian/Getty Images - Getty Images
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Due gli elementi immediatamente riconoscibili di questa danza: make up e costume. Lungi dall’essere considerati come maschere, sono piuttosto forme espressive fondamentali che aiutano il performer a entrare in contatto con ciò che intende evocare. Il trucco, al quale il danzatore dedica diverse ore prima di andare in scena, è l’inizio del rituale, è parte integrante della performance, è il mezzo per tornare alla forma più pura del sentire, come un feto nel grembo della madre, come fosse l’esternazione di una purezza riconquistata:

“Voglio rintracciare la mia vita all’indietro sino alle sue più remote origini. Più di ogni altra cosa, io desidero ritornare da dove sono venuto”. (K. Ohno).